A Badoere, Don Maurizio Boa, missionario in Sierra Leone, ha festeggiato il cinquantesimo di ordinazione

E’ stata l’occasione per condividere la sua lunga esperienza missionaria, in particolare a favore dei bambini soldato mutilati.

(dal settimanale diocesano La Vita del Popolo)

Don Mario Basso, parroco di Badoere, ha invitato don Maurizio Boa, missionario dei Giuseppini del Murialdo, a festeggiare i suoi 50 anni di sacerdozio nel suo paese natale, con parenti e compaesani.
Domenica 5 marzo scorso, alla messa, concelebrata dal parroco e dal parroco emerito, don Ivone Alessio, la chiesa di Sant’Antonio era gremita di tante persone, amici e parenti: sei
fratelli, tra i quali una suora francescana, e un nutrito gruppo di
cugini e nipoti, giunti un po’ da tutta la diocesi trevigiana per festeggiare questa lieta ricorrenza.
C’erano i suoi ex alunni del Turazza di Treviso, dove aveva iniziato il suo ministero, amici da Padova che aveva aiutato ad
uscire dalla schiavitù della droga col gruppo di accoglienza
creato da lui nella parrocchia di S. Pio X, alla Stanga, ma soprattutto si distinguevano gli amici ed i volontari dell’Africa.
L’esperienza più significativa del suo lungo ministero, infatti,
don Maurizio l’ha fatta nella missione dei Giuseppini in Sierra
Leone. E’ giunto in quel lontano Paese ai tempi di Ebola, terribile epidemia mortale, che ha colpito più volte la Sierra Leone e i Paesi dell’Africa centro-occidentale.
Più che a insegnare ha voluto dedicarsi a una coraggiosa e rischiosa missione. Con un’ambulanza di recupero, inviatagli dagli amici di Vicenza, trasportava nel “lebbrosario”, così era nominato un luogo isolato in mezzo alla foresta con qualche baracca in legno costruita alla meno peggio, gli ammalati, per allontanarli dalle famiglie ed evitare così ulteriori contagi.
Successivamente, durante la guerra dei diamanti insanguinati, altro flagello che ha colpito il Paese africano, don Maurizio si è esposto ancora di persona. Dei mercenari, armati da gente interessata, lottavano contro il Governo per impossessarsi del mercato di quella preziosa risorsa. I guerriglieri per convincere i giovani, talvolta ancora bambini di pochi anni, a combattere con loro, tagliavano con un colpo di machete una mano od un piede o anche tutti e due, a chi si rifiutava di combattere con loro. Da quel momento, e lo fa ancora, don Maurizio si è dedicato a contrastare questa barbarie e ad aiutare questi bambini, che nessuno voleva più, accogliendoli in alloggi, costruiti appositamente per loro, e preparandoli a un reinserimento sociale.
Iniziativa, questa, elogiata anche dalla trasmissione ella Rai Report, che lo ha intervistato la settimana scorsa.
“Il mio grazie sentito a tutti i presenti – ha detto don Boa -: ex alunni del Turazza, amici di San Nicolò, volontari della Sierra Leone,
il gruppo missionario di Spresiano, amici e benefattori di Padova, di Venezia, di Monastier, di tanti altri paesi del Veneto, sacerdoti
concelebranti, parenti e familiari… Una grande assemblea in comunione per dire grazie al Signore insieme a me. Sono grato a Lui per i 50 di vita pastorale vissuti dal primo all’ultimo giorno in pienezza”.
Ha rievocato la sua ordinazione, avvenuta a Viterbo il 17 marzo 1973, e le tappe del suo cammino sacerdotale prima della sua
partenza per l’Africa: Montecchio Maggiore, Padova, Treviso, Viterbo, dove è stato parroco, proprio quando pensava di essere
pronto per la missione. “Ho dovuto obbedire ai miei superiori: parroco a Viterbo. Anche lì, una bella esperienza: sempre in mezzo ai giovani, alle famiglie, alla gente”. E poi, l’Africa, e la prima messa a Waterloo, tra giovani amputati. “Sono rimasto in mezzo a loro per ridare loro dignità. L’hanno riconquistata, con l’aiuto di tutti voi, che ora siete qui a ringraziare con me il Signore”, ha concluso. (B.B.)