In cammino tra le periferie di Bogotá per “piallare il legno della sofferenza”
C’è un’immagine evangelica che guida i miei passi da quando, nel 2015 sono partito da Treviso come missionario laico: quella della barca che fende le onde, con il Cristo seduto in prua. Se la Chiesa è quel veliero, il missionario laico è colui che impatta per primo sui flutti; sta lì, dove l’acqua schizza, bagna, penetra minacciosa, sapendo che l’unica vera sicurezza è Gesù, lui che apre la strada.
Recentemente ho avuto modo, attraverso il Noticum (servizio di formazione e informazione missionaria della Cei), di raccontare le attività educative nelle periferie di Bogotá, capitale della Colombia, in cui mi trovo. Ma al Centro missionario, alla mia gente di Treviso, vorrei consegnare il battito vero di una missione che si fa concreta, la concretezza di ciò che comporta il vivere undici anni tra Guatemala, Haiti e Colombia, (ora anche come aggregato laico dei padri Somaschi), terre diverse e lontane, ma sempre “sotto lo stesso tetto”, sotto la stessa protezione di Dio Padre e con i fratelli, senza paracadute, ma con la bussola della fede.
A Treviso sono cresciuto tra la segatura della falegnameria e la polvere dei cantieri, in cui lavoravo. In missione, questa “sapienza delle mani” è diventata la mia liturgia. Non sono a Bogotá per fare il dirigente, ma per “piallare il legno della sofferenza”, condividendola con tante persone, fratelli e sorelle. Quando coordino percorsi di riscatto e sviluppo per i ragazzi di strada, non sto semplicemente coordinando un progetto, ma sento che sto abitando un “cantiere di persone, di vite, di anime, dove insieme si ricostruisce la speranza”: sto testimoniando e ricevo la testimonianza che Dio abita nel sudore di chi costruisce dignità, mattone dopo mattone. È tra i trucioli e la fatica che incontro il Suo volto ogni mattina.
Essere un laico fidei donum, allora, non è per me un incarico a termine; sento, invece, che è una consegna totale, che mi coinvolge, dove la libertà è quella di un cuore che ha scelto di abitare la soglia tra l’altare e la strada, e che si fida, si affida, sapendo che l’unica vera certezza è la Sua Provvidenza. Resto qui; perché ho trovato la mia dimora tra gli ultimi, convinto che la carità di Cristo è viva, e si fa servizio concreto, umile, fedele a ogni persona umana.
Dalla Colombia, vorrei raggiungervi con questo messaggio: la missione è una sinfonia, dove la voce del laico e quella del sacerdote cantano l’unica melodia del Vangelo. Non abbiamo bisogno di titoli e riconoscimenti per vivere il vangelo, per essere discepoli e missionari di Gesù, per essere suoi testimoni: ci basta la lealtà di restare, senza paracadute, abbandonati in Lui, ma con la certezza incrollabile che, su questa rotta tracciata da Dio, siamo tutti necessari, tutti chiamati. (Matteo Guidolin)






