Veglia diocesana per la vita: le testimonianze e la meditazione del Vescovo

Capaci di custodire ogni vita perché affidati all’Amore senza riserve

“Ciascuno ha bisogno che qualcun altro si prenda cura di lui, che custodisca la sua vita dal male, dal bisogno, dalla solitudine, dalla disperazione”: così scrivono i Vescovi italiani, nel Messaggio in occasione della Giornata per la vita, un appuntamento annuale che si celebra ogni prima domenica di febbraio, dal 1978, un’occasione per invitarci a pregare e a impegnarci perché la vita umana – ogni vita, dal concepimento al suo compimento – sia accolta, custodita e promossa.

“Custodire ogni vita”, il titolo del messaggio dei Vescovi. Ed è stata una bellissima narrazione di vite custodite, nella loro fragilità e nella loro preziosità, la veglia diocesana per la vita che si è tenuta nella chiesa di San Francesco venerdì sera, 4 febbraio. Promossa dall’Ufficio diocesano per la Pastorale famigliare e da Uniti per la vita – la rete diocesana dei Centri di aiuto alla vita e dei Movimenti per la vita, è stata presieduta dal vescovo Michele Tomasi.

Dopo la lettura della Parola di Dio, con il racconto delle nozze di Cana, le testimonianze di Mariacristina e di Bruno, un vero dono per tutti i presenti.

Mariacristina ha raccontato con semplicità e verità la propria storia e quella della sua famiglia, in particolare della figlia, che si è scoperta incinta e si è chiusa in un silenzio difficile da penetrare. In quel silenzio, Mariacristina ha saputo cogliere una richiesta di aiuto e un desiderio di vita e se ne è fatta carico, riuscendo a mettere in contatto la figlia con il Centro aiuto alla vita di Treviso. E così è nata una splendida bambina, che ha portato gioia e speranza in famiglia. Ed oggi, un anno dopo, la giovane mamma è volontaria del Centro aiuto alla vita, e a sua volta ascolta e sostiene altre giovani in difficoltà per una gravidanza imprevista.

Bruno Cadorin, diacono permanente della nostra diocesi, ha raccontato la propria storia di malattia, a causa del covid, che ha messo alla prova lui e tutta la sua famiglia. Bruno ha trascorso 85 giorni in terapia intensiva, giorni “di alti e bassi, di lotta sul filo del rasoio, in cui ogni momento avrebbe potuto essere fatale vista la gravità della mia infezione”. Ma Bruno ha percepito di non essere solo in questa fatica: “Ero custodito e mi sono sentito amato da tante persone” ha raccontato, ricordando soprattutto i suoi famigliari e gli amici, dei quali ascoltava le voci registrate, che lo salutavano e lo incoraggiavano, ma anche i tanti medici incontrati, infermieri, operatori sanitari, fisioterapisti, personale delle pulizie. “Ho fatto una profonda esperienza di quanto significhi sentirsi amati, voluti bene, custoditi”. Una prova, certo, un lungo momento di prova durato quasi sette mesi, “ma anche un momento di grazia, di amore palpabile”. A sostenere Bruno in quei mesi anche l’intensa preghiera della comunità: parrocchie, gruppi di preghiera, la vicinanza di tanti sacerdoti, del Vescovo e dei confratelli diaconi. Vicinanza e sostegno che sono stati “un vero dono d’amore”.

Il Vescovo ha offerto una meditazione sul custodire e sul prendersi cura. Commentando il brano delle nozze di Cana, ha messo in luce l’atteggiamento di Maria, che sollecita l’intervento del Figlio perché “non hanno più vino”. Custodire, come fa lei, è “fare spazio, nella mente, nel cuore, e poi nella vita a quella parola che si fa relazione viva, concretezza di esistenza, apertura di mondo, compagnia”. Dalla custodia attenta, delicata, ferma e coraggiosa di Maria nasce la sua sollecitudine a Cana. “Il suo cuore grande, capace di ascolto e di custodia si fa sollecito e sollecita l’intervento del Figlio: lo conosce, lo ha custodito, prima nel vuoto e nel silenzio della sua disponibilità, poi nel suo grembo, nella sua vita, nella cura mentre cresceva. Un intervento, quello di Maria, che accelera i momenti del dono del Figlio, che portano poi alla Croce. Lo sapeva: la custodia e la sollecitudine costano, non sono gratuite, implicano uno sconvolgimento della vita. Se hai custodito una cura per qualcuno, non può procedere tutto come prima, questo ti cambia, non puoi rimanere indifferente, devi giocarti”.

“In fondo, non esiste la vita – la sottolineatura del Vescovo -, esistono i viventi, uomini, donne, bambini e anziani, forti e deboli, con una storia, un volto, una voce, un nome. Grazie, Mariacristina e Bruno, perché avete raccontato vita, vite, persone. E la persona vivente è sacra, non un’idea, un principio, ma quella persona lì, dal momento in cui è al mondo, è nel grembo della madre, finché è in questo tempo, proiettata non al nulla ma a quell’eternità che è il dono beato che ci viene fatto”. Un’eternità che non inizia “dopo”, ma di cui si può fare esperienza quando cogliamo l’appello che ci viene “da quella vita, da quel vivente reale, con una storia, che ti interpella: lì c’è una relazione tra persone che non si lasciano da sole, che sanno custodire anche solo una fiammella preziosa di bene e sono sollecite per permettere che non si spenga, che sia custodita e possa illuminare”.

Ecco l’importanza della preghiera. “Abbiamo ascoltato dalle testimonianze quanto è importante sentire che c’è qualcuno che prega per noi quando abbiamo bisogno – ha aggiunto il Vescovo -, sapere che c’è qualcuno che si gioca la propria relazione con Dio spendendo il nostro nome. E quanto è importante, per noi, poterlo fare per qualcun altro, dire tutto il desiderio di vita che abbiamo per quella persona, dicendone il nome, ricordandone il volto, la storia davanti al Signore della vita. “Fate come dirà”: e Lui dirà una parola buona, una parola di vita, di speranza, di coraggio. Questa preghiera, poi, raccoglie e convoglia tutta la forza che il Signore ci dona e di cui siamo capaci per occuparci di ogni vivente, senza disperare mai, senza dire che il compito è troppo grande; credendo che il Vivente, il Cristo è accanto a ciascuno e a ciascuna e apre gli orizzonti dell’esistenza, fino all’ampiezza eterna dell’amore del Padre, che invito noi tutti ad accogliere, a custodire, ad accudire, nella preghiera di ciascuno qui e con tutti quelli che in questa preghiera trovano spazio, e con tutte le fatiche, le fragilità, le concrete esistenze che sono amate. Se noi ci affidiamo a questo amore, senza riserve, faremo cose grandi, e il Vivente sarà presente, vivo, ci aiuterà, ci aiuteremo, vivremo in questa meravigliosa cura. E la croce, segno di amore, sarà la generazione dell’amore risorto, qui, tra di noi e per l’eternità”.

Con la celebrazione di venerdì sera si è aperta anche la preparazione al 10° incontro mondiale delle famiglie dal titolo: “L’amore familiare, vocazione e via di santità”, che si terrà il 26 giugno.
Al termine della veglia il Vescovo ha consegnato tre copie dell’icona dell’incontro, scritta per l’occasione da p. Marko Rupnik, ad altrettante famiglie che, uscendo dalla chiesa in tre direzioni diverse, hanno dato inizio al percorso che raggiungerà tutte le Collaborazione pastorali (Copas) della Diocesi fino a domenica 26 giugno, giorno della celebrazione diocesana col Vescovo a Treviso.
A ciascuno dei presenti, infine, è stata donata una piccola riproduzione dell’icona stessa.