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La testimonianza delle nostre fidei donum Debora Niero e Germana Gallina: in Paraguay responsabili di due parrocchie

Quando 7 anni fa siamo partite dall’Italia per la missione in Paraguay, pensavamo di incontrare una Chiesa povera, che per questo necessitava di forze provenienti da una diocesi più “ricca”. Per certi aspetti, in quanto a risorse formative, economiche e a disponibilità di clero e di religiosi, questo è vero. All’inizio ci meravigliava la poca partecipazione all’Eucaristia o le riunioni con piccoli numeri, o la … Continua a leggere La testimonianza delle nostre fidei donum Debora Niero e Germana Gallina: in Paraguay responsabili di due parrocchie »

CI SCRIVE don Silvano Perissinotto, dal Ciad, con la sua decima “Lettre aux amis”

Carissime amiche, carissimi amici, come state?
Come vanno le cose in Italia?
Mentre si stanno avvicinando con velocità i giorni del mio rientro definitivo in Italia (sabato 5 novembre), mi sembra importante rendere grazie a Dio per questi quattro nuovi anni passati in Tchad, nel cuore dell’Africa sub-sahariana. E’ un grazie che vuole raccogliere volti, storie, persone e vita di qui ma anche dell’Italia, perché in un modo o nell’altro, siamo tutti interconnessi.
Il primo grazie a Dio è per la diocesi di Treviso che nella persona del nostro vescovo Michele e del consiglio presbiterale, ha deciso di continuare la collaborazione con la chiesa-sorella di Pala nei prossimi anni. E’ una scelta importante che interpella tutti anche quando siamo tentati di dire “ma c’è bisogno di preti anche qui da noi in Italia, perché inviarli in giro per il mondo?” L’esperienza della missio ad gentes può infatti aiutarci a capire che, sì, forse abbiamo bisogno anche di preti ma che soprattutto abbiamo bisogno di conversione, di convertirci al Vangelo di Gesù per testimoniare al mondo l’amore di Dio per gli uomini. Stare qui in Tchad, o in Paraguay, o in Brasile, forse potrebbe aiutarci a riscoprire il grande dono del battesimo per l’annuncio del Vangelo, là dove il Signore ci ha posti a vivere, qualsiasi sia la nostra vocazione o il nostro stato di vita. Inoltre il fatto concreto di toccare con mano la povertà e l’indigenza ci è d’aiuto per costruire una fraternità reale e non solo “romantica”, fatta solo di parole o di carità stantia. La mia gratitudine va a quanti in questi anni in vari modi hanno sostenuto la missione di Treviso in Tchad e continuano a farlo. Un grazie particolare e riconoscente va a don Mauro Fedato, don Mauro Montagner e don Riccardo De Biasi che rimangono nelle parrocchie di Fianga e di Séré per continuare la missione a servizio di questa chiesa locale. Il Signore li ricolmi dei suoi doni.
Il secondo grazie, speculare al primo, va al popolo tchadiano e alle persone incontrate qui durante i sedici anni e mezzo di vita missionaria. Ritorno in Italia consapevole che lo Spirito santo soffia davvero dove vuole e che sa suscitare nel cuore e nella vita delle persone scelte quotidiane di fede, di dedizione, di coraggio e di vera e gratuita carità. Vi chiedo di pregare per questo popolo e per questa terra perché la situazione che il Tchad sta vivendo non è per nulla facile. Come ben sapete nell’aprile del 2021 venne assassinato il presidente della repubblica e da quel momento è andata al potere una giunta militare con a capo uno dei suoi figli.
L’obiettivo di tale giunta è stato quello di accompagnare il paese lungo un periodo di transizione di 18 mesi che avrebbe dovuto finire in questo mese di ottobre. Un dialogo nazionale fra tutte le realtà che compongono il Tchad e le votazioni trasparenti erano fra gli obiettivi maggiori da perseguire in questo tempo di transizione. Il dialogo inclusivo nazionale è stato fatto e si è concluso verso la metà del mese di ottobre. Ma non ci saranno le elezioni promesse 18 mesi fa. La stessa assemblea del dialogo nazionale ha invitato la giunta militare a prolungare il periodo di transizione per altri due anni, mantenendo alla sua testa il figlio dell’ex presidente. Tale decisione non è piaciuta ad alcuni partiti di opposizione che avevano già deciso di non partecipare al suddetto dialogo inclusivo nazionale perché giudicato troppo di parte e con decisioni già prese a tavolino. Giovedì scorso – 20 ottobre – allo scadere dei 18 mesi previsti per andare al voto questi partiti di opposizione hanno indetto una manifestazione popolare per protestare contro questo stato di cose. Purtroppo però ci sono stati morti e feriti in almeno cinque grandi città del paese.
Governo e opposizione si lanciano reciprocamente le accuse di aver approfittato della situazione per far cadere il Tchad nel caos. Il governo accusa l’opposizione di aver organizzato un vero e Immagini degli scontri a N’Djamena di giovedì 20 ottobre scorso proprio colpo di stato e ha tacciato i leader di questi partiti di terrorismo, mentre l’opposizione accusa lo Stato di aver sparato in modo arbitrario verso la folla anche inviando militari vestiti in civile. Secondo il governo i morti sono stati 50 (tra i quali 15 militari) e 300 feriti. Secondo l’opposizione invece i morti sarebbero almeno 81 (qualcuno parla di 200) con 300/400 feriti. In questo momento nelle città dove sono state fatte le manifestazioni (N’Djamena, Moundou, Sarh, Doba e Koumra) vige il coprifuoco e vi è in atto una vera e propria “pulizia” nei confronti degli oppositori.
Il 20 ottobre don Riccardo ed io eravamo in capitale, a N’Djamena, perché il 21 abbiamo accolto due amici arrivati dall’Italia, e abbiamo sentito durante tutto il giorno il triste e drammatico rumore degli spari in lontananza. La cosa sorprendente è che il 21 siamo andati all’aeroporto senza nessun controllo da parte delle forze militari (gli scontri con morti e feriti sono avvenuti in un’altra parte della città) e il 22 ottobre siamo ritornati a Fianga senza nessun problema. La chiesa cattolica, invitata a far parte dell’assemblea del dialogo nazionale inclusivo, ad un certo momento – nella persona dei vescovi – ha deciso di farsi da parte giudicando anch’essa tale assemblea priva di trasparenza, con decisioni prese a priori e in assenza di un vero e proprio dialogo, sempre però disposta a cooperare e operando per la giustizia e la pace.
Qualche settimana fa sempre con don Riccardo, ci stavamo recando in città per fare delle spese. A poca distanza dalla missione abbiamo visto qualcuno per terra con un gruppo di persone attorno. Dico a don Riccardo di fermarsi, qualcuno avrebbe infatti avuto bisogno di essere portato in ospedale. Quel qualcuno era una donna che stava andando al mercato di Fianga provenendo da un piccolo villaggio – Folmaye – distante all’incirca otto chilometri. Era incinta, al nono mese.
Mentre mi avvicino al gruppo di persone (tutte donne), improvvisamente parte il vagito acuto e forte di un bambino.
Era la piccola appena venuta al mondo dal grembo di questa donna seduta per terra. Dopo aver capito che la piccola stava bene, ho chiesto se era necessario portarle all’ospedale. Il piccolo gruppo di donne anziane e giovani che si era formato, dopo breve consultazione ci ha detto “non è necessario, ce la sbrighiamo tra di noi”! Con i tessuti colorati con i quali si vestono (i famosi e coloratissimi ‘pagne’* africani) le donne hanno creato come un separé attorno alla donna (sempre seduta a terra) per creare un minimo di intimità, sono andate a cercare una lametta da rasoio, l’hanno purificata con un accendino, tagliato il cordone ombelicale e seppellito lì accanto la placenta.
Con don Riccardo siamo andati al mercato. Di ritorno, dopo circa trenta minuti, sullo stesso posto dove la donna ha dato alla luce una nuova vita, non c’era più nessuno. La neo mamma è ritornata verso casa (8 chilometri da rifare) probabilmente da sola o accompagnata da una moto.
Anche questa è l’Africa, il miracolo della vita nonostante e malgrado tutto.

A partire dal 5 novembre in poi ci vediamo in Italia.
Un abbraccio e a presto. don Silvano
Fianga, 30 ottobre 2022

* qui sotto un esempio fra i tantissimi e coloratissimi tessuti “pagne” utilizzati dalle donne africane, e non solo, per i
loro vestiti


CI SCRIVE P. Massimo Bolgan, da Salzano, missionario del PIME in Thailandia

Oggi giornata missionaria mondiale, il papa ci suggerisce questa frase di Gesù,  rivolta ai suoi discepoli appena prima di salire al Padre: “di me sarete testimoni”. È l’invio dei primi missionari, chiamati a testimoniare in tutto il mondo, con la loro vita, Gesù stesso. Non solo le sue parole, non solo quello che ha fatto, ma la sua presenza.
In questi giorni in Tailandia le scuole sono chiuse per le vacanze e molti dei miei bambini sono tornati dai loro parenti nelle baraccopoli. È una bella occasione anche per me per andarli a visitare e vederli nel loro ambiente, nelle loro case, con i loro familiari. Sono andato proprio ieri nella baraccopoli più grande, nella zona del porto di Bangkok, e mi ha riempito il cuore incontrare i miei bambini nella loro realtà, ai miei occhi povera, sporca, pericolosa, ma per loro luogo di famiglia dove giocare liberamente con gli amici.
Ho incontrato Noei e Nat, di sei e cinque anni, dalla nonna e poco dopo è arrivato il loro papà felicissimo di poterli abbracciare dopo tanto tempo. È uscito da poco di prigione per motivi di droga e non so per quanto tempo riuscirà e rimanerne fuori. La nonna non riesce a mantenere i nipotini e mi ha chiesto di prendere con me anche gli altri due fratellini più grandi.
In quel momento mi sentivo un pesce fuor d’acqua, uno straniero perso tra i vicoli di una baraccopoli di fronte a una nonna con quattro nipoti da sfamare, ma allo stesso tempo mi sentivo nel posto giusto perché non ero lì per me, per realizzare qualche mio progetto sociale, ma per rendere presente Lui proprio a quella povera famiglia in quella zona abbandonata di Bangkok.

Camminiamo assieme carissimi amici, sosteniamoci con la preghiera, affinché Gesù possa giungere in tutti i luoghi grazie al nostro essere missionari.

p.Massimo


LA TESTIMONIANZA di don Edy Savietto, nostro fidei donum inviato nella missione di Roraima, in Brasile

Sono don Edy Savietto e negli ultimi anni sono stato felicemente parroco ad Olmi e Cavriè; a gennaio 2023 partirò per il Brasile come Fidei Donum della diocesi di Treviso.

Quando il 5 luglio scorso il vescovo Michele mi ha chiamato per chiedermi gentilmente la disponibilità di partire per la missione in Brasile, ho avuto la profonda sensazione che qualcosa fosse andato al proprio posto.

Mio papà Antonio (Tony) prima di sposarsi con mia mamma Maria è stato per anni in missione con una associazione francese che curava progetti di sviluppo sociale nella Repubblica Centroafricana. A fronte di questo, assieme ai miei fratelli Oscar e Cristian, abbiamo sempre respirato a casa quest’aria che soffiava mondo, accoglienza, apertura, colori diversi, frati cappuccini, spazi più grandi, voglia di partire, scoprire e servire… Non so come dire, ma quando il vescovo Michele ha pronunciato la parola “Missione” è come se tutto questo avesse ripreso consistenza, sia ritornato in vita, che tutto aveva un senso, una direzione. Per questo la prima reazione è stata di immensa felicità perché non nego che, fin dall’ordinazione sacerdotale, il fatto di partire per la missione è stato sempre un desiderio profondo che ho manifestato più di una volta, ma che per varie ragioni non aveva avuto continuità, tanto che ad un certo punto l’avevo messo via senza tanti patemi. Invece ora mi trovo, a pochi mesi dalla partenza per il Brasile, consapevole di un dono enorme affidatomi dalla Chiesa. Sto per andare in una chiesa (Roraima) di cui non sapevo nemmeno l’esistenza; andrò a condividere la vita con un popolo che conoscevo soprattutto per il nome di alcuni calciatori famosi; sarò chiamato ad inserirmi in un contesto diverso e  carico di sfide e di tensioni, ma, come lascia intendere papa Francesco,  “specchio del nostro mondo” per le dinamiche che si vivono (il fenomeno migratorio specie proveniente dal Venezuela, incontro con i popoli nativi e il pluralismo culturale, le complesse questioni legate alla cura dell’ambiente e della foresta amazzonica con l’urgenza di una ecologia integrale, una evangelizzazione inculturata e il cammino di una chiesa con diversi volti e ministeri…).

Parto con tanta passione, ma soprattutto con la consapevolezza di mettermi alla scuola di chi incontrerò, nell’ascolto di questa cultura millenaria che nelle tribù degli Yanomani ancora parla di connessioni profonde con il creato, con la madre terra. Parto perché inviato con la Parola e la potenza della croce del Risorto. Parto sereno perché sarò assieme a Giorgio e Cristina e con don Mattia, il prete di Padova con cui vivrò, che è già lì da un anno e mi ha molto rassicurato. Sono felice perché avrò la possibilità di collaborare e di vivere con preti e laici di altre diocesi (Padova e Vicenza) nella consapevolezza di poter vivere uno stile di missione che dice “MAI PIU’ DA SOLI”. Per questo ringrazio di cuore la mia classe di ordinazione per le tante esperienze di fraternità vissute in questi anni che hanno allenato profondamente l’attitudine alla collaborazione e alla fraternità al di là delle circostanze.

La seconda reazione alla proposta del vescovo è stata invece opposta, ho subito pensato che avrei dovuto lasciare le parrocchie in cui da anni ho la fortuna enorme di vivere. Tanti volti, storie, esperienze, progetti, fatiche, gioie, di tutto e di più. Non so come ringraziare Dio per quanto ho ricevuto e mi è stato permesso di dare. A Olmi e Cavriè ho cominciato a comprendere cosa voglia dire paternità.  Non è facile lasciare per partire, ma ho sempre detto SI’ alle chiamate che attraverso il vescovo, la Chiesa mi ha proposto e questo mi ha permesso di incontrare meraviglia su meraviglia nella consapevolezza che tutto è Dono.

Parto da questo punto di vista triste per dover lasciare Olmi Cavriè, ma consapevole di aver incontrato due comunità pazzesche, cariche di carismi e di voglia di essere comunità, con i propri difetti e mancanze ma dove abbiamo tentato di vivere il Vangelo dell’Accoglienza e del Servizio. Parto proprio perché sono stato a Cavriè e Olmi e tutto quanto abbiamo condiviso assaporava già di pane e missione in loco.

Sono don Edy Savietto, un privilegiato, e spero di non sprecare questo tesoro di poter partire per la missione e di poterlo condividere con tutto me stesso. Parto per il Brasile ma non partirò da solo, andrò con tutti e tutto ciò che in questi anni di ministero mi è entrato nella carne, nel cuore, nella testa e nell’animo, per questo parto forte ed entusiasta.

(Don Edy)


CI SCRIVE Monica Colla, originaria di Maser, volontaria in Centrafrica con le Suore del Bambin Gesù

Sono Monica, ho 44 anni, sono nata e cresciuta a Maser e ho sempre avuto nel cuore la passione per la missione poi maturata con gli incontri alla Rocca di Cornuda tenuti dalle Suore dell’immacolata, e alcuni viaggi in missione prevalentemente in Africa. È stata nel lontano 2003 la mia prima partenza per la missione di due anni e poi altri sette in Camerun; infine nel 2011 in Repubblica Centrafricana, dove ancora oggi mi trovo. Qui collaboro con le Suore della Provvidenza del Bambin Gesù nel campo educativo, nella formazione dei maestri e gestione delle scuole. In quest’ultimo anno abbiamo anche aperto corsi di alfabetizzazione per adulti che non hanno avuto la possibilità di andare a scuola a causa dei molti anni di conflitto che ha attraversato il Paese.

L’AMORE RICEVUTO È DA RIDONARE E TESTIMONIARE.
Essere in missione per me è contraccambiare quell’amore che ho ricevuto nell’ambito familiare e nella mia comunità cristiana in Italia, dove ho vissuto i valori della solidarietà e dell’impegno per gli altri nel nome di Gesù che per primo ci ha dato l’esempio. Anch’io nel mio piccolo vorrei portare amore e attenzione a quelle persone che magari non hanno avuto la possibilità di avere quello che ho avuto io, solo perché nate nella parte povera del mondo.

La mia attività in Repubblica Centrafricana è iniziata nel 2011 e assieme ad un’equipe di insegnanti abbiamo aperto una scuola di formazione per maestri di scuola materna e primaria, voluta dalla conferenza Episcopale Centrafricana. Nel 2013 durante il colpo di stato ho collaborando con le suore della Provvidenza per accogliere all’interno degli spazi della missione, centinaia e centinaia di profughi interni, che scappavano dai quartieri più insicuri, per ben 2 anni abbiamo gestito uno dei 67 campi profughi presenti nella capitale, che ospitava 1.500 persone. Abbiamo anche organizzato delle scuole di fortuna nei campi profughi, con l’aiuto degli studenti della scuola dei maestri, che sono durate sino a quando sono stati smantellati i campi e le famiglie sono ritornate nei quartieri e hanno ricominciato a ricostruire le loro case distrutte. Queste attività con i bambini erano finalizzate a far uscire il vissuto di guerra e di violenza che i bambini continuavano a vedere durante il conflitto. Ritornata la normalità, siamo ripartiti con ancora più entusiasmo e abbiamo accettato la sfida di riportare a una vita normale i tanti bambini che avevano vissuto questa ennesima guerra e nel 2018 ci siamo concentrati a ricostruire scuole o a riaprile affinché in futuro non si ripeta quello che è accaduto durante il conflitto, cioè che molti giovani senza un’educazione entrino nelle bande armate, perché troppo manipolabili.

LA BUONA NOTIZIA RIGENERA VITA IN NOI e NELLE PERSONE CHE CI STANNO ACCANTO
L’incontro con le suore della Provvidenza, la loro sequela di Gesù e il loro stile missionario mi hanno aiutato a realizzare il mio progetto di vita attraverso il servizio all’altro. Tutto questo, giorno dopo giorno, mi ha cambiata, insegnandomi ad accettare la realtà che ho di fronte e ad attendere il cambiamento anche se spesso in questo Paese è lento. Inoltre il popolo centrafricano mi ha fatto riscoprire l’essenzialità nel mio stile di vita e la semplicità e l’autenticità nei rapporti umani.
Attraverso molti incontri ho anche imparato a conoscere la Chiesa locale, ad esempio collaborando e facendo vita comunitaria con le Suore della Provvidenza, che in questo momento, su richiesta dei vescovi locali, stanno ripensando al loro modo di essere in missione e al modo più proficuo per essere vicine alla popolazione che ogni giorno hanno accanto e che hanno imparato ad amare e aiutare. Perché la missione è anche questo, essere presenza attiva, in una realtà in continuo cambiamento, con esigenze e bisogni sempre nuovi che ti spinge ad accettare e metterti in gioco per sfide sempre diverse.

È proprio qui che mi sento chiamata a portare il mio contributo, attraverso il mio lavoro di insegnante, sempre con la speranza di vedere piccoli frutti di cambiamento, in persone, giovani e meno giovani che a volte non hanno più voglia di sperare, perché ogni volta che ricominciano vedono i loro sforzi annientati dalle guerre ricorrenti.

Rimanere, per crescere con questo popolo che ho imparato ad amare, con il quale abbiamo attraversato momenti belli e momenti meno belli, con il quale ho potuto vedere i piccoli passi verso una vita più libera, radicata nella fede nel Signore. Questo mi dà gioia al cuore e mi motiva sempre di più a stare con loro. Attraverso il mio lavoro educativo vorrei tanto insegnare ai giovani a spendere la propria vita per il Paese dove sono nati e renderli protagonisti del cambiamento, utilizzando anche le conoscenze che acquisiscono nelle nostre scuole, perché il futuro dell’Africa passa anche e soprattutto attraverso l’impegno dei propri giovani, che non saranno più influenzati e prigionieri delle idee che vengono dall’esterno, ma saranno parte attiva di una società aperta al cambiamento e pronti a investirsi per il bene del loro Paese.

ESPERIENZE DI VITA NUOVA
Molte sono state in questi anni le situazioni in cui ho potuto vedere chi mi sta accanto risollevarsi e riprendere vita nuova. Ad esempio penso a quei giovani che dopo il biennio della scuola di formazione per insegnanti riescono a trovare un lavoro che dà loro dignità e la capacità di avere un pensiero critico verso la realtà, in modo da capire che non è solo attraverso la violenza che si può risolvere un problema.

Ho potuto poi vedere donne che dopo aver seguito la formazione per capire il sistema del microcredito e dopo aver costituito delle cooperative di produzione e riflettuto sull’attività da svolgere e aver ricevuto il finanziamento per partire si sono impegnate in lavori come la produzione dell’olio e saponi di Karité, la coltivazione di arachidi, la trasformazione di manioca. Un po’ alla volta il loro lavoro le ha rese parte attiva della vita sociale nei loro villaggi e le ha aiutate a sostenere economicamente la loro famiglia e a mandare i figli a scuola. Proprio attraverso l’apertura delle scuole anche nei piccoli villaggi ho potuto vedere bambine in grado di avere una cultura, invece senza la scuola spesso non avrebbero altro futuro che sposarsi troppo giovani e diventare madri prima del previsto. Inoltre con molte sensibilizzazioni nelle famiglie del villaggio abbiamo potuto vedere bambini che hanno iniziato a frequentare la scuola invece che rimanere solo in casa per provvedere alle faccende domestiche e di sussistenza della famiglia.

Alcuni genitori e dei giovani adulti hanno visto partire la scuola dei bambini e hanno chiesto di poter anche loro imparare a leggere e scrivere, con grande gioia abbiamo accettato la loro richiesta ed è partita la scuola di alfabetizzazione per adulti. Ora alcune di queste persone sono diventate lettori nelle loro comunità cristiane e persone di riferimento per i capi villaggi dove vivono. C’è poi anche un sogno che portiamo nel cuore: è un progetto che con le suore della Provvidenza ci siamo prefissate di realizzare nei prossimi anni, dopo aver visto che le persone che vivono nei villaggi intorno a dove siamo devono andare molto lontano per trovare il primo dispensario farmaceutico, dove magari spesso non trovano né il personale né le medicine che necessitano loro. Costruire un piccolo ospedale con maternità permetterebbe a molti di avere accesso a cure mediche e di avere un centro sanitario con persone specializzate.

Di recente è nata una comunità vocazionale per ragazzi; la sfida e le necessità sono grandi. Ma c’è l’impegno dei giovani e il prossimo anno uno inizierà la propedeutica e altri due l’anno di filosofia, altri entreranno nel noviziato. La vostra vicinanza e aiuto sono importanti nel sostenere la loro formazione e vocazione di seguire Gesù e di servire il loro popolo. Con le suore inoltre accogliamo persone desiderose di fare esperienza di vita in missione, di conoscere questa realtà e di aiutare per le svariate necessità; sarebbe bello iniziare con la Diocesi di Treviso un’esperienza in questo senso.

(Monica Colla)


CI SCRIVE: P. Giovanni Vettoretto, missionario del PIME nelle Filippine, originario di Paese

Carissimi, colgo l’occasione dello stimolo che ho ricevuto da alcuni di voi di farmi sentire almeno in occasione dell’ottobre missionario, dandovi notizie della mia attuale esperienza al mio rientro nelle Filippine.

Anzitutto un saluto ad ognuno di voi, sperando di trovarvi in buona salute e con la tensione giusta nello spirito. Se qualcuno di voi sta’ attraversando momenti difficili o afflitto da particolari sofferenze, sappiate che vi ricordo ogni giorno nella mia messa e vi affido al Signore passando tra le mani di Sua Madre Maria.

Dopo un anno di “paziente” attesa, alla fine di maggio 2021 sono potuto rientrare nelle Filippine e dopo un mese di varie burocrazie per rinnovare tutti i documenti scaduti, sono giunto, il primo di luglio, nella mia nuova missione, Lakewood, Zamboanga del Sur, diocesi di Ipil. Praticamente sono ritornato nella diocesi che mi ha accolto piu di 20 anni fa al mio primo arrivo. Per grazia di Dio, non sono arrivato da solo. Mi fa compagnia e ci aiutiamo a vicenda p. “Boboy” alias Romeo Catan, un confratello del Pime filippino col quale avevo studiato in seminario a Monza. Dopo essere stato in guinea Bissau e in Brasile, ha chiesto di poter rimanere due anni qui nelle Filippine e con gioia ho accolto la proposta che fossimo insieme. Tante volte devo ringraziare il Signore per la sua presenza.

Ora vi racconto qualcosa del luogo geografico in cui vivo per poi passare a descrivere come rienpio le mie giornate. Il nome del luogo, Lakewood, letteralmente significa LAGO e FORESTA. Devo dire che solo il nome descrive bene la localita. Siamo infatti affacciati in un bel lago circondato di colline, montagne e quindi foreste. Spesso mi viene spontaneo chiamarlo “paradiso”. Siamo l’ultima parrocchia a nord della diocesi di Ipil, (appartenente alla provincia Zambo Sibugay), anche se siamo parte della provincia di Zambo Sur il cui capoluogo è invece Pagadian. Geograficamente siamo a 40 km da Pagadian mentre dobbiamo farne 108 per raggiungere Ipil. In Lakewood è stata fondata negli anni ’80 la parrocchia Maria Regina degli Apostoli.
Del territorio parrocchiale fanno parte 13 comunitá. Se penso che in Arakan ne avevo 63 da visitare!!, devo dire che questa è relativamente contenuta. Anche le distanze non sono esagerate. La più vicina è a 3 km mentre la più lontana è a 17 km. Con questi numeri e queste distanze, essendo due preti, possiamo celebrare la messa domenicale una volta al mese in tutte le comunitá. Nella chiesa parrocchiale vengono celebrate 2 messe ogni domenica. Se non ci sono richieste di messe “particolari” durante la settimana nelle comunitá, preferisco celebrare di domenica, aiutando e incoraggiando i nostri cristiani a valorizzare il giorno del Signore, spesso purtroppo disatteso. La messa quotidiana la celebriamo ogni mattina in parrocchia.

Forse ora qualcuno di voi si chiederà come trascorro le giornate dal lunedì al sabato, visto che non abbiamo una pastorale sacramentale settimanale come dicevo sopra. Credetemi che fino ad ora non ho mai sperimentato la noia. Ogni girono porta con se le sue sorprese, le situazioni inaspettate, gli incontri imprevisti, i “lavori” programmati, le varie problematiche da considerare e risolvere. All’interno del “cortile” dove si trova la nostra casa, ci sono altre “abitazioni”. Ci sono 2 ostelli, uno per ragazzi e uno per le ragazze che ospitano in tutto 60 studenti delle scuole medie e superiori. Questi ragazzi vivono in villaggi dove non è ancora presente  e operante la scuola media per cui devono spostarsi dove ci sono queste scuole. La “bording House”, cosi viene chiamato l’ostello, non è un albergo. Gli studenti fanno vita comune, per alcuni la prima esperienza fuori dalla famiglia, dove si rende necessaria l’applicazione di regole che favoriscano la serena convivenza tra provenienze diverse, sia per cultura, lingua e fede. I primi gironi infatti, sono stati un po’ turbolenti, ma con la pazienza e la determinazione ci si sta avviando ad un clima sereno e fraterno, dove i grandi aiutano i piccoli a rendersi consapevoli della nuova realtá in cui sono chiamati a vivere. Anche noi preti abbiamo il nostro ruolo in questa delicata, (per l’età) fase educativa. Non vi sto a descrivere come solo questa realtà degli studenti ci “assorbe” le giornate (e le serate). Oltre alle bording house esiste anche una “scuola professionale”, iniziata nel 2016 e interrotta dal Covid nel 2020. In questa scuola venivano offerti corsi per saldatori, elettricisti, idraulici, meccanici, cuochi, sarti, tecnici di computer e scuola guida. Purtroppo l’unico corso sopravvissuto è quello della scuola guida che regolarmente vede iscritti 25 provetti “driver” ogni corso. Il Covid ci ha “rubato” gli studenti e soprattutto gli insegnanti. Vedremo nei prossimi mesi se e come far ripartire qualche corso in più.

Un capitolo (prioritario) che ho cercato di mantenere vivo e attivo (o da riattivare!), riguarda la parte formativa che dedichiamo ai nostri collaboratori quali ministri dell’Eucaristia, catechisti, pastorale della famiglia, pastorale dei giovani, pastorale delle comunità tribali, dialogo inter-religioso con altre chiese, pastorale dei migranti, pastorale della terza etá, pastorale per la pace, la giustizia e l’integrità del creato. Di fronte a queste realtá e necessitá, cerchiamo di dare dei momenti formativi regolari, in cui si possa avere la possibilità di approfondire tematiche specifiche e camminare insieme come Chiesa, (vedi il Sinodo). Fino ad ora, devo dire che la partecipazione è buona come pure l’interesse a crescere come persone a servizio degli altri. Non sempre i risultati di questo impegno si possono gustare subito. Il tempo di maturazione  è una realtá da tenere sempre in considerazione. Nonostante ci siano momenti in cui sembra non “muoversi” nulla, ritengo che il tempo e le spese migliori rimangano quelle per la formazione integrale dei nostri cristiani. L’ignoranza “spirituale” spesso è a dir poco scandalosa anche tra coloro che dovrebbero aiutare gli altri a maturare la propria fede. Queta è una sfida anche per me personalmente, poichè mi aiuta a tenermi costantemente “aggiornato”. Stiamo camminando insieme, cercando di seguire il passo di coloro che fanno più fatica. L’augurio è di non scandalizzare nessuno con il nostro stile di vita.

Sono arrivato in questa nuova comunitá senza nessuna aspettativa, cercando di conoscere prima di programmare; di scoltare prima di parlare, di mettere le mani dentro i problemi prima di dare soluzioni a buon mercato. Ripeto che l’essere in due è un aiuto molto importante e spero che questa grazia possa ripetersi anche negli anni futuri. Nella nostra parrocchia i cristiani Cattolici sono una minoranza a fronte di una maggioranza di cultura e tradizioni religiose tribali. Nonostante questo non ci scoraggiamo, anzi. Proprio questa realtá ci invita ad aprire i nostri orizzonti, allargare i nostri progetti, diventare sempre più inclusivi. L’urgenza della missione, dell’annuncio, della testimonianza rimane sempre la nostra prioritá. L’accoglienza della Buona Notizia, del Vangelo, dipenderá solo dalla nostra coerenza e fedeltá tra parola ed azione. Sento che non sono più un ventenne, che devo cominciare a rallentare il passo in determinate salite della vita. Mi accorgo che l’innocenza e la spontaneitá della gioventù hanno lasciato il posto alla consapevolezza e alla responsabilitá di decisioni forti, di un’esperienza umana e cristiana che stá accumulando giorno per giorno, memorie colme di gratitudine. Ecco perchè, anche in questa mia nuova “missione” sento forte dentro di me l’esigenza di ringraziare sempre, in ogni modo, in ogni situazione, ogni essere vivente che abbia contribuito a farmi vivere questa vita di “grazia”.

Tante altre cose, situazioni, esperienze, momenti che meriterebbero di essere descritti e condivisi, ma non tutto mi è possibile. Abbiate pazienza, continuate a pregare per me; state certi che io lo faró per voi. Chiediamo la Grazia al Signore che almeno l’Ottobre missionario aiuti tutti i cristiani a “guardare oltre” ai propri confini d sicurezza.

Mi congedo dandovi la benedizione di Dio, portandovi tutti nel mio cuore. Maria, Regina degli Apostoli, prega per noi!

Con riconoscenza e filiale affetto

Lakewood, 29/9/2022                           P. Giovanni


Dall’Albania: i primi tre anni di missione a Tirana delle Discepole del Vangelo

UN PAESE ACCOGLIENTE E MULTIRELIGIOSO
Siamo presenti da tre anni in Albania, alla periferia di Tirana: Il primo impatto al nostro arrivo è stato l’incontro con la grande povertà di questo Paese, così vicino all’Italia, e con le sue contraddizioni.
Qui è possibile scegliere che cosa vedere: il Paese che corre verso un’occidentalizzazione, oppure i grandi divari sociali.
A fronte di tanta povertà, le Caritas presenti cercano di stare vicine alle famiglie.
Un tratto tipico albanese che interpella è quello dell’accoglienza data e ricevuta; le visite in famiglia sono molto gradite e all’ospite viene riservato tutto il tempo necessario, senza fretta, spesso sospendendo le attività in corso. A volte in queste visite si scoprono situazioni di
marginalità, soprattutto da parte delle donne, che subiscono una mentalità che le sfrutta e spesso non le rispetta.
Il grande sviluppo demografico della capitale è dovuto anche dall’arrivo di persone che scendono dalle montagne in cerca di lavoro e replicano in città le forme di vita dei luoghi di provenienza. Così capita di incontrare, tra una macchina e l’altra, una mucca che pascola in rotonda, un gregge di pecore o le capre in cucina nelle case.
Una cosa importante che abbiamo sperimentato è l’aiuto reciproco tra gli istituti religiosi presenti sul territorio: al nostro arrivo abbiamo fatto esperienza di una Chiesa missionaria.
Una dimensione che colpisce è l’affidamento, in ogni occasione, alla provvidenza e alla volontà di Dio. Questa dimensione ha aiutato anche noi a cambiare linguaggio e a scoprire la presenza del Signore che accompagna e sostiene.
Un’altra dimensione importante è la presenza di diverse religioni e confessioni cristiane che convivono pacificamente tra loro; capita spesso di poter creare facilmente relazioni di amicizia con persone di religioni diverse, come è stata per noi l’amicizia con questa famiglia musulmana e con altre famiglie.
Sorella Gianna, sorella Michela e sorella Francesca

A partire da ottobre sul canale YouTube del Centro missionario
un video con le immagini da Tirana


CI SCRIVE Dom Luciano Bergamin, nativo di Loria, vescovo emerito della Diocesi di Nova Iguaçu, alla periferia di Rio di Janeiro, Brasile

In felice contatto con il Centro Missionario Diocesano, grato alla Chiesa Diocesana che mi ha visto nascere e crescere. “Sono Dom Luciano Bergamin, vescovo emerito, nativo di Loria. Chierichetto nella parrocchia di San Bartolomeo, entrai nell’Alunnato San Pio X, a San Floriano di Castelfranco Veneto, dai Canonici Regolari Lateranensi, nel 1955.  Continuando la formazione e gli studi, fui ordinato sacerdote nel 1969 da Monsignor Cognata. … Continua a leggere CI SCRIVE Dom Luciano Bergamin, nativo di Loria, vescovo emerito della Diocesi di Nova Iguaçu, alla periferia di Rio di Janeiro, Brasile »