Author: acecchin

Il repertorio corale per la liturgia al centro di un convegno nel 150° della nascita di Perosi

«Il volto della Chiesa… quello di un grande coro» (Paolo VI – Udienza generale 3 novembre 1971). Una delle affermazioni conclusive della stimolante e intensa relazione del M° Gianmartino Durighello, descrive bene l’esperienza dei numerosi partecipanti al Convegno di domenica 12 febbraio. Essere “un Coro” che non solo prova ed esegue i canti, ma che cerca le motivazioni del proprio servizio e le modalità per qualificarlo. Essere un “volto di Chiesa” che cammina dietro al Signore, insieme alla propria comunità.

Proprio come un Coro ha tante voci, così le diverse ministerialità (direttori di coro, organisti, operatori musicali, coristi) si sono trovati, in occasione del 150° anniversario della nascita di don Lorenzo Perosi, intorno a un interessante e delicato tema: il compito del Coro nella liturgia, il “posto” del repertorio corale della tradizione e contemporaneo nella Celebrazione liturgica oggi, il compito del Direttore di Coro e del musicista a servizio della preghiera della comunità.

Il Convegno, che ha potuto godere della presenza del nostro vescovo Michele Tomasi, ha voluto riprendere il tradizionale appuntamento diocesano per gli operatori musicali dopo il faticoso tempo della pandemia, offrendosi come momento formativo e occasione per rinsaldare i legami di amicizia e collaborazione.

Il pomeriggio si è strutturato in due tempi: la Conferenza in Sala Longhin del Seminario e il Concerto del Coro Kairos Vox in Cattedrale. La conferenza dal titolo “Spunti di riflessione sul repertorio corale per la liturgia”, ha preso le mosse dalla necessità di recuperare il concetto di Assemblea, erroneamente identificato con il solo popolo dei fedeli, separato dai ministri.

L’assemblea “una” – ha spiegato G. Durighello – nella sua dinamica ricchezza di carismi e ministeri è la realtà dei convocati “in Unum”, quale corpo mistico di Cristo.

Questa unità e ricchezza trova la sua dimensione più efficace nel Dialogo. Il Coro, come parte dell’“Unum” dell’assemblea, ha quindi un suo specifico compito ministeriale a servizio dell’unità della stessa: attraverso le parti sue proprie, l’essere elemento motore e guida del canto del popolo, l’essere parte del dialogo e dell’alternatim.

Riguardo a don L. Perosi il relatore ha richiamato la solida formazione alla scuola del Gregoriano e della polifonia cinquecentesca, e sul repertorio musicale ha precisato che i Mottetti possono trovare un opportuno impiego nella liturgia di oggi; mentre altre opere come le Messe o i Responsori, nate per un contesto rituale diverso (che è bene non vadano perse!), possono essere valorizzate nei Concerti spirituali, nelle Devozioni, ecc.

La parte conclusiva della conferenza è stata contrappuntata da esempi musicali – eseguiti da alcuni cantori del Kairos Vox – di composizioni, adatte al Dialogo in italiano, di autori coevi a Perosi (O. Ravanello, L. Bottazzo) e di autori contemporanei (M. Pozzobon, G. Liberto).

Il M° Gianmartino ha concluso richiamando il compito dei compositori per la liturgia di realizzare, ove richiesto dal rito, il Dialogo come motore della partecipazione di tutti all’Unum, e di cercare il Suono in cui tutti possano riconoscersi, e riconoscersi nel sacro.

Il vescovo Michele Tomasi ha raccolto in particolare due espressioni: Insieme e Dialogo. Esperienze da vivere non solo all’interno del Coro, ma tra tutti i ministeri nella Celebrazione che «va pensata e amata, in anticipo, insieme». E se la liturgia è Culmen et Fons significa che va cercato e trovato «insieme un dialogo tra tutte le componenti della comunità (gruppo missionario, catechisti, Caritas…)». Mons. Tomasi si è collegato ai temi della sua ultima Lettera pastorale: ascolto e silenzio: «Più lascio spazio all’altro, più ci incontriamo, e se c’è silenzio che accoglie, nel silenzio può risuonare la Parola e la musica. Per questo – ha continuato il Vescovo – vanno recuperati e valorizzati i tempi di silenzio previsti dal Messale (es. tra le Letture, dopo la Comunione, ecc.)». Con una simpatica battuta conclusiva il Vescovo, richiamando la lettera ai Corinzi proclamata durante la preghiera iniziale, ha detto che «“la Lettera di San Paolo ai Coristi” è ancora da scrivere!».  I partecipanti si sono recati poi in Cattedrale di Treviso per la seconda parte del Convegno. Il Coro Kairos Vox, diretto dal M° A. Pelosin, ha proposto un programma strutturato in due macro-sezioni. Nella prima parte è stata eseguita una selezione di mottetti adatti all’uso liturgico di Perosi, tratte dalle Melodie sacre, e di altri autori contemporanei, tra cui R. Brisotto e G. Durighello. Il loro linguaggio musicale, per il risalto al testo e il particolare colore sonoro, consentono all’assemblea di partecipare e pregare attraverso l’ascolto. Nella seconda parte è stato offerto un omaggio al maestro tortonese con l’esecuzione della Missa Benedicamus Domino e del celebre Magnificat. Il M° M. Favotto ha eseguito brani organistici di M. E. Bossi, O. Ravanello e dello stesso Perosi. L’interpretazione fresca e intensa dei giovani musicisti ha coinvolto profondamente il pubblico che aveva riempito la Cattedrale, facendo gustare il valore dell’ascolto e della meditazione attraverso la musica e aiutando a comprendere l’intento profondo di Perosi nel comporre: «Un sol pensiero signoreggia nella mia mente, riscalda il mio cuore, accende la mia fantasia e mi risuona dolcissimo nell’anima: Gesù Cristo. Gli uomini del mio tempo non vogliono leggere il Vangelo: io li costringerò ad ascoltarlo in musica». Il vescovo Michele ha concluso ringraziando i presenti per il servizio nei Cori, svolto con impegno e competenza e ha invitato a custodire il silenzio e la contemplazione. «L’assemblea è colma di bellezza, di giustizia e di pace perché radicata nella fede in Gesù Cristo».

(sorella Monica Marighetto, Ufficio liturgico diocesano)

N.B. Nei prossimi giorni sarà possibile scaricare da questo sito la conferenza: “Da Perosi ai giorni nostri. Spunti di riflessione sul repertorio corale per la liturgia”

 

Lorenzo Perosi e le sue relazioni con la diocesi di Treviso: piccola mostra in portineria del Seminario

Non molti sanno che don Lorenzo Perosi (1872-1956) ebbe diversi contatti con persone e luoghi della diocesi di Treviso, sia durante il periodo in cui fu maestro della Cappella marciana a Venezia (1894-1898) sia da direttore della Cappella musicale pontificia Sistina a Roma.

Fu a Cornuda nel 1895 per il primo convegno diocesano di musica sacra, negli anni successivi collaudò i nuovi organi delle chiese di Asolo, Santa Cristina e Padernello.

Nel 1904 diresse l’Oratorio da lui composto «La Resurrezione di Cristo» nella chiesa di san Nicolò, suscitando grande interesse e ammirazione anche fuori Treviso.

Nell’atrio della portineria del Seminario si possono trovare, per tutto il mese di marzo, diverse testimonianze che raccontano queste vicende. Foto, documenti autografi, articoli della “Vita del popolo” e di altri giornali, oggetti personali del maestro e partiture.

I reperti, custoditi nella biblioteca, nella fototeca del Seminario, in Istituto di Musica Sacra e negli archivi di alcune parrocchie, ci testimoniano la fervente attività musicale presente in quegli anni in Diocesi, germoglio di quel movimento che sboccerà a partire dal 1903 col Motu proprio “Tra le sollecitudini” di papa Pio X sulla musica sacra.

È possibile scaricare nella sezione “Pubblicazioni” del sito dell’Istituto di Musica Sacra un opuscolo redatto nel 1957 che racconta in modo dettagliato questi avvenimenti.

Don Stefano Tempesta, Istituto diocesano di Musica Sacra

Aperto in Diocesi il percorso del Sinodo: l’invito del Vescovo a camminare nella luce, a guardare e ad ascoltarci, per poter narrare insieme come viviamo il nostro essere Chiesa

Un invito a camminare insieme, tutti i battezzati, in ascolto della Parola e della vita, vivendo nella luce e portando la luce ai nostri compagni di strada, lasciandoci guidare dallo Spirito Santo, perché “se gli lasciamo spazio, se gli doniamo tempo Lui ci parla, ci indica la strada”. E’ l’augurio del vescovo Michele espresso durante la celebrazione diocesana di apertura del Sinodo dei Vescovi e del Cammino sinodale della Chiesa italiana, domenica 17 ottobre, nel tempio di San Nicolò, a Treviso.

Una celebrazione iniziata alle porte della chiesa con la benedizione dell’acqua, il rinnovo delle promesse battesimali e il rito di aspersione dell’assemblea da parte dei diaconi. Poi la processione, preceduta dal libro del Vangelo, e con un’icona mariana, accompagnata dal canto della Litania dei santi.

La Parola dal Vangelo secondo Luca (8,16-21), centrata sulla luce e sull’ascolto, è stata al centro dell’omelia del vescovo Michele (qui sotto il testo integrale).

Poi l’invocazione dello Spirito, perché illumini e sostenga il cammino di rinnovamento della Chiesa, e le preghiere dei fedeli ispirate ai 10 nuclei tematici del Documento preparatorio del Sinodo.

Al termine, il Vescovo ha ricordato che “il processo di ascolto ci aiuterà ad incontrarci, a scoprirci fratelli e sorelle, a rinvigorire i motivi della nostra speranza. Tra oggi e aprile dell’anno prossimo faremo proposte per compiere serenamente questo processo di parola e di ascolto”. Mons. Tomasi ha anche annunciato che sarà il vicario per il coordinamento della Pastorale, mons. Mario Salviato, ad assumere il coordinamento del percorso, mentre Marialuisa Furlan, segretaria del Consiglio pastorale diocesano e Andrea Pozzobon, co-direttore dell’Ufficio per la pastorale della famiglia della Diocesi, saranno i referenti diocesani di questo cammino.

Dopo la benedizione, coloro che hanno portato le lampade, illuminate dalla Parola e dalla preghiera di tutta la comunità, sono usciti in processione, con le lampade accese, per significare, come ha ricordato il Vescovo, che “tutti insieme siamo chiamati a vivere della luce della Parola, della luce dell’amore di Dio, sulle nostre strade, nel nostro tempo”.

 

OMELIA DEL VESCOVO MICHELE TOMASI:

Abbiamo incominciato dalla memoria del Battesimo, oggi: là è la nostra origine, ciò che ci accomuna, il principio che ci salva.

Ricordo le parole che a questo proposito ci ha rivolto Papa Francesco nel discorso all’apertura del sinodo, sabato della settimana scorsa:

“La partecipazione è un’esigenza della fede battesimale. […] Se manca una reale partecipazione di tutto il Popolo di Dio, i discorsi sulla comunione rischiano di restare pie intenzioni. Su questo aspetto abbiamo fatto dei passi in avanti, ma si fa ancora una certa fatica e siamo costretti a registrare il disagio e la sofferenza di tanti operatori pastorali, degli organismi di partecipazione delle diocesi e delle parrocchie, delle donne che spesso sono ancora ai margini. Partecipare tutti: è un impegno ecclesiale irrinunciabile! Tutti battezzati, questa è la carta d’identità: il Battesimo”.

Camminiamo insieme.

Abbiamo poi invocato i santi, e molti tra loro hanno vissuto, lottato, amato in questa nostra terra, sono «santi di casa», veri compagni di strada: il cammino sinodale della chiesa non incomincia oggi, non è incominciato ieri: è il cammino del popolo che a partire da Gesù e gli apostoli ha attraversato i tempi e gli spazi della storia per arrivare a noi…la processione è lunga! E quante avventure affascinanti e appassionanti in quelle storie, evocate dai nomi dei fratelli e delle sorelle che ricordiamo ancora, perché in un modo o nell’altro la loro vita è stata una luce. Conoscendoli meglio potremo imparare molto.

Camminiamo insieme.

Abbiamo ascoltato la proclamazione della Parola di Dio. Quanta luce c’è in quanto ci viene donato e affidato. Quanta forza, quanta vita. Quanta energia di speranza e di futuro che aspetta solamente di essere vista, di essere accolta e riflessa e amplificata. Di diffondersi e di crescere. Quanti rischi, certo, ci aspettano nell’avventura umana vissuta negli orizzonti infiniti di un amore che ha forza di eternità, dono che non contempla riserve, ma anche quanta bellezza ed attrattiva contenute in una vita non scontata, non grigia, non banale. Quanta luce si diffonde se la mia lampada arde assieme alla tua, alla vostra, a quelle di tutti gli altri, compagni di strada.

Camminiamo insieme.

Guardate il potenziale di rinnovamento, di futuro: guardate che promessa di vita nuova, reale, concreta ci viene incontro per esempio nell’Eucaristia: nel momento più buio, quello dell’incomprensione, del tradimento e del rinnegamento, della fuga degli amici, della vergogna e del dolore, Gesù consegna ai suoi – a noi – un pane e un vino, la sua vita intera, presenza che supera ogni barriera, che nutre ogni progetto, che alimenta ogni speranza. Un pane e un vino che sanno di buono, che sanno di vita vera.

Il Beato Angelico, il grande artista del quattrocento che nella preghiera «vedeva» la Parola di Dio e in essa angeli e luce, e ci ha regalato la visione del suo ascolto in dipinti di bellezza commovente, ha detto un giorno che «L’oscurità del mondo è soltanto un’ombra. Dietro di essa e tuttavia alla nostra portata, si trova la gioia. In quest’oscurità ci sono uno splendore e una gioia ineffabili, se soltanto potessimo vederli».

Abbiamo forse neutralizzato questa carica, questa forza?

Quando abbiamo smesso di vedere ciò che ascoltavamo? Quando la nostra sordità ci ha reso ciechi?

Sterilizziamo  la forza del dono di Dio se smettiamo di vedere che la reale presenza di Cristo nel pane e nel vino è anche la sua presenza “quando due o tre sono riuniti nel suo nome”, e che quella presenza è la stessa che incontriamo nell’affamato, nell’assetato, nell’abbandonato, ogni volta che andiamo a prenderci cura dei suoi concreti e reali bisogni e lo incontriamo per amor suo, finendo per trovarci faccia a faccia con l’amore stesso, con Dio amore, bruciante più del roveto ardente o di ogni cuore innamorato.

Troppe volte ne abbiamo fatto un rito stanco, che non incuriosisce – almeno questo lo dovrebbe, ancora – chi ha sete di esperienze profonde ed autentiche, che non fa porre almeno una domanda ai giovani, che non dà sollievo almeno per un poco agli sconfitti ed ai colpiti dalla vita.

State attenti. Guardate come ascoltate! Ci ricorda il Signore Gesù.

Quando è stato l’ultima volta che ho avuto un tuffo al cuore ascoltando il racconto di un desiderio, di un bisogno, di una fatica, di una gioia?

Quando e dove si vede ancora che nella Chiesa stiamo ascoltando la Parola di Dio?

Se viviamo relazioni sincere tra noi e con gli altri, ce ne verranno donate sempre di nuove, se ci chiudiamo rimarremo isolati: “a chi ha sarà dato, e a chi non ha sarà tolto anche ciò che crede di avere”.

Ciò che crede di avere, capite? Anche le relazioni che già viviamo possono sempre essere più profonde, più autentiche; le nostre priorità potrebbero contribuire di più alla nostra vera umanizzazione: siamo sicuri che le nostre aspirazioni, i nostri obbiettivi personali e comunitari corrispondano davvero alla nostra vera realizzazione?

Se intorno vedo silenzio, solitudine, incomprensione, lotta e dissidio, indurimento su posizioni che non sanno più confrontarsi tra di loro, allora davvero mi viene tolto anche quello che ho, quello che credo di avere.

Abbiamo davvero smesso di guardare illuminati dalla Parola?

Non posso credere che i cristiani vogliano credere di più all’evidenza dell’oscurità piuttosto che alla bellezza della chiamata a diffondere nel mondo la luce di Dio!

Guardiamo bene, come ascoltiamo!

Torniamo allora a ricordare qual è stato il momento, quale la scintilla grazie alla quale siamo diventati, ad un certo punto, discepoli di Cristo e lo siamo rimasti nonostante tutto.

Cerchiamo nella nostra memoria i volti, i nomi e le storie di tutti coloro che ci hanno aiutato in questo cammino, che hanno dato inizio a questa nostra storia, a coloro che abbiamo incontrato per strada, a coloro senza i quali non potremmo nemmeno immaginare di essere e rimanere cristiani.

Nell’estate dell’anno scorso mi era parso bene – in molte celebrazioni nelle parrocchie che ho avuto la grazia di vivere – di invitare con una certa urgenza i fedeli a ricordare il volto e il nome di chi sedeva prima della chiusura a causa della pandemia accanto a loro nella messa e per un motivo od un altro, non si era più incontrato al momento della riapertura e ad interpellarli, per quanto possibile: «dove sei, perché non ci sei più? Stai male, o non ti interessa più ciò che viviamo? Non posso vivere senza nemmeno provare a venirti a cercare».

Ripartiamo ancora da qui. E chiediamoci come potremo incontrare tutti coloro che ci piacerebbe avere con noi e che ci hanno lasciato, per i quali non siamo più interessanti, per i quali non siamo più una comunità alla cui vita valga la pena di partecipare.

Ripartiamo anche da coloro che non abbiamo mai raggiunto (è anche questo un volto della missione).

Pensiamo ai giovani.

Pensiamo al ruolo e allo spazio dato alle donne.

Al mondo della cultura, ai tanti che con il lavoro si impegnano alla costruzione di questo nostro mondo.

Pensiamo ai poveri: sono una categoria sociologica, un problema, un fastidio? Mi viene in mente il volto di qualcuno in particolare, se penso «ai poveri»? Mi viene in mente un nome? Anche questo è ascolto, anche questo è stare attenti e guardare come ascoltiamo.

Fra poco invocheremo lo Spirito Santo: non è una preghiera qualunque, o un atto formale. È lo Spirito di Dio, lo Spirito che è Dio a illuminarci, a parlarci, ad allargare i nostri orizzonti. È lo Spirito di Dio, il respiro di Dio, il vero soggetto del Sinodo. Se gli lasciamo spazio, se gli doniamo tempo Lui ci parla, Lui ci indica la strada. Lui sarà presente ogni volta che qualcuno prenderà la parola e qualcun altro sarà là ad ascoltare, a lasciarsi toccare e trasformare. Lui sarà soffio di vita e di novità ogni volta che daremo spazio alle questioni che più ci toccano e ci preoccupano, ci muovono e ci interessano, e sapremo credere che proprio là la Parola ci chiede di prendere posizione. Là essa illumina i nostri passi, ci permette di scorgere lo sguardo di fratelli e sorelle, e di vincere le mille paure che ci legano e tentano di bloccarci.

Prendiamoci cura gli uni degli altri. Rendiamo «spirituale» il nostro tempo assumendone con amore tutta la carne, tutta la concretezza.

Lo Spirito di tenerezza ci accoglie e ci ama tutti interi, là dove siamo, così come siamo. Con la sua carezza ci incoraggia a crescere in umanità, in umanità fraterna.

Pregheremo di più quest’anno. Lo faremo insieme, in ascolto della Parola di Dio e della vita. Impareremo ad incontrarci in modo semplice, senza maschere e anche senza pretese eccessive.

Di fronte alle domande del tempo scopriremo la prospettiva esigente e liberante del Vangelo. Ciascuno imparerà che è possibile raggiungere la propria felicità solamente lottando per quella degli altri, e che vedrà curate le proprie ferite chinandosi su chi ha bisogno. Insieme ci verrà donato di essere luminosi, accoglienti, pacifici e forti. Diventeremo fratelli, sorelle e persino madri, generatori di vita nuova, ascoltando la voce di tutti.

Stiamo attenti, allora, guardiamo come ascoltiamo e vedremo realizzarsi ciò che abbiamo ascoltato.

 


Sinodo. Il Papa: “Partecipare tutti è un impegno ecclesiale irrinunciabile”

“Viviamo questo Sinodo nello spirito della preghiera che Gesù ha rivolto accoratamente al Padre per i suoi: ‘Perché tutti siano una sola cosa’. A questo siamo chiamati: all’unità, alla comunione, alla fraternità che nasce dal sentirci abbracciati dall’unico amore di Dio. Tutti, senza distinzioni, e noi Pastori in particolare”. È cominciato con questo invito, il discorso del Papa per il momento di riflessione del processo Sinodale “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione”, nell’Aula Nuova del Sinodo sabato 9 ottobre. “Siete venuti da tante strade e Chiese, ciascuno portando nel cuore domande e speranze, e sono certo che lo Spirito ci guiderà e ci darà la grazia di andare avanti insieme, di ascoltarci reciprocamente e di avviare un discernimento del nostro tempo, diventando solidali con le fatiche e i desideri dell’umanità”, il saluto iniziale del Santo Padre all’inizio della mattinata, che è iniziata con un lungo momento di preghiera in silenzio di tutti i presenti. “Nell’unico Popolo di Dio, perciò, camminiamo insieme, per fare l’esperienza di una Chiesa che riceve e vive il dono dell’unità e si apre alla voce dello Spirito”, l’esortazione di Francesco, che si è soffermato sulle tre parole-chiave del Sinodo: comunione, partecipazione, missione. “Comunione e missione sono espressioni teologiche che designano il mistero della Chiesa e di cui è bene fare memoria”, ha detto il Papa, ricordando che il Concilio Vaticano II “ha chiarito che la comunione esprime la natura stessa della Chiesa e, allo stesso tempo, ha affermato che la Chiesa ha ricevuto la missione di annunziare e instaurare in tutte le genti il regno di Cristo e di Dio, e di questo regno costituisce in terra il germe e l’inizio. Due parole attraverso cui la Chiesa contempla e imita la vita della Santissima Trinità, mistero di comunione ad intra e sorgente di missione ad extra”. “Dopo un tempo di riflessioni dottrinali, teologiche e pastorali che caratterizzarono la ricezione del Vaticano II, San Paolo VI volle condensare proprio in queste due parole – comunione e missione – le linee maestre, enunciate dal Concilio”, ha ricordato Francesco citando le parole di Papa Montini nell’Angelus dell’11 ottobre 1970.

“Partecipare tutti: è un impegno ecclesiale irrinunciabile!”. Con questo imperativo il Papa ha spiegato il significato della seconda parola chiave del Sinodo sulla sinodalità: partecipazione. “Chiudendo il Sinodo del 1985, a vent’anni dalla conclusione dell’assise conciliare, anche San Giovanni Paolo II volle ribadire che la natura della Chiesa è la koinonia”, ha ricordato Francesco: “da essa scaturisce la missione di essere segno di intima unione della famiglia umana con Dio”. “Comunione e missione rischiano di restare termini un po’ astratti se non si coltiva una prassi ecclesiale che esprima la concretezza della sinodalità in ogni passo del cammino e dell’operare, promuovendo il reale coinvolgimento di tutti e di ciascuno”, il monito del Papa, secondo il quale “celebrare un Sinodo è sempre bello e importante, ma è veramente proficuo se diventa espressione viva dell’essere Chiesa, di un agire caratterizzato da una partecipazione vera. E questo non per esigenze di stile, ma di fede”. “La partecipazione è un’esigenza della fede battesimale”, ha sottolineato Francesco citando San Paolo: “Il punto di partenza, nel corpo ecclesiale, è questo e nessun altro: il Battesimo. Da esso, nostra sorgente di vita, deriva l’uguale dignità dei figli di Dio, pur nella differenza di ministeri e carismi”. “Per questo, tutti sono chiamati a partecipare alla vita della Chiesa e alla sua missione”, l’appello del Papa: “Se manca una reale partecipazione di tutto il Popolo di Dio, i discorsi sulla comunione rischiano di restare pie intenzioni. Su questo aspetto abbiamo fatto dei passi in avanti, ma si fa ancora una certa fatica e siamo costretti a registrare il disagio e la sofferenza di tanti operatori pastorali, degli organismi di partecipazione delle diocesi e delle parrocchie, delle donne che spesso sono ancora ai margini. Partecipare tutti: è un impegno ecclesiale irrinunciabile!”.

Un’esperienza di bellezza gli incontri di “Chiese aperte per Dante”. A San Francesco il commento spirituale del Vescovo al canto XI del Paradiso

Una “esperienza di bellezza”: questo è stato domenica sera, 26 settembre, l’appuntamento con la cultura e la spiritualità nella Chiesa di San Francesco, a Treviso. Una serata dedicata a Dante Alighieri e a San Francesco d’Assisi, promossa nell’ambito di “Chiese aperte per Dante” a 700 anni dalla norte del grande poeta. Il giorno prima, sabato, c’è stato il successo delle letture dantesche tra musica (grazie al Conservatorio “Steffani” di Castelfranco Veneto) e arte a cura dei volontari di “Chiese aperte – Treviso”, che si sono svolte in cinque tra le più belle chiese cittadine, con la partecipazione di una cinquantina di persone ad ogni appuntamento. La domenica, poi, la lettura del “canto di Francesco” tratto dal canto XI del Paradiso. Dopo il saluto di don Paolo Barbisan, direttore dell’ufficio diocesano per i Beni culturali, l’introduzione alla serata dell’attore Davide Stefanato e la lettura del canto curata dall’attore Jgor Barbazza. A punteggiare la serata gli interventi di Kalicantus ensemble diretto dal maestro Stefano Trevisi, che ha illustrato ai presenti il percorso e il significato delle scelte musicali.

Il commento spirituale al canto XI del Paradiso era affidato al vescovo, Michele Tomasi, che non ha nascosto la sua commozione per essere tornato a parlare in pubblico dopo oltre tre mesi dal suo incidente.

Mons. Tomasi ha sottolineato la doppia “identità” di Dante, poeta e teologo, mettendo in luce l’unitarietà dei due aspetti, perché “bellezza e verità, ragione e sentimento, cielo e terra” non dovrebbero essere separati tra loro, perché “le separazioni feriscono il reale, e impediscono di vivere la vita come un cammino”.

Quel cammino – pellegrinaggio dell’esistenza che è il grande tema della Commedia dantesca, come “ricerca di ciò cui aspira il desiderio dell’uomo, ricerca della felicità”.

“Il poeta ci fa volare alto ma non ci rapisce lontano dalla nostra realtà. Egli ci dice, in fondo, che se gli umani non volano alto essi non volano affatto, si impantanano in cose vuote e alla fine sbattono a terra, rovinosamente. Per non “battere in basso l’ali” dobbiamo cercare sempre e comunque la prospettiva, le ragioni, l’evidenza e i sentimenti dell’amore. Quello pieno, definitivo, incondizionato. L’amore di Dio. L’amore che è Dio. L’amore di cui siamo impastati, grazie al quale e in vista del quale noi esistiamo” ha ricordato il Vescovo.

Mons. Tomasi ha tratteggiato la figura del santo di Assisi mettendo in luce la storia d’amore tra Francesco e Madonna Povertà. Povertà che è uno stile di vita per Francesco, a imitazione di Cristo. “Nei secoli intercorsi tra i due non si presentò nessuno che volesse in sposa la povertà. Nessuno riuscì ad imitare pienamente Cristo”. Un romanzo d’amore, quello di Francesco con la povertà, vissuto per amore del Signore, una vita che diventa attraente per altri, i suoi frati prima di tutto, in una corsa a imitare Francesco: “Nel bene possiamo gareggiare e vincere tutti, vincere insieme” ha ricordato il Vescovo.

Nella povertà Francesco dimostra la sua regalità. “Ecco il paradosso grande della legge della croce, il contenuto più profondo della sua «imitazione di Cristo» – ha ricordato mons. Tomasi – fino a ricevere le stimmate, i segni “crudi e gloriosi” della passione di Cristo. “Giunto ormai al cospetto di “sora nostra morte corporale” Francesco può, lui assolutamente povero, lasciare ai suoi l’eredità più ricca, Madonna povertà. Ancora una volta il paradosso della croce, il paradosso dell’amore”.

“Dante ha visto anche questo in San Francesco – ha concluso il Vescovo -, anche questo egli ha donato all’umanità con la sua penetrazione psicologica, il suo sguardo di fede, la sua poesia. E questo egli rilancia e consegna alla nostra vita, alla relazione con tutte le creature, ad ogni momento della nostra esistenza”.

Il commento spirituale del Vescovo al canto XI del Paradiso

 

 

 

 

 


“Chiese aperte per Dante”: l’omaggio della Diocesi a 700 anni dalla morte del poeta

Una “maratona” di letture dantesche tra poesia, musica e arte in sei tra le più belle chiese di Treviso: è l’iniziativa “Chiese aperte per Dante” che la Diocesi di Treviso, in collaborazione con la Città di Treviso e altre realtà culturali propone sabato 25 e domenica 26 settembre a 700 anni dalla morte del sommo poeta: l’omaggio della città e della diocesi all’autore della “Divina Commedia”.

Ad organizzare la “due giorni” i volontari di “Chiese aperte”, la realtà culturale nata nell’ambito dell’ufficio diocesano per i Beni culturali per valorizzare le chiese cittadine e le opere in esse custodite, che ogni domenica accoglie centinaia di persone alle quali illustra il patrimonio storico – artistico che esprime l’identità cristiana del territorio.

Sabato 25 alle ore 16, in contemporanea nelle chiese del Duomo, di sant’Agostino e nel tempio di San Nicolò, e alle ore 18 nelle chiese di San Vito – Santa Lucia e di San Gregorio, le letture dantesche curate dai volontari dell’associazione che in queste settimane sono stati preparati dall’attore Davide Stefanato, con interventi musicali di docenti e studenti del conservatorio Steffani di Castelfranco Veneto e la presentazione di un’opera d’arte legata al tema proposto. I brani della Commedia sono tratti da alcuni Canti di Paradiso, Purgatorio e Inferno. Venti le voci coinvolte.

Domenica 26, alle 20.30, nella chiesa di San Francesco, “Paradiso, XI – Canto di Francesco”, lettura del canto dedicato in gran parte al santo di Assisi, grazie all’elogio che ne fa il domenicano san Tommaso d’Aquino. Introduzione di Davide Stefanato, attore, mentre la voce recitante è di Jgor Barbazza, attore. Il vescovo di Treviso, mons. Michele Tomasi, proporrà un commento spirituale sul canto, mentre gli interventi musicali saranno a cura di Kalicantus Ensemble, diretto da Stefano Trevisi, che eseguirà laude del ‘300.

La chiesa di San Francesco ha un legame particolare con la famiglia Alighieri, poiché custodisce l’Arca sepolcrale di Pietro, figlio primogenito del poeta, giudice, poeta a sua volta e commentatore della Divina Commedia, che abitava a Verona e morì improvvisamente nel 1364, durante un suo soggiorno a Treviso.

Il progetto “Chiese aperte per Dante” è a cura di Livia Andrigo, direzione artistica di Davide Stefanato.

Info e prenotazioni: chieseapertetreviso@gmail.com, ingresso libero e gratuito fino ad esaurimento posti secondo la normativa anti Covid-19 per gli eventi del sabato; ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria per la domenica a San Francesco.

 


Cattedrale: al via il restauro dell’Annunciazione di Tiziano. Presentazione del progetto giovedì 3 giugno

Giovedì 3 giugno 2021, alle ore 19, nella cattedrale di Treviso si terrà la presentazione al pubblico dell’avvio dei lavori di restauro dell’Annunciazione di Tiziano presente nella cappella Malchiostro della cattedrale.

Si tratta di un dipinto a olio su tavola di Tiziano Vecellio, databile intorno al 1520, il cui restauro sarà sostenuto da “Save Venice Inc”, in collaborazione con la Diocesi di Treviso.

Presenta e introduce: don Paolo Barbisan, direttore dell’ufficio diocesano per i Beni culturali.

Intervengono:

  • Michele Tomasi, vescovo di Treviso
  • Mario Conte, sindaco della città di Treviso
  • Fabrizio Magani, Soprintendente (Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso)
  • Enrico Dal Pozzolo, storico dell’Arte, curatore della mostra “Tiziano e i suoi”
  • Alberto Nardi, vicepresidente di “Save Venice”

“Save Venice” è un’organizzazione statunitense non-profit, dedita da 50 anni ad attività di conservazione e restauro di opere d’arte e di architetture della città di Venezia, che ora volge il proprio sguardo e il proprio impegno anche a Treviso. Nata in risposta alla tragica alluvione del 1966, Save Venice Inc. conta oggi oltre 750 progetti intrapresi e più di 1.000 beni artistici restaurati (dipinti, statue, arazzi, pergamene etc.).

La presentazione in cattedrale si terrà nel rispetto delle misure anticovid (igienizzazione all’ingresso, mascherina e distanziamento)

Chiamati alla pienezza di vita: il Messaggio del Vescovo per la Giornata delle vocazioni

Ogni momento importante nella vita di una persona è vissuto come risposta a un appello, a una voce che chiama.

Perché hai fatto quella scelta? Pensi davvero di aver prima calcolato tutte le possibili alternative e di aver deciso quale sia alla fine la più conveniente, forse anche la più promettente?

O invece pensi che sia stato solamente un caso che tu ti trovassi proprio là e in quel momento, quando hai scoperto quella possibilità che hai poi realizzato? E ancora, perché hai deciso di vivere proprio quella, e non hai aspettato invece che il tempo ti portasse altre alternative che, forse, avrebbero potuto essere maggiormente allettanti?

Se qualcosa ti piace, se qualcosa ha attirato la tua attenzione vuol dire che questa realtà ti sta chiamando.

Se pensi di dover fare qualcosa che magari non ti piace, ma senti di doverla fare: ecco – appunto – stai «sentendo» di doverla fare. Stai ascoltando una voce, magari non fatta di suoni, ma che ciononostante parla, e continua a farsi sentire finché non le hai dato una risposta. È la coscienza, questa, che parla, che si appella alla tua libertà e responsabilità, che ti chiama. E in ogni piccola e apparentemente insignificante chiamata (a scegliere, a fare, a mettere in qualche modo in moto la volontà) c’è sempre un appello più profondo e più pressante, più sfumato, più antico, più potente.

Molte chiamate si fanno sentire oggi in forma di nostalgia di un tempo «prima della pandemia», o nell’attesa di un tempo in cui ci si potrà rivedere con più naturalezza, in cui legami interrotti potranno riannodarsi e si potrà parlare di nuovo la lingua tanto desiderata dell’immediatezza. Al fondo di questi appelli così impellenti c’è però una richiesta, la chiamata a una vita più autentica, che mostri più chiaramente la sua sensatezza di quanto non sembri poter fare questa esistenza reclusa, limitata, frammentata. È la chiamata, in fondo, alla pienezza di vita, alla felicità.

Ma è davvero lecito parlare di felicità in questo tempo? È giusto parlarne in tempi precari, ancora tutto sommato di emergenza, sicuramente incerti e indecisi?

Sì, lo è. Anche in questo tempo. Forse soprattutto in questo tempo, in cui la mancanza di tante caratteristiche di ciò che consideriamo una «vita normale» ci sfida – e cioè ci interpella, ci chiama – a non fermarci in superficie. Sappiamo, infatti, che anche se riuscissimo a tornare a un livello precedente, «come se nulla fosse stato», probabilmente dopo un primo momento di sollievo la soluzione non ci basterebbe, e saremmo ancora inquieti. Proprio in questo tempo di fatica sentiamo – ecco, ancora una volta una chiamata, una vocazione – che vale la pena di impegnarci solamente per i grandi sogni, per le relazioni vere, per le realtà sostanziose che restano. Sentiamo chiaramente che non possiamo buttare tempo ed energia per cose che sono magari buone, ma che non danno colore e peso alla vita. È la vita intera che viene interpellata. È il significato della vita, la sua sostanza, ciò che di essa dura in eterno e vince il tempo, il dolore e la morte. Ne va davvero della vita.

Ciò che conta è che questo nostro tempo non vada sprecato in sterili attese, ma venga piuttosto impiegato nell’ascolto della più profonda delle voci che ci stanno chiamando. Tra tutte la più delicata, la più autentica, la più amica. L’unica, in fondo, necessaria. Quella che ci scalda il cuore quando la sentiamo rivolta personalmente a noi mentre sa leggere la vita che ci è data insieme alle promesse delle Scritture sante. Quella che continua a dirci che è possibile un’umanità piena, fatta di relazioni autentiche e profonde, di amicizia vera, di cura reciproca. Quella che ci assicura che nulla di ciò che ci fa respirare e sorridere andrà perduto, e che tutto invece ha un senso vero, buono e bello. Quella che ci assicura che è possibile, desiderabile e sensato donare la propria vita a Dio e ai fratelli.

Non è necessario un collegamento on-line per sentire questa voce, né qualche particolare accorgimento tecnico. Essa non è riservata a qualcuno in particolare e non richiede esercizi strani o impegnativi. È una voce che supera anche grandi distanze fisiche e che non viene imbrigliata e soffocata dalle mascherine.

Basta non fermarsi alla superficie e non accontentarsi di frasi fatte, di slogan alla moda. Basta essere attenti. E basta fare attenzione ai particolari:

“Ricordiamo come Gesù invitava i suoi discepoli a fare attenzione ai particolari.
Il piccolo particolare che si stava esaurendo il vino in una festa.
Il piccolo particolare che mancava una pecora.
Il piccolo particolare della vedova che offrì le sue due monetine.
Il piccolo particolare di avere olio di riserva per le lampade se lo sposo ritarda.
Il piccolo particolare di chiedere ai discepoli di vedere quanti pani avevano.
Il piccolo particolare di avere un fuocherello pronto e del pesce sulla griglia mentre aspettava i discepoli all’alba.

La comunità che custodisce i piccoli particolari dell’amore, dove i membri si prendono cura gli uni degli altri e costituiscono uno spazio aperto ed evangelizzatore, è luogo della presenza del Risorto che la va santificando secondo il progetto del Padre” (Papa Francesco, Gaudete et Exsultate, 144-145).

E tante risposte alla chiamata daranno corpo alla speranza.

+Michele, Vescovo


“Mettiamo l’amore di Gesù al centro e vedremo la forza della Risurrezione sprigionarsi nella vita quotidiana”: l’invito del Vescovo nella domenica delle Palme

Un invito ad accogliere ogni Eucaristia come “spreco di amore” per far rifiorire la vita in maniera insperata, ogni giorno. E’ stato il vescovo Michele Tomasi a rivolgerlo ai fedeli riuniti in cattedrale questa mattina per la celebrazione della Domenica delle Palme e della Passione del Signore.

Il Vescovo ha salutato i bambini presenti: “Che bello vedervi, voi siete qui oggi, e rappresentate tutti quelli che hanno riconosciuto Gesù al suo ingresso festoso. Rappresentate quelli che hanno capito ciò che non hanno capito tutti gli altri adulti. Continuate a voler bene a Gesù e a portare a tutti il sorriso e la gioia del vostro incontro con lui. Ne abbiamo bisogno, tanto”.

“Dopo aver accompagnato liturgicamente il Signore nel suo ingresso glorioso a Gerusalemme, subito ci è stata proclamata anche la Passione del Signore – ha sottolineato mons. Tomasi -. L’effimera accoglienza di un momento si fa rifiuto, ed è proprio il rifiuto che diviene luogo di rivelazione e di realizzazione piena dell’amore eterno di Dio, stabile per sempre. Gesù che svuota se stesso, fa spazio in sé all’universo intero e accetta per amore la morte, la morte di croce, è colui che in questo dono di amore viene glorificato con la Risurrezione e la pienezza di vita”.

“Solo se siamo così folli da mettere davvero l’amore di Gesù al centro di tutto nella nostra vita – ha ricordato il Vescovo – saremo in grado di vedere la forza di risurrezione che si sprigiona nelle pieghe della nostra vita quotidiana concreta, oggi, in questo tempo confuso e sfiduciato; oggi, nelle nostre domande di senso, nelle nostre incertezze, nelle nostre paure, nelle grandi questioni cui facciamo fatica a rispondere nel tempo sfibrante della pandemia”. Un amore smisurato, uno “spreco di amore” come quello della donna di Betania che, mentre Gesù è a tavola, rompe un vaso prezioso di alabastro e versa sul capo del maestro un profumo di puro nardo altrettanto prezioso. Un episodio che è “la vera introduzione alla Passione e alla Risurrezione”.

“Nessuno dei presenti capisce il gesto, tutti protestano per lo spreco – ha sottolineato mons. Tomasi -. Ma di questo gesto Gesù fa subito Vangelo da proclamare sempre e ovunque “in ricordo di lei”. Ecco un gesto da perpetuare, in memoria di Lui: anche questo, come quello del pane e del vino, si fa Eucaristia. L’unzione per la sepoltura diventa la consacrazione per la vita, lo spreco di amore di una donna è l’unico gesto che sa far balenare la novità della Risurrezione di Gesù: soltanto un amore che non calcola e che vive quasi di eccesso sa vedere l’amore infinito di Dio in quel Maestro che gli altri non sono ancora stati capaci di comprendere”.

“Fratelli e sorelle, abbandoniamo tutti i calcoli, anche quelli ragionevoli e assennati, che definiscono le nostre esistenze – l’invito del Vescovo – ma che imbrigliano le nostre energie individuali e sociali; siamo così folli da mettere davvero l’amore di Gesù al centro di tutto nella nostra vita – al centro vero: soltanto così saremo in grado di vedere la forza di risurrezione che si sprigiona nelle pieghe della nostra vita quotidiana”.


Nella Casa del clero il giuramento di mons. Cevolotto, vescovo eletto di Piacenza – Bobbio

Nel giorno della festa della Natività della Vergine Maria, mons. Adriano Cevolotto, vescovo eletto di Piacenza – Bobbio, ha pronunciato il suo giuramento di fedeltà alla Sede Apostolica prima dell’ordinazione episcopale, preceduto dalla professione di fede.
Si tratta di un atto previsto dal diritto canonico in vista dell’inizio del nuovo servizio da vescovo. Nel testo, il vescovo eletto dichiara la propria fedeltà al Papa, alla Chiesa e l’impegno a svolgere il suo servizio a fianco della comunità. Erano presenti come testimoni mons. Mauro Motterlini, presidente del Capitolo della Cattedrale, e mons. Maurizio De Pieri, direttore della Casa del clero.
Una cerimonia semplice, vissuta dopo la messa, concelebrata con il vescovo Michele Tomasi, il cancelliere, mons. Fabio Franchetto, il vicario per la Pastorale, mons. Mario Salviato e molti altri sacerdoti, nella cappella della Casa del clero diocesana. Particolare il luogo dove mons. Cevolotto ha voluto vivere questo momento: nella Casa che accoglie tanti sacerdoti anziani, dove “è raccolta la testimonianza di fede e presbiterale della nostra diocesi – ha detto mons. Cevolotto nell’omelia -. Qui c’è una parte della mia genealogia presbiterale. Quello che sono è debitore di una storia della quale voi siete una parte importante: qui c’è chi mi ha portato in Seminario (don Giuseppe Rizzo), c’è il rettore con il quale sono diventato prete (don Cleto Bedin), e poi alcuni professori e molti preti che ho incontrato e che mi hanno testimoniato la cura pastorale, la fede, la carità, la missione. Vi sento parte del mio cammino e della mia storia”.
Commentando il Vangelo del giorno, mons. Cevolotto ha sottolineato come ogni storia sia riassunta dal verbo “generare”. “Quello che rimane, che fa storia, è generare, dare vita a qualcosa di nuovo che è tuo ma che alla fine non ti appartiene, che, come un figlio per un genitore, ha una sua storia, anche se è generato dalla tua fede, dal tuo amore, dalla tua carità”. Come il mistero della salvezza, il compimento di questa storia – ha ricordato – avviene dentro un intreccio di fedeltà e di infedeltà, in una storia in cui Dio mette insieme trame diverse, ma è sempre lui il protagonista del nostro generare, della nostra fecondità. Sul modello di Giuseppe, allora, è possibile “metterci al servizio della vita che Dio genera nello Spirito Santo in noi e negli altri, entrando così in una paternità diversa: è ciò che ci è chiesto, che ci è affidato, che ci è donato. Essere padri perché ri-conoscenti, cioè capaci di riconoscere quanto Dio continua ad operare per la salvezza. «Non temere!» è l’invito che il Signore rivolge a Giuseppe, quando gli chiede di prendersi cura di Maria e del figlio che porta in grembo. Un invito che il Signore rivolge anche a me oggi, a noi, perché, nel prendere con noi il mistero di amore di Dio, ci permette di entrare nel compimento del mistero di Dio nella storia. «Non avere paura!» ci dice, anche se può sorprendere quello che Dio ci chiede, scombinando i nostri progetti. Oggi posso pronunciare il giuramento di fedeltà in forza di quella professione di fede nel Dio di ciascuno di voi e di coloro che mi hanno testimoniato, come voi, che veramente Dio è fedele e che ogni nostra fedeltà è unita alla sua ed è condizionata alla sua fedeltà di amore”.
Il vescovo Michele, rivolgendosi a mons. Cevolotto, gli ha ricordato che il giuramento di fedeltà è “la conferma di una promessa, la riconferma di un vincolo che vivi già, ma che ora diventa più esplicito, con il Santo Padre e, attraverso lui, con la Chiesa universale: ci stai facendo un bel regalo di ecclesialità”. Il Vescovo si è detto fiero di essere chiamato a testimoniare che “tu sei un uomo di fede, di comunione” e che “possiamo accompagnarti nella gioia di essere vescovo, guida fedele e lieta di una Chiesa in comunione con tutte le Chiese”.


Solennità dell’Assunta: sabato 15 la messa presieduta dal Vescovo e dono del cero da parte del Comune alla Madonna Granda

Sabato 15 agosto 2020, alle ore 10, nella chiesa di Santa Maria Maggiore, a Treviso, si terrà la Celebrazione eucaristica nella solennità dell’Assunzione di Maria, presieduta dal vescovo di Treviso, mons. Michele Tomasi.

Nell’occasione si terrà la tradizionale consegna del cero da parte del sindaco di Treviso, Mario Conte. Si ripete anche quest’anno l’omaggio della Città alla Madonna Granda, un gesto nato nel 1300 quale atto di ringraziamento per una contesa di proprietà risolta con le armi a favore di Treviso e, successivamente, per l’insurrezione che depose il responsabile del governo della città, il quale aveva assunto verso i cittadini lo stile del tiranno. Era questa la motivazione di una delibera dell’Assemblea comunale trevigiana che istituì la tradizione annuale del dono del cero.

La celebrazione si svolgerà nel rispetto delle norme anti-covid. Per agevolare la partecipazione, i Padri Somaschi accoglieranno i fedeli anche nel chiostro interno, attrezzato con un collegamento video.