CI SCRIVE don Silvano Perissinotto, dal Ciad, con la sua decima “Lettre aux amis”

Carissime amiche, carissimi amici, come state?
Come vanno le cose in Italia?
Mentre si stanno avvicinando con velocità i giorni del mio rientro definitivo in Italia (sabato 5 novembre), mi sembra importante rendere grazie a Dio per questi quattro nuovi anni passati in Tchad, nel cuore dell’Africa sub-sahariana. E’ un grazie che vuole raccogliere volti, storie, persone e vita di qui ma anche dell’Italia, perché in un modo o nell’altro, siamo tutti interconnessi.
Il primo grazie a Dio è per la diocesi di Treviso che nella persona del nostro vescovo Michele e del consiglio presbiterale, ha deciso di continuare la collaborazione con la chiesa-sorella di Pala nei prossimi anni. E’ una scelta importante che interpella tutti anche quando siamo tentati di dire “ma c’è bisogno di preti anche qui da noi in Italia, perché inviarli in giro per il mondo?” L’esperienza della missio ad gentes può infatti aiutarci a capire che, sì, forse abbiamo bisogno anche di preti ma che soprattutto abbiamo bisogno di conversione, di convertirci al Vangelo di Gesù per testimoniare al mondo l’amore di Dio per gli uomini. Stare qui in Tchad, o in Paraguay, o in Brasile, forse potrebbe aiutarci a riscoprire il grande dono del battesimo per l’annuncio del Vangelo, là dove il Signore ci ha posti a vivere, qualsiasi sia la nostra vocazione o il nostro stato di vita. Inoltre il fatto concreto di toccare con mano la povertà e l’indigenza ci è d’aiuto per costruire una fraternità reale e non solo “romantica”, fatta solo di parole o di carità stantia. La mia gratitudine va a quanti in questi anni in vari modi hanno sostenuto la missione di Treviso in Tchad e continuano a farlo. Un grazie particolare e riconoscente va a don Mauro Fedato, don Mauro Montagner e don Riccardo De Biasi che rimangono nelle parrocchie di Fianga e di Séré per continuare la missione a servizio di questa chiesa locale. Il Signore li ricolmi dei suoi doni.
Il secondo grazie, speculare al primo, va al popolo tchadiano e alle persone incontrate qui durante i sedici anni e mezzo di vita missionaria. Ritorno in Italia consapevole che lo Spirito santo soffia davvero dove vuole e che sa suscitare nel cuore e nella vita delle persone scelte quotidiane di fede, di dedizione, di coraggio e di vera e gratuita carità. Vi chiedo di pregare per questo popolo e per questa terra perché la situazione che il Tchad sta vivendo non è per nulla facile. Come ben sapete nell’aprile del 2021 venne assassinato il presidente della repubblica e da quel momento è andata al potere una giunta militare con a capo uno dei suoi figli.
L’obiettivo di tale giunta è stato quello di accompagnare il paese lungo un periodo di transizione di 18 mesi che avrebbe dovuto finire in questo mese di ottobre. Un dialogo nazionale fra tutte le realtà che compongono il Tchad e le votazioni trasparenti erano fra gli obiettivi maggiori da perseguire in questo tempo di transizione. Il dialogo inclusivo nazionale è stato fatto e si è concluso verso la metà del mese di ottobre. Ma non ci saranno le elezioni promesse 18 mesi fa. La stessa assemblea del dialogo nazionale ha invitato la giunta militare a prolungare il periodo di transizione per altri due anni, mantenendo alla sua testa il figlio dell’ex presidente. Tale decisione non è piaciuta ad alcuni partiti di opposizione che avevano già deciso di non partecipare al suddetto dialogo inclusivo nazionale perché giudicato troppo di parte e con decisioni già prese a tavolino. Giovedì scorso – 20 ottobre – allo scadere dei 18 mesi previsti per andare al voto questi partiti di opposizione hanno indetto una manifestazione popolare per protestare contro questo stato di cose. Purtroppo però ci sono stati morti e feriti in almeno cinque grandi città del paese.
Governo e opposizione si lanciano reciprocamente le accuse di aver approfittato della situazione per far cadere il Tchad nel caos. Il governo accusa l’opposizione di aver organizzato un vero e Immagini degli scontri a N’Djamena di giovedì 20 ottobre scorso proprio colpo di stato e ha tacciato i leader di questi partiti di terrorismo, mentre l’opposizione accusa lo Stato di aver sparato in modo arbitrario verso la folla anche inviando militari vestiti in civile. Secondo il governo i morti sono stati 50 (tra i quali 15 militari) e 300 feriti. Secondo l’opposizione invece i morti sarebbero almeno 81 (qualcuno parla di 200) con 300/400 feriti. In questo momento nelle città dove sono state fatte le manifestazioni (N’Djamena, Moundou, Sarh, Doba e Koumra) vige il coprifuoco e vi è in atto una vera e propria “pulizia” nei confronti degli oppositori.
Il 20 ottobre don Riccardo ed io eravamo in capitale, a N’Djamena, perché il 21 abbiamo accolto due amici arrivati dall’Italia, e abbiamo sentito durante tutto il giorno il triste e drammatico rumore degli spari in lontananza. La cosa sorprendente è che il 21 siamo andati all’aeroporto senza nessun controllo da parte delle forze militari (gli scontri con morti e feriti sono avvenuti in un’altra parte della città) e il 22 ottobre siamo ritornati a Fianga senza nessun problema. La chiesa cattolica, invitata a far parte dell’assemblea del dialogo nazionale inclusivo, ad un certo momento – nella persona dei vescovi – ha deciso di farsi da parte giudicando anch’essa tale assemblea priva di trasparenza, con decisioni prese a priori e in assenza di un vero e proprio dialogo, sempre però disposta a cooperare e operando per la giustizia e la pace.
Qualche settimana fa sempre con don Riccardo, ci stavamo recando in città per fare delle spese. A poca distanza dalla missione abbiamo visto qualcuno per terra con un gruppo di persone attorno. Dico a don Riccardo di fermarsi, qualcuno avrebbe infatti avuto bisogno di essere portato in ospedale. Quel qualcuno era una donna che stava andando al mercato di Fianga provenendo da un piccolo villaggio – Folmaye – distante all’incirca otto chilometri. Era incinta, al nono mese.
Mentre mi avvicino al gruppo di persone (tutte donne), improvvisamente parte il vagito acuto e forte di un bambino.
Era la piccola appena venuta al mondo dal grembo di questa donna seduta per terra. Dopo aver capito che la piccola stava bene, ho chiesto se era necessario portarle all’ospedale. Il piccolo gruppo di donne anziane e giovani che si era formato, dopo breve consultazione ci ha detto “non è necessario, ce la sbrighiamo tra di noi”! Con i tessuti colorati con i quali si vestono (i famosi e coloratissimi ‘pagne’* africani) le donne hanno creato come un separé attorno alla donna (sempre seduta a terra) per creare un minimo di intimità, sono andate a cercare una lametta da rasoio, l’hanno purificata con un accendino, tagliato il cordone ombelicale e seppellito lì accanto la placenta.
Con don Riccardo siamo andati al mercato. Di ritorno, dopo circa trenta minuti, sullo stesso posto dove la donna ha dato alla luce una nuova vita, non c’era più nessuno. La neo mamma è ritornata verso casa (8 chilometri da rifare) probabilmente da sola o accompagnata da una moto.
Anche questa è l’Africa, il miracolo della vita nonostante e malgrado tutto.

A partire dal 5 novembre in poi ci vediamo in Italia.
Un abbraccio e a presto. don Silvano
Fianga, 30 ottobre 2022

* qui sotto un esempio fra i tantissimi e coloratissimi tessuti “pagne” utilizzati dalle donne africane, e non solo, per i
loro vestiti