La testimonianza dei coniugi Margherita Genovese e Gianluca Ficco, del Gruppone missionario, inviati a Manaus, in Brasile

Siamo Margherita (28 anni) e Gianluca (32) e siamo ormai in partenza insieme a nostra figlia Lia (15 mesi) per un’esperienza di tre anni a Manaus, capitale dell’Amazzonia brasiliana. Il cammino che ci ha portato a scegliere questa strada parte da lontano, da quando abbiamo conosciuto il Gruppone Missionario una decina di anni fa e per noi si è spalancata una finestra sul mondo.
Grazie al Gruppone e ad altre realtà che tramite questo abbiamo conosciuto, è maturata in noi la consapevolezza che qualunque forma di ingiustizia e disuguaglianza che si verifica nel mondo ci riguarda e che non possiamo e non dobbiamo essere indifferenti, ma vogliamo fare nostro il grande sogno di rendere il mondo più giusto e più umano a partire dal nostro piccolo. Per noi partire è ascoltare la profonda esigenza che sentiamo nel cuore di tentare di uscire dalla comodità dell’abbondanza e del benessere in cui siamo immersi e provare a conoscere un po’ più da vicino le situazioni di ingiustizia e oppressione, che invece la maggior parte della popolazione mondiale si trova a vivere, al fine di abbattere un po’ di più quel muro di indifferenza dietro a cui spesso ci rifugiamo nella nostra quotidianità. Se da un lato questa scelta ci attrae da molto tempo, dall’altro, man mano che la cosa si concretizza, sentiamo la fatica che comporta, che si può riassumere in tre parole: lasciare, lasciare e lasciare. Lasciare le nostre famiglie e i nostri amici, lasciare la casa che ci ha accolti come sposi e come neo-genitori, lasciare tutte le nostre cose (molte ci davano comodità, molte altre hanno un grande valore affettivo), lasciare dei lavori nei quali stavamo crescendo o delle attività che stavamo portando avanti, lasciare le sicurezze culturali e linguistiche tramite le quali leggiamo, interpretiamo e formuliamo il mondo… E se il “lasciare fisico” a un certo punto verrà da sé e sarà diretta conseguenza della partenza, il “lasciare spirituale”, che ci chiama a mettere da parte i nostri preconcetti e le nostre categorie per dare spazio all’Altro, alla diversità che incontreremo e al mondo che questa diversità porta con sé, riusciremo mai ad attuarlo? La parte più difficile sarà il momento in cui dovremo renderci conto di non essere così aperti come credevamo, di agire magari sulla base di pregiudizi, di aspettative o di tornaconti personali, di essere persino razzisti ed egocentrici. Sarà doloroso riconoscerlo e ammetterlo, ma sarà anche il momento in cui forse, finalmente, ci scopriremo poveri, bisognosi degli altri e delle altre per capire e migliorare noi stessi e il mondo. E allora ne sarà veramente valsa la pena e avremo in parte raggiunto il senso più profondo della partenza e della missione. Quindi, pur provando un po’ di paura per le crisi che tutto questo comporterà, non vediamo l’ora di andare, di decostruirci e ricostruirci insieme al popolo brasiliano con cui condivideremo i prossimi tre anni, nell’intima certezza che è nell’incontro con l’altro che si vive la gioia più piena, e che è nella relazione con gli oppressi che ci si avvicina di più a Gesù