RITORNO A FIANGA, PER DIRE GRAZIE! Don Matteo Cecchetto ha potuto visitare la sua missione in Ciad, rivivendo la bellezza dei volti

Esistono luoghi che sono un puntino sulla carta geo grafica, altri, invece, che sono esperienza viva impressa nel cuore; luoghi che riconosci dai suoni, dai colori, dagli odori. Fianga è per me uno di questi. Quando si è aperto il portellone dell’aereo e ho sentito l’odore tipico di quella terra rossa africana, nel mio cuore ho detto “eccomi un po’ a casa”.
Quella casa che è stata per me, per troppo poco tempo, poco più di un anno, che mi ha richiesto energie e disponibilità e dalla quale sono dovuto “scappare”. Ritornare qui, dopo otto anni, un tempo segna to dal distacco forzato e dalla lunga battaglia contro la malattia, non è stato un semplice “rivedere dei posti”, ma un riabbracciare la vita, là dov’era stata una interruzione. Al
cune scoperte piacevoli mi hanno toccato il cuore.
La prima scoperta è stata la bellezza dei volti. Otto anni segnano una distanza, cambiano i lineamenti dei bambini in uomini e delle donne in anziane, ma non hanno scalfito la luce negli occhi di chi mi ha riconosciuto. Ritrovare molte persone amiche è stato come riprendere un discorso che sembra essersi interrotto, solo un istante prima. È la conferma che il tempo può consumare le cose, ma non i legami nati nel dono reciproco, per quanto fragili possano essere. Durante i mesi più duri della mia malattia, quando le pareti di una stanza d’ospedale sembravano il mio unico orizzonte, sapevo che a migliaia di chilometri di distanza c’era qualcuno che camminava con me.
Nel tornare a Fianga, ho toccato con mano la bellezza di relazioni segnate dal legame profondo con il Signore Gesù: la gioia di chi ha pregato per me, senza mai smettere di sperare; la forza di una comunità che non mi ha mai considerato “lontano”; il calore di braccia che non hanno solo salutato un ospite, ma hanno riaccolto un fratello.
In questi quindici giorni di saluti, liberi da impegni istituzionali, è stato provvidenziale l’aver scelto di non correre via velocemente da una parte all’altra, ma il dedicare tempo agli incontri, a volte organizzati a volte casuali, muovendoci anche a piedi, il mezzo di trasporto più diffuso. Questo ci ha permesso di essere raggiungibili, non solo fisicamente, da chi trovavamo sulla strada.
Ciò che rende Fianga un luogo unico non è solo la terra rossa o il cielo immenso, ma il desiderio pulsante di questa comunità di condividere l’incontro con il Signore Gesù. Il ritornello nelle parole, nel cuore e nello spirito, è “mon père Dieu est grand!”. È vero, Dio è grande, e non è una fede teorica, è una fede che si fa canto, danza, fatica quotidiana e solidarietà.
Tornare a Fianga mi ha ricordato che la missione non è fare qualcosa per qualcuno, ma essere qualcuno con gli altri, sotto lo sguardo di Dio.
Lasciare Fianga, otto anni fa, è stata una prova; tornarci è stato un dono, che cura ogni ferita rimasta aperta.
Ritornare a casa, nella comunità di Robegano che, assieme al Vescovo, mi ha permesso di rendere visita a Fianga, è rinnovare il sì al Signore nella consapevolezza che la missione continua. (don Matteo Cecchetto)