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Un fidei donum in cammino
Una parola corre sulla bocca di molti. Una
parola viene spesso pronunciata nei nostri incontri: Missione - Siamo in
missione.
È vero, ogni cristiano è in missione, è un
fedele discepolo e testimone di un Dio che è in missione.
Il Signore è il primo e l'unico vero
missionario; da sempre Lui cammina sulle strade della nostra terra, che
sono spesso tortuose e violente, per incontrare uomini e donne. Veste
abiti semplici e dimessi, a volte rattoppati e sporchi; bussa, da
pellegrino, alle porte delle nostre case, aspettando pazientemente che
noi Gli apriamo la porta.
Viene carico dei suoi doni, anzi dell'unico
vero dono, il più prezioso e il più necessario: il suo amore e la sua
vita divina. Dono offerto e dato gratuitamente a ciascuno e ciascuna dei
suoi figli da sempre amati. Coloro che ricevono questo dono sono
chiamati e invitati a fare della propria vita una missione.
Uscire dal proprio guscio e andare per le vie
e le città, le piazze e le fabbriche; incontrare uomini e donne
annunciando loro che hanno un Dio che li ama. E le parrocchie, dicono i
vescovi, devono essere dimore che sanno accogliere ed ascoltare paure e
speranze della gente, domande ed attese, anche inespresse, e luoghi che
sanno offrire una coraggiosa testimonianza e un annuncio credibile della
verità che è Gesù Cristo.
Case aperte a tutti quindi, ove si incontra
un'anima di vita, una "chiesa per vivere" nella quale le persone curino
le loro ferite, i poveri si siedano a mensa, i ricchi condividano i beni
e restituiscano il dovuto, ove si coltivano tutte le dimensioni del
Regno. Non basta deplorare e denunciare le brutture del nostro mondo.
Non basta, neppure, per la nostra epoca disincantata, parlare di
giustizia, di doveri, di bene comune, di programmi pastorali, di
esigenze evangeliche.
Bisogna parlarne con un cuore carico di amore
compassionevole, facendo esperienza di quella carità che dona con gioia
e suscita entusiasmo; bisogna irradiare la bellezza di ciò che è vero e
giusto nella vita, perché solo questa bellezza rapisce veramente i cuori
e li rivolge a Dio. Occorre insomma far comprendere ciò che Pietro aveva
capito di fronte a Gesù trasfigurato: "Signore, è bello per noi stare
qui!" (Mt 17,4) e che Paolo, citando Isaia (52,7) sentiva di fronte al
compito di annunciare il Vangelo: "Quanto sono belli i piedi di coloro
che recano un lieto annuncio di bene!" (Rm 10,15). Ecco la sfida che
dobbiamo raccogliere nel villaggio globale: mostrare la bellezza del Dio
povero e debole.
Ma come possiamo manifestare questo volto
divino, oggi?
Le immagini del villaggio globale mostrano la
bellezza del potere e della ricchezza. È la ,bellezza della gioventù e
della salute, che ha tutto per sé. E la bellezza della società del
consumo. Il Vangelo situa altrove la bellezza. La manifestazione della
gloria di Dio è la croce, un uomo che muore, un uomo abbandonato.
L'irresistibile bellezza di Dio risplende attraverso la più totale
povertà. Per questo noi cristiani dobbiamo presentare immagini e volti
di una qualità diversa da quella dei volti che vediamo nelle nostre
strade. In primo luogo, la bellezza non si rivela nel volto di chi è
ricco o famoso, ma piuttosto in quel lo di chi è povero e senza potere.
In secondo luogo, le immagini del villaggio globale propongono
divertimento e distrazione, mentre la bellezza di Dio irrompe con gesti
di trasformazione e liberazione. La sfida che si profila per la nostra
missione e per le nostre comunità parrocchiali è quella di scoprire come
rendere visibile Dio attraverso gesti di libertà, di liberazione, di
trasformazione. Abbiamo bisogno di piccole irruzioni dell'irriducibile
libertà di Dio, e della sua vittoria sulla morte.
continua a fine marzo |
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