Covid in Africa, allarme globale. L’analisi del medico del CUAMM di Padova, Giovanni Putoto

Sul settimanale l’AZIONE l’intervista di Enrico Vendrame al medico trevigiano, coordinatore dei Medici con l’Africa

L’Africa è scossa dalla terza  ondata del coronavirus, anche se – stando ai numeri – è il continente meno colpito da questa pandemia. Nelle ultime settimane si registra una preoccupante accelerazione dei contagi accertati.

Guardando i dati dell’OMS al 30 giugno, sono poco più di 5 milioni i casi accertati e i morti sono circa 150 mila dall’inizio della pandemia, a fronte di un continente di poco più di un miliardo di persone, pari al 17% della popolazione mondiale. Resilienza genetica delle genti d’Africa a contrarre il virus Covid-19 o criticità sanitarie di lungo corso?

Innanzitutto va detto che i numeri ufficiali non bastano a spiegare quello che sta accadendo, considerato che in molte zone non esiste un’anagrafe di nati e morti, mancano strutture sanitarie in grado di monitorare la situazione, risultano complicate se non inesistenti le comunicazioni via internet. I dati pubblici sulle infezioni e sulle morti non sono quindi una fotografia realistica della virulenza della pandemia in Africa, situazione nota agli operatori e volontari della cooperazione e purtroppo inascoltati; così non lo sono per altre epidemie (colera, malaria, malnutrizione, ebola) e malattie (aids, tubercolosi) largamente diffuse, che tante volte risultano mortali. Questi dati sono tutt’al più una fotografia sgranata di quello che accade in alcune aree delle principali metropoli africane, dove sono presenti dei servizi sanitari organizzati. Fotografia sgranata che non evidenzia gli effetti collaterali portati dalla pandemia con il declassamento delle migliori economie africane da parte delle principali agenzie di rating e la continua crescita dell’indebitamento finanziario dell’Africa.

Abbiamo raggiunto Giovanni Putoto, medico trevigiano originario di Spresiano, responsabile programmazione di Medici con l’Africa Cuamm, per approfondire dal suo osservatorio fatto di quasi un centinaio di strutture in otto Paesi dell’Africa sub-sahariana se il numero ristretto di morti e contagi sia dovuto a fattori endemici, genetici o ad altri fattori.
Putoto ci ha confermato che «i dati ufficiali non sono rappresentativi di quello che sta succedendo per due motivi: il primo è legato alla capacità estremamente ridotta di fare dei test in Africa, il secondo è legato al sistema di raccolta dati delle nascite, malattie e morti connesso a quello anagrafico ».

Per spiegare meglio ci indica alcuni numeri: «In Europa e Nord America si fanno dai 200 ai 400 test ogni mille abitanti quasi ogni giorno, mentre in Mozambico sono di media 6 o, peggio ancora, nella Repubblica Centrafricana. Su 54 Paesi in Africa ci sono solo 8 sistemi di raccolta dati paragonabili a quello del nostro Istat e che permettono di pianificare anche su larga scala interventi in campo sanitario».

Putoto ci evidenzia che in Africa ci sono altri fattori di criticità che rendono ulteriormente letale la diffusione del Covid-19, come «gli eventi climatici estremi e le carestie che determinano forti criticità per le popolazioni africane, a cui a volte si aggiungono migrazioni a causa di guerre e violenze. Ad esempio in Mozambico negli ultimi tre anni ci sono stati tre cicloni (Idai, Kenneth, Eloise) provocando danni gravi sia alle strutture che alle coltivazioni agricole». «La guerra – prosegue il coordinatore del Cuamm – è l’emergenza peggiore che il Cuamm continua ad affrontare soprattutto in Paesi come il Sud Sudan, la Repubblica Centrafricana o l’Etiopia continuino ad essere avviluppati in una spirale difficile, generando grandi masse di sfollati e rifugiati».

Il numero delle persone vaccinate con doppia dose in Africa, secondo gli ultimi dati dell’OMS, è bassissimo, ovvero di poco superiore all’1% della popolazione contro il 10% preventivato per fine settembre. Obiettivo che allo stato attuale non appare raggiungibile! Appare quindi miope – analizzando la situazione pandemica dall’emisfero australe – che l’Europa concentri la sua preoccupazione sulla sola variante Delta, considerando che di questo passo si stima ci vorranno dieci anni per vaccinare l’intera popolazione africana. Pensiamo così a quale rischio varianti siamo sottoposti non potendo bloccare per un così lungo periodo il movimento di persone e di merci dal continente africano!

Da più parti il mondo delle ong sostiene appunto che ci troviamo difronte ad una sorta di “apartheid vaccinale”. Putoto, vista la sua lunga esperienza nelle terre d’Africa, è convinto che «l’Africa oggi come oggi non è nelle condizioni di produrre un suo vaccino perché per produrlo servono conoscenze e competenze tecniche e scientifiche, investimenti finanziari importanti, un sistema regolatorio che accompagni tutti i processi ». I problemi operativi non mancano perché per la somministrazione dei vaccini, oltre al personale preparato e centri sanitari, è necessario assicurare una logistica che funzioni compresa “la catena del freddo” per la conservazione dei vaccini.

Eppure la variante indiana si sta diffondendo in almeno 14 nazioni africane, mentre le varianti Alfa (identificata per la prima volta in Gran Bretagna) e Beta (identificata in Sudafrica) incombono in altri 25. Gli esperti perciò stanno  mettendo in guardia che questa evoluzione potrebbe danneggiare anche le campagne di vaccinazione in corso in tutto il mondo. Finché non ci sarà un’immunità diffusa non potremmo avere alcuna certezza di uscire tutti da questa emergenza. In Africa sono arrivati finora solo 61 milioni di vaccini, una goccia nell’oceano dei bisogni. È necessario fare presto avviando anche la produzione in loco per evitare il tracollo. «Non è nemmeno realistico – sostiene ancora – che possa acquistare scorte di vaccini come in Europa o negli Stati Uniti…».

E allora che fare? «L’Africa ha cominciato ad avere ad Addis Abeba un centro di ricerche sui vaccini. Alcuni paesi come Sudafrica, Senegal, Ghana e Kenya hanno cominciato a produrre non soltanto dispositivi di protezione individuale, ma anche i primi test diagnostici. La strada è lunga e per questo non ci può essere il nazionalismo vaccinale. L’Africa ha bisogno quindi di un approccio multilaterale e di cooperazione… ».

Gli chiediamo allora perché l’Europa dovrebbe adottare un approccio multilaterale e di cooperazione?

Potuto, con voce ferma e decisa, ci illustra le tre ragioni che dovrebbero portare l’Europa ad un cambio di passo.

«La prima di ordine etico, in quanto il vaccino che è un bene pubblico non dovrebbe essere soggetto a brevetti. Inoltre abbiamo che attualmente il 16% della popolazione mondiale ha a disposizione oltre il 55% dei vaccini disponibili.

La seconda è di tipo medico. Se tu non vaccini il tuo vicino di casa, continueranno a generarsi delle varianti. La conseguenza potrebbe essere che una di queste varianti potrebbe essere resistente ai vaccini esistenti.

La terza è di tipo economico. Se noi teniamo una parte del mondo fuori dall’accesso al vaccino, i danni economici che sosteremmo noi Paesi occidentali sono molto più grandi rispetto ai fondi da destinare per portare anche le popolazioni africane all’accesso ai vaccini».

L’Africa è stata meno colpita da altri continenti per motivi su cui la scienza sta ancora indagando. Tuttavia l’impatto è disastroso sull’economia informale, struttura portante del sistema, totalmente privo di ammortizzatori sociali. È per questo che il Cuamm sta promuovendo la campagna “Un vaccino per noi“ con lo scopo di portare il vaccino a 20mila medici e operatori sanitari nei Paesi in cui è presente in Africa perché possano operare in sicurezza. Basta un contributo simbolico di 10 euro per far arrivare 1 una dose del vaccino.

Per info visita il sito: www.mediciconlafrica.org.

Enrico Vendrame