Esistono luoghi che sono un puntino sulla carta geo grafica, altri, invece, che sono esperienza viva impressa nel cuore; luoghi che riconosci dai suoni, dai colori, dagli odori. Fianga è per me uno di questi. Quando si è aperto il portellone dell’aereo e ho sentito l’odore tipico di quella terra rossa africana, nel mio cuore ho detto “eccomi un po’ a casa”.
Quella casa che è stata per me, per troppo poco tempo, poco più di un anno, che mi ha richiesto energie e disponibilità e dalla quale sono dovuto “scappare”. Ritornare qui, dopo otto anni, un tempo segna to dal distacco forzato e dalla lunga battaglia contro la malattia, non è stato un semplice “rivedere dei posti”, ma un riabbracciare la vita, là dov’era stata una interruzione. Al
cune scoperte piacevoli mi hanno toccato il cuore.
La prima scoperta è stata la bellezza dei volti. Otto anni segnano una distanza, cambiano i lineamenti dei bambini in uomini e delle donne in anziane, ma non hanno scalfito la luce negli occhi di chi mi ha riconosciuto. Ritrovare molte persone amiche è stato come riprendere un discorso che sembra essersi interrotto, solo un istante prima. È la conferma che il tempo può consumare le cose, ma non i legami nati nel dono reciproco, per quanto fragili possano essere. Durante i mesi più duri della mia malattia, quando le pareti di una stanza d’ospedale sembravano il mio unico orizzonte, sapevo che a migliaia di chilometri di distanza c’era qualcuno che camminava con me.
Nel tornare a Fianga, ho toccato con mano la bellezza di relazioni segnate dal legame profondo con il Signore Gesù: la gioia di chi ha pregato per me, senza mai smettere di sperare; la forza di una comunità che non mi ha mai considerato “lontano”; il calore di braccia che non hanno solo salutato un ospite, ma hanno riaccolto un fratello.
In questi quindici giorni di saluti, liberi da impegni istituzionali, è stato provvidenziale l’aver scelto di non correre via velocemente da una parte all’altra, ma il dedicare tempo agli incontri, a volte organizzati a volte casuali, muovendoci anche a piedi, il mezzo di trasporto più diffuso. Questo ci ha permesso di essere raggiungibili, non solo fisicamente, da chi trovavamo sulla strada.
Ciò che rende Fianga un luogo unico non è solo la terra rossa o il cielo immenso, ma il desiderio pulsante di questa comunità di condividere l’incontro con il Signore Gesù. Il ritornello nelle parole, nel cuore e nello spirito, è “mon père Dieu est grand!”. È vero, Dio è grande, e non è una fede teorica, è una fede che si fa canto, danza, fatica quotidiana e solidarietà.
Tornare a Fianga mi ha ricordato che la missione non è fare qualcosa per qualcuno, ma essere qualcuno con gli altri, sotto lo sguardo di Dio.
Lasciare Fianga, otto anni fa, è stata una prova; tornarci è stato un dono, che cura ogni ferita rimasta aperta.
Ritornare a casa, nella comunità di Robegano che, assieme al Vescovo, mi ha permesso di rendere visita a Fianga, è rinnovare il sì al Signore nella consapevolezza che la missione continua. (don Matteo Cecchetto)
RITORNO A FIANGA, PER DIRE GRAZIE! Don Matteo Cecchetto ha potuto visitare la sua missione in Ciad, rivivendo la bellezza dei volti





