Celebrazione solenne e processione domenica 21 agosto

“Chiediamo al Signore, per intercessione di San Pio X, di riformare la nostra vita”: il Vescovo a Riese nella festa del santo

Una celebrazione e una processione molto partecipate domenica sera, 21 agosto, a Riese Pio X, il paese natale di papa Sarto, in occasione della festa liturgica proprio di san Pio X. La celebrazione eucaristica era presieduta dal vescovo Michele Tomasi, una quindicina i sacerdoti concelebranti.
Prima della celebrazione, mons. Tomasi ha fatto visita alla locale stazione dei Carabinieri, per un breve incontro con i militari seguito dalla benedizione dei locali.
Il Vescovo, nell’omelia, commentando il brano del Vangelo secondo Luca, ha messo in luce la necessità di riconoscersi bisognosi di salvezza: è questa, infatti, la “porta stretta” che Gesù indica ai discepoli. Una salvezza che non si ottiene con formalità o con la partecipazione superficiale ai riti, ma facendo diventare il banchetto eucaristico fonte e culmine della nostra vita quotidiana, della quale è parte integrante, non un momento staccato e lontano.
E le riforme di Pio X andavano proprio in questa direzione, come ricorda uno storico: “Celebrare non belle cerimonie, cui assistere passivamente, con un coinvolgimento più emotivo che vitale, ma cerimonie belle, capaci di rendere i misteri del cristianesimo una realtà sentita, partecipata, coinvolgente, attiva”: da qui la riforma liturgica, della musica sacra, il valore attribuito alla centralità della domenica e della celebrazione eucaristica, la comunione frequente, fin da bambini, la conoscenza della fede grazie al catechismo.
Il Vescovo ha ricordato anche l’enciclica di Pio X sugli Indios dell’America del sud, “Lacrimabili Statu Indorum”: un documento che denunciava le violenze e i soprusi ai danni delle popolazioni indigene, e che risuona nelle parole della lettera apostolica di papa Francesco “Querida Amazzonia”, in cui si ritrova l’eco di quella sofferenza e di quella vicinanza della Chiesa a questi popoli oppressi. Parole che il Vescovo ha voluto richiamare proprio “quest’anno in cui il Signore concede la grazia alla nostra diocesi di continuare e approfondire il nostro servizio alle Chiese dell’Amazzonia, con l’apertura della nuova missione, assieme alle diocesi di Padova e di Vicenza, a Roraima, nel cuore dell’Amazzonia” ha detto il Vescovo.
Ma perché un richiamo di più di un secolo fa deve ancora essere riproposto e rafforzato? Davvero “non basta ascoltare e prender atto di un insegnamento, del Signore e della sua Chiesa, ma serve piuttosto il desiderio profondo di conversione ad esso, serve esporci all’amore infinito ed esigente di Cristo, serve trarne conseguenze nella vita. Se ci riconosciamo ultimi, piccoli, poveri, bisognosi di perdono e di salvezza saremo primi con il Signore. Chiediamogli, per intercessione di San Pio X, di poter riformare la nostra vita, per diventare sempre più un segno reale dell’amore di Dio per tutti”.
L’omelia integrale:

Un tale interroga Gesù che sta salendo a Gerusalemme per donare la sua vita nella passione, croce e risurrezione, e gli pone una questione precisa: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”: domanda che ha che fare certamente con la vita, domanda decisiva, posta qui però in maniera del tutto teorica.

Gesù sembra non rispondere direttamente, e cambia immediatamente piano, dando un’indicazione personale, di scelta e di comportamento:

“Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno”.

C’è una porta, dunque. C’è un passaggio per il quale è possibile entrare, ed è a disposizione di tutti, non vi è nessuno che in linea di principio vi sia escluso. Va riconosciuta la sua presenza, perché può essere che una volta chiusa, non serva poi molto bussare e protestare. Va riconosciuto cioè che quello che conta non è il numero di quanti si salvano – domanda teorica – ma in che cosa consiste la mia salvezza e da dove essa proviene – domanda pratica, concreta, reale.

Riconoscere di essere bisognosi di salvezza è questa porta stretta. Riconoscere cioè di non essere giusti che decidono della salvezza degli altri per l’adeguamento a un codice più o meno rigido di comportamento, bensì peccatori che guardano a colui che solo ha dato la vita per noi e che dal Padre l’ha ricevuta, gloriosa in eterno: Gesù Cristo, Signore. Coloro che si ritengono giusti non hanno bisogno dell’aiuto del Signore, non lo cercano, si privano della possibilità di incontrarlo, di incontrare l’amico che tutto ha fatto fino in fondo, per aprire gratuitamente la porta della salvezza. Non occorrerà bussare quando avremo escluso ogni esperienza di fraternità, di riconciliazione, di perdono, di servizio vicendevole: basterebbe sentire oggi lui che bussa alla nostra porta e chiede di entrare nella nostra vita, per fare festa, per sedersi a banchetto con noi.

Non servirà neppure ricordare che “abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza”. Non basterà fare ricorso alla partecipazione a questo banchetto eucaristico.

Papa Pio X, con la sua riforma in tanti aspetti della vita della Chiesa, ci dà un esempio importante, su cui riflettere oggi, nella sua festa liturgica. Come ha bene ricordato uno storico:

Queste riforme di Pio X avevano uno scopo preciso. Trasformare la liturgia, intesa nel senso più ampio, da ritualità estetico-sacrale in momento di partecipazione attiva dei fedeli alla vita cristiana. Nelle chiese si dovevano celebrare non belle cerimonie, cui assistere passivamente, con un coinvolgimento più emotivo che vitale, ma cerimonie belle, capaci di rendere i misteri del cristianesimo una realtà sentita, partecipata, coinvolgente, attiva”.

Da qui la riforma della musica sacra, la centralità da dare alla domenica, giorno del Signore, piuttosto che a tante altre devozioni, ecco il rapporto pieno e diretto con l’Eucarestia da incontrare frequentemente, fin da bambini. Da qui anche la diffusione della conoscenza della fede tramite il catechismo. Non basterà, dunque, una qualche partecipazione più o meno formale, qualche rito per quanto importante come la festa della prima comunione, ma piuttosto il continuo tentativo, lo sforzo anche, personale e comunitario, affinché le nostre celebrazioni possano essere vissute sempre più come l’incontro vivo con il Signore crocifisso e risorto. Così potranno essere fonte e culmine della vita di tutti i giorni e non separate da essa, saranno il momento in cui sappiamo che ci viene donato realmente l’amore di Dio, che ci libera e ci salva, e ci costituisce suo popolo in cammino nella storia, a servizio dell’umanità e del suo vero bene.

Ancora, non servirà ricordargli che Lui “ha insegnato sulle nostre piazze”.

Permettetemi un altro esempio tratto dalla vita di San Pio X. Nel 1912 egli ha reso pubblica una sua enciclica dal titolo “Lacrimabili Statu Indorum”, sullo stato di vita e di oppressione degli Indios nell’America del sud, in cui ricordava come, spinti da crudeltà e brama di ricchezza, molti continuassero ad

uccidere, spesso per cause lievissime, e non di rado per mera libidine di torturare, degli uomini a colpi di sferza o con ferri roventi, o con improvvisa violenza farne strage, uccidendoli insieme a centinaia e a migliaia; o [a] saccheggiare borghi e villaggi, massacrando gli indigeni, dei quali talune tribù abbiamo appreso essere state in questi pochi anni quasi distrutte”.

Ed esorta dunque i pastori a “promuovere con ogni studio tutte quelle istituzioni che nelle vostre diocesi siano dirette al bene degli indios, e a procurare di istituirne delle altre che sembrino utili allo stesso scopo. Porrete poi ogni diligenza nell’avvertire i vostri fedeli del sacro loro dovere di aiutare le sacre missioni fra gli indigeni, che primi abitarono questo suolo americano”.

Questa voce così accorata del passato fa purtroppo ancora eco in quella di papa Francesco, che ancora oggi nella sua esortazione post-sinodale Querida Amazzonia ricorda che

Questa storia di dolore e di disprezzo non si risana facilmente. E la colonizzazione non si ferma, piuttosto in alcune zone si trasforma, si maschera e si nasconde, ma non perde la prepotenza contro la vita dei poveri e la fragilità dell’ambiente. I Vescovi dell’Amazzonia brasiliana hanno ricordato che «la storia dell’Amazzonia rivela che è sempre stata una minoranza che guadagnava a costo della povertà della maggioranza e della razzia senza scrupoli delle ricchezze naturali della regione, elargizione divina alle popolazioni che qui vivono da millenni e ai migranti che sono arrivati nel corso dei secoli passati»”.

Ricordo queste affermazioni quest’anno in cui il Signore concede la grazia alla nostra diocesi di continuare e approfondire il nostro servizio alle Chiese dell’Amazzonia, con l’apertura della nuova missione, assieme alle diocesi di Padova e di Vicenza, a Roraima, nel cuore dell’Amazzonia.

Tutti insieme però possiamo chiederci perché un richiamo di più di un secolo fa debba ancora essere richiamato e rafforzato?

Davvero non basta ascoltare e prender atto di un insegnamento, del Signore e della sua Chiesa, ma serve piuttosto il desiderio profondo di conversione ad esso, serve esporci all’amore infinito ed esigente di Cristo, serve trarne conseguenze nella vita.

Se ci riconosciamo ultimi, piccoli, poveri, bisognosi di perdono e di salvezza saremo primi con il Signore.

 

Chiediamogli, per intercessione di San Pio X, di poter riformare la nostra vita, per diventare sempre più un segno reale dell’amore di Dio per tutti.