Meditazione di Mons. Stefano Chioatto: “La vocazione di Maria”

Ritiro Diaconi 16 dicembre 2023

Introduzione 

  1. La chiamata ad essere madre del Signore

Certamente il brano dell’annunciazione è uno dei più rappresentati nell’iconografia cristiana e in molte immagini Maria è raffigurata con un libro in mano: è la Bibbia, la Parola di Dio scritta. L’icona indica l’atteggiamento dell’ascolto, che ci fa cogliere Dio come presente nella nostra vita, come colui che ci parla, ci interpella, ci chiama a collaborare con il suo progetto

Maria è una ragazza che ha una consuetudine costante con la Parola, come appare dal Magnificat, un canto tutto intriso di citazioni dell’A.T. Il suo è un ascolto attento e disponibile che costruisce una relazione con Dio, che costruisce obbedienza, che consente alla Parola di Dio di diventare efficace, fino a farla diventare carne.

26Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, 27a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te» 29A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. 30L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».

34Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». 35Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio.36Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: 37nulla è impossibile a Dio». 38Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Il brano presenta la nascita di Gesù in parallelo con quella di Giovanni Battista: entrambe sono straordinarie (ad un’anziana, ad una vergine), entrambe sono annunciate da un angelo, ma ci sono anche diversità.

Nel sesto mese: si intende della gravidanza di G.B.: le due nascite sono collegate, in relazione; Giovanni Battista. sarà chiamato a preparare la strada a Gesù.

Nazaret è luogo sconosciuto nella storia della salvezza, mai nominato nell’A.T.: è un villaggio di 150 ab. circa, in una regione semi-pagana, la Galilea, non certo esemplare nell’osservanza della Legge e del culto, disprezzata dagli ebrei della Giudea: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?».Gv. 1,46.

La destinataria dell’annuncio è una giovane donna, di umili origini, fidanzata e promessa sposa, già impegnata con un vincolo. Il termine vergine qui sta ad indicare semplicemente che Maria finora non ha mai avuto rapporti sessuali (non necessariamente un suo impegno verginale definitivo).

Qui viene indicato il primo nome di questa ragazza: quello che le hanno dato i suoi genitori: Maria, che significa signore, regina, altezza, sommità, amata da Dio.

Rallegrati, piena di grazia il Signore è con te: c’è l’eco dei profeti. Rallegrati, gioisci, esulta, Figlia di Sion, è l’esordio di un lieto annuncio; perché il Signore è in mezzo a te; anche questa è una modalità tipica dei racconti di vocazione: il Signore ti fa visita con la sua presenza.

Kekaritomene” = riempita completamente dell’amore gratuito di Dio: questo è il secondo nome, quello che Dio le dà: scelta, prediletta, preferita dall’amore di Dio; il Signore si è compiaciuto di te.

A questo annuncio Maria rimane turbata, come lo sono le persone semplici e umili, le quali riconoscono con stupore che tutto è dono, tutto è grazia e si sentono onorate e confuse.

Non temere: sono le parole rassicuranti di ogni annuncio di vocazione. Ed ora c’è il contenuto sconvolgente dell’annuncio: sarai madre di un figlio, il cui nome significa “Dio salva”. Le qualifiche “grande” e “Figlio dell’Altissimo” sono titoli messianici: tu sarai madre del Messia atteso, del Salvatore.

Come avverrà questo? Certo Maria chiede qui un chiarimento, ma in questa domanda non oppone resistenza, ha desiderio di comprendere, nella sua situazione concreta di impegnata nei confronti di Giuseppe, quale strada il Signore vorrà intraprendere per portare a compimento il suo progetto.

Lo Spirito Santo scenderà su di te. Come all’inizio della creazione la vita è giunta con il soffio dello Spirito, ora ci sarà una nuova creazione che segnerà l’ingresso di Dio nella vita dell’umanità. Lo Spirito ti coprirà come nube, come copriva la tenda del Convegno durante l’Esodo, segno della gloria di Dio che la veniva ad abitare.

Nulla è impossibile a Dio.  La disponibilità delle persone semplici a lasciarsi plasmare da Dio rende possibile il fatto che il Regno di Dio cominci e cresca sulla terra. L’essere onnipotente è una delle caratteristiche di Dio, che come si è rivelato a noi è amore: Dio è onnipotente nell’amore, un amore che si fa piccolo come il feto di un bimbo, un amore che si abbassa per condividere la nostra situazione umana.

Ecco sono la serva del Signore. In quell’ “ecco” avvertiamo tutta la prontezza, la disponibilità all’offerta di sé che Maria fa, anche se quello che Dio le propone le sconvolge la vita. Quell’ “ecco” significa: “sono pronta a tutto, accetto tutto purché la tua volontà si compia in me e in tutte le tue creature. Non desidero nient’altro, mio Dio” (Ch. de Foucauld). Maria non interpone ostacoli od obiezioni, non è preoccupata di sé, è libera. La sua risposta è sicura.

E qui Maria dà a se stessa il suo terzo nome: serva del Signore. Il primo effetto dell’esperienza che la grazia di Dio, così sovrabbondante nei suoi confronti, opera è quello di una profonda umiltà: Maria non si inorgoglisce per essere stata scelta da Dio per questa missione; è pienamente consapevole della sua pochezza umana, e proprio per questo si consegna completamente a Dio, ma non lo fa per paura, per impotenza, perché costretta dalla situazione. Il suo è un sì libero e convinto, il sì di un’adolescente che si prepara ad assumere le proprie responsabilità nella vita. Dio, quando entra nella vita di una persona non la violenta, non la costringe mai, Il suo amore gratuito si incrocia con la nostra libertà. Dio ha voluto e vuole aver bisogno di noi per poter portare avanti il suo progetto di salvezza, proprio perché ci ama e ci stima.

Anche oggi Dio viene a visitare la ns. vita; lo fa in una forma che insieme è discreta e sorprendente; ci dice “Non temere, non avere paura; il Signore in mezzo a te è un salvatore potente”; ci chiama ad essere collaboratori liberi e responsabili al suo progetto. Ha bisogno del nostro sì, della ns disponibilità per continuare ad essere presente nel mondo. Ha bisogno che gli facciamo spazio nel ns. grembo, cioè nella ns. vita, nei ns. pensieri, nel ns. stile, nelle ns. decisioni; ci chiede di essere disponibili a generarlo oggi nel ns. tempo, nelle ns. situazioni. Eccomi, dice Maria. Eccomi possiamo rispondere anche noi. Eccomi con la mia pochezza, con la mia fede piccola, eccomi, con le mie fragilità, le scarse energie. Eccomi anche se ancora non mi è chiaro tutto, se faccio fatica a capire il tuo disegno, eccomi anche con le mie paure, ma mi fido di te, Signore, perché sei tu a volere che io sia tuo strumento perché tu oggi possa di nuovo rinascere in questo mondo. 

  1. La chiamata ad essere discepola di suo Figlio

Negli scritti del N.T. il termine discepolo non è applicato mai a Maria. Eppure nell’esperienza di Maria troviamo gli elementi tipici del discepolato: la chiamata, l’adesione obbediente fino alla croce, il rapporto con la persona di Gesù, l’ascolto della sua parola e il riconoscerlo come Maestro e Signore.

Paolo VI. Nell’allocuzione di chiusura della III Sessione del Concilio Vaticano II (21 novembre 1964), afferma che Maria «nella sua vita terrena ha realizzato la perfetta figura del discepolo di Cristo», e nell’esortazione Marialis cultus (2 febbraio 1974) la propone quale «prima e più perfetta discepola di Cristo»

Giovanni Paolo II La Vergine è «la prima dei suoi discepoli: la prima nel tempo, perché già ritrovandolo nel tempio ella riceve dal Figlio adolescente insegnamenti, che conserva nel cuore (cf Lc 2,51); la prima, soprattutto, perché nessuno è stato mai “ammaestrato da Dio” (cf Gv 6,45) ad un grado simile di profondità. «Maria madre diventava […], in un certo senso, la prima discepola di suo Figlio, la prima alla quale egli sembrava dire: “Seguimi”, ancor prima di rivolgere questa chiamata agli apostoli o a chiunque altro (cf Gv 1,43)» (RM, n. 20).

Ci chiediamo come Maria abbia vissuto il tempo del ministero pubblico di Gesù. Possiamo pensare Maria all’interno del gruppo vasto dei discepoli che, alla scuola del Figlio, avanza nel suo cammino di fede e insieme ai discepoli, unita nella fatica a volte di comprendere le parole e i gesti, eppure partecipe e coinvolta in questo cammino, anche se non è nella cerchia più ristretta, più vicina. Con la stessa partecipazione e la stessa discrezione sarà presente dopo la risurrezione nella comunità dei discepoli, prima nel cenacolo e poi ancora, per quanto è durata la sua esistenza terrena. Maria, pur essendo madre del Signore, non ha mai cessato di essere, particolarmente nel corso della sua vita pubblica, anche discepola e insegna a tutti i discepoli del Signore, qual è il posto giusto da occupare: sempre a lato, mai al centro.

Maria è «discepola», perché si è messa in ascolto della Parola, e la conserva per sempre nel cuore. L’evangelista Luca in particolare la presenta nel segno dell’ascolto/accoglienza della Parola. Per due volte Gesù, sebbene in forma indiretta, fa riferimento a sua Madre come discepola che ascolta la Parola di Dio e la vive.

Maria nel corso della vita pubblica di Gesù non ha un ruolo di protagonista, non fa parte neppure del gruppo di donne che seguono Gesù e assistono i discepoli Sembra accompagnare da lontano il cammino del Figlio:

Lc 8,19-21: «Un giorno andarono a trovarlo la madre e i fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla. Gli fu annunziato: «Tua madre e i tuoi fratelli sono qui fuori e desiderano vederti». Ma egli rispose: «Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica»

Gesù non vuole trattare male sua madre e i suoi parenti, ma se ne è andato di casa per formarsi una nuova famiglia; ha seguito la sua vocazione, ha compiuto la volontà del Padre, si è consacrato totalmente alla missione che il Padre gli ha affidato e attorno a Lui si va formando una nuova famiglia: quella che accoglie l’annuncio del Regno di Dio, quella dei suoi discepoli che ascoltano la Parola di Dio e compiono la volontà del Padre. Maria non è fuori da questa nuova famiglia, ne è membro a tutti gli effetti: questo richiede per Lei un ripensamento, una ricollocazione dentro il progetto di Dio.

Lc 11,27-28: «Mentre diceva questo, una donna alzò la voce di mezzo alla folla e disse: «Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!». Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!».

In queste due scene confluiscono i temi relativi all’«ascolto/accoglienza» della Parola di Dio. L’«ascolto» di quanto Cristo dice è appena il momento iniziale dell’itinerario di fede. Dopo aver «udito» la Parola, occorre «metterla in pratica».

«Maria parla e pensa con la Parola di Dio; la Parola di Dio diventa parola sua, e la sua parola nasce dalla Parola di Dio. Così si rivela, inoltre, che i suoi pensieri sono in sintonia con i pensieri di Dio, che il suo volere è un volere insieme con Dio. Essendo intimamente penetrata dalla Parola di Dio, ella può diventare madre della Parola incarnata» (Benedetto XVI ,Deus caritas est, n. 41).

Redemptoris Mater (25 marzo 1987), dove il tema del discepolato si rapporta esplicitamente a quello della sequela. Afferma la Redemptoris Mater: “Colei che all’annunciazione si è definita «serva del Signore», è rimasta per tutta la vita terrena fedele a ciò che questo nome esprime, confermando così di essere una vera «discepola» di Cristo”. 

  1. La chiamata ad una seconda maternità

Gv 19, 25-27  Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.

È una delle scene più affascinanti del vangelo di Giovanni molto cara all’arte e alla devozione popolare. Provoca un’immediata eco emotiva, che sembra fermarsi ad un primo livello, dove è centrale la “passione” di Maria, il suo profondo dolore, la sua partecipazione alla passione e morte del Figlio. Maria qui riassume un dolore universale, è simbolo di ogni madre che vede patire e morire il Figlio, o che comunque lo perde. Mentre perdere i genitori è naturale per un figlio, non lo è altrettanto per una madre perdere un figlio.

Maria sotto la croce vive quel dolore che le era stato risparmiato all’inizio quando per uccidere Gesù Erode aveva ordinato di uccidere tutti i bambini. Sotto la croce si adempie la profezia del vecchio Simeone: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione… e anche a te una spada trafiggerà l’anima».

Maria torna in scena nel vangelo di Gv. dopo una lunga assenza, dalle nozze di Cana, dove, pur essendo all’interno dei discepoli di Gesù, ha svolto un ruolo da protagonista, ha mediato perché la volontà di Dio si potesse manifestare, ha messo il suo ruolo di madre di Gesù a servizio delle necessità degli altri. In Gv è chiara la relazione fra i 2 brani, attraverso il termine «ora».: quell’ora che a Cana non è ancora giunta sulla croce si compie: è l’ora della salvezza, dell’amore, del sacrificio.

Come Maria ha vissuto l’esperienza della croce? Per lei è stata la prova per eccellenza, che ha vissuto nell’obbedienza della fede. «Ai piedi della Croce Maria partecipa mediante la fede allo sconvolgente mistero di questa spoliazione. Mediante la fede la madre partecipa alla morte del Figlio, alla sua morte redentrice; ma, a differenza di quella dei discepoli che fuggivano, era una fede ben più illuminata. Sul Golgota Gesù mediante la Croce ha confermato definitivamente di essere il “segno di contraddizione”, predetto da Simeone» Giovanni Paolo II, RM 22.

La scena è solenne, quasi isolata dalla tragicità e dalla confusione che la circonda. Sotto la croce Gesù non è lasciato solo: ad assisterlo nel suo supplizio c’è un gruppo fedele, per quanto piccolo, ma significativo, formato prevalentemente da donne. È un gruppo vicino a Gesù per l’amore e la fede, anticipo di tutti coloro che accoglieranno il suo sacrificio e i suoi frutti di salvezza.

Né la madre, né il discepolo hanno un nome: ciascuno rappresenta un gruppo. La donna rappresenta tutto il popolo d’Israele, è colei che genera il nuovo Israele. E il discepolo innominato rappresenta tutti i discepoli, è il discepolo ideali con il quale tutti possono identificarsi. Maria e il discepolo insieme sono il nuovo popolo di Dio; sotto la croce sta nascendo una nuova realtà,: la Chiesa.

Le parole che Gesù pronuncia sono anche dette “il testamento della croce”. Gesù alla sua morte lascia in eredità una madre e un discepolo. Questo duplice affidamento ha il carattere solenne di un comandamento. È l’ultima cosa che Gesù comanda prima di morire, assume il carattere di una volontà definitiva, appunto di testamento. A questo comandamento viene data subito esecuzione: «E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé», che realizza e rende concreto il comandamento dell’amore: «Amatevi l’un l’altro come io ho amato voi».

Maria sotto la croce diventa di nuovo madre, non solo più del Figlio di Dio fatto uomo, ma del Cristo capo e corpo che è la Chiesa. La morte di Gesù per lei è il travaglio del nuovo parto. A Maria Gesù presenta un nuovo figlio. Qui inizia la maternità spirituale di Maria che si estende a tutti i discepoli; è come una nuova vocazione: tra Maria e i discepoli sono stabiliti nuovi rapporti.

Sono interessanti le due affermazioni di Gesù: “Ecco tuo figlio”; “Ecco tua madre”. Non basta che Maria assuma la nuova missione: è necessario che anche il discepolo prenda coscienza di questa nuova maternità; ciò non è scontato: risulta più facile e semplice a chi è umile di cuore.

«E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé» lett. “tra le sue cose private”. Comprendiamo che non significa solo che si prese cura materialmente e affettivamente di lei, ospitandola nella sua casa, ma il significato più profondo è “L’accolse tra i suoi beni spirituali, nella sua esperienza di fede, nella sua intimità”. Maria entra nella vita spirituale del discepolo, in un dialogo fatto di sentimenti, di affetti, che non facilmente si può esternare, che è quasi protetto da un velo di pudore, fa parte della privacy, dell’intimità spirituale. Il discepolo entra nei sentimenti di Maria che a sua volta entra nei sentimenti del discepolo. Ogni discepolo perciò è indissolubilmente legato a Maria, come Maria è indissolubilmente legata ad ogni discepolo. Questo nuovo rapporto speciale che nasce ai piedi della croce tra Maria e il discepolo lo chiamiamo “affidamento”.

Questa nuova maternità generata dalla fede è frutto del nuovo amore che maturò in lei definitivamente ai piedi della croce, partecipando all’amore redentivo del Figlio (RM 24). L’amore apre sempre a nuova vita, a nuove relazioni, a nuove modalità. La maternità di Maria trova una nuova continuazione nella Chiesa, rappresentata da Giovanni (il discepolo). Ecco perché la onoriamo con il titolo di Madre della Chiesa. 

4 . Maria e la sua nuova missione

Atti 1, 12Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in giorno di sabato. 13Entrati in città, salirono nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi: vi erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo figlio di Alfeo, Simone lo Zelota e Giuda figlio di Giacomo. 14Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui.

Il dato biblico è estremamente sobrio, va collocato nell’esperienza pasquale di Gesù che ha il gruppo dei discepoli. Si tratta di un momento molto delicato, di una fase di passaggio: Gesù risorto ha promesso la sua assistenza ai suoi discepoli: «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» Mt 28,20, ma la sua presenza sarà diversa da quella che hanno sperimentato nei giorni della sua vita terrena e anche da quella che hanno sperimentato nel tempo immediatamente successivo alla risurrezione.

È un momento di gestazione, e di attesa vigilante e trepida, come lo è ogni gestazione. Possono sorgere interrogativi, dubbi, paure, ed insieme la tentazione di tornare indietro. C’è il pericolo delle defezioni, che la comunità si sfaldi, si sfiduci e che la missione non giunga in porto. A questo punto ricompare Maria con i fratelli, parenti, di Gesù,

Maria nel corso della vita pubblica, del ministero di Gesù, non ha un ruolo di protagonista, non fa parte neppure della schiera di donne che seguono Gesù e assistono i discepoli. Sembra accompagnare da lontano il cammino del figlio. Tuttavia è presente nei momenti culmine della storia della salvezza: incarnazione, redenzione, Pentecoste.

Maria viene a prendere il suo posto definitivo nella sua nuova famiglia: quella dei discepoli del Signore, il suo posto di madre: è la sua nuova identità pasquale. L’iconografia riguardante la Pentecoste ci illumina sul ruolo e sulla presenza di Maria all’interno della prima comunità cristiana raccolta nel cenacolo: le raffigurazioni in molti casi la pongono al centro del gruppo che riceve lo Spirito Santo. Anche la presenza di Maria è essenziale alla Chiesa, non è un elemento di contorno. Pur non essendo una presenza apostolica, gerarchica, in quel momento per gli apostoli rappresenta una tradizione di fede più ampia dell’esperienza che gli apostoli stessi hanno avuto di Gesù: nel gruppo dei discepoli solo Maria è stata testimone e protagonista dell’incarnazione. Senza la testimonianza dell’incarnazione e della vita nascosta anche la testimonianza della redenzione risulta parziale.

La testimonianza di Maria sostiene rafforza la fede dei discepoli in attesa dello Spirito e così facendo mantiene unita la comunità apostolica, così come almeno nella famiglia e nel ruolo tradizionale che ricopriva la donna, era la madre a tenere unita la famiglia anche nei momenti di crisi e di difficoltà. anche quello dell’attesa della Pentecoste è un tempo di avvento. è l’avvento dello Spirito.

E tuttavia c’è qualcosa in relazione allo Spirito Santo che differenzia Maria da tutti gli altri: Maria è già la piena di grazia, lo Spirito Santo l’ha già ricolmata dei suoi doni nell’annunciazione; Ci verrebbe da dire Maria non ha bisogno di ricevere lo Spirito Santo, infatti l’iconografia orientale riproduce Maria senza la fiammella.

Ogni volta che nella storia della salvezza e nella storia della Chiesa nasce qualcosa di nuovo noi ritroviamo sempre queste due presenze: Maria e lo Spirito Santo. Troviamo il seme della vita divina, che è sempre novità, e troviamo il grembo accogliente di Maria che ne consente la nascita.

Maria nel cenacolo riceve una nuova missione e viene resa capace di realizzarla. Nel cenacolo non conclude la sua missione ma si addossa coraggiosamente il carico di una nuova missione. Il vero momento della sua maternità, la sua vera partecipazione all’opera del Cristo virgola non consiste tanto nella sua maternità iniziale ma piuttosto nella sua maternità universale, non soltanto dei nei confronti del Cristo come figura individuale ma nei confronti del corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa, nei confronti di tutti i discepoli di Cristo.

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Maria modello della diaconia

di Luigi Vidoni

Il cammino di santità, a cui tutti siamo chiamati, per il diacono ha un percorso privilegiato ed quello del servizio, sull’esempio di Gesù che «non è venuto par farsi servire, ma per servire e dare la vita» (Mc 10,45). Ed è nello “svuotarsi” del Figlio di Dio (cf. Fil 2,7) che il diacono trova la sua ragion d’essere; ed è in questo “farsi nulla” che trova realizzazione quell’accoglienza di chi sa farsi prossimo ad ogni sofferenza e bisogno del fratello incontrato lungo la via della vita (cf. Lc 10,25-37).

La diaconia deve essere vissuta in pienezza

Se il diacono «è costituito icona vivente di Cristo Servo», il suo cammino di santità non può essere disgiunto da un rapporto speciale con Maria, la “Serva del Signore“. Il Direttorio per il ministero e la vita dei diaconi permanenti, al n. 57 recita: «La partecipazione al ministero di Cristo Servo indirizza necessariamente il cuore del diacono verso la Chiesa e verso Colei che è la sua Madre santissima. […] L’amore a Cristo e alla Chiesa è profondamente legato alla Beata Vergine, l’umile serva del Signore, che, con l’irrepetibile e ammirevole titolo di madre, è stata socia generosa della diaconia del Figlio divino (cf Gv 19,25-27). […] A Maria guarderà con venerazione ed affetto ogni diacono; infatti la Vergine Madre è la creatura che più di tutte ha vissuto la piena verità della vocazione, perché nessuno come Lei ha risposto con un amore così grande all’amore immenso di Dio».

Maria si presenta dunque come la “Serva del Signore“. Con queste parole ella afferma tutta la sua grandezza: Maria è grande, perché è serva! Dice don Tonino Bello nel suo libro “Maria, donna dei nostri giorni”: «Quell’appellativo, Maria se l’è scelto da sola. Per ben due volte, infatti, nel vangelo di Luca, lei si autodefinisce serva. La prima volta, quando, rispondendo all’angelo, gli offre il suo biglietto da visita: “Eccomi, sono la serva del Signore”. La seconda, quando nel Magnificat afferma che Dio “ha guardato l’umiltà della sua serva».

Il sì di un giorno va ridetto tutti i giorni

Guardare a Maria, allora, è per il diacono (e per chiunque è chiamato ad un cammino di servizio nella diaconia della Chiesa) non soltanto coltivare un sentimento anche bello di devozione, ma guardare ad un modello da imitare, sia pur con tutte le evidenti differenze. C’è una sua parola nella quale possiamo intravvedere un costante atteggiamento della sua vita. È il suo «sì» che, pronunciato all’Angelo, sarà ripetuto per tutta la vita: «Sì» a Dio, a tutto ciò che le chiedeva, a tutto ciò che le avrebbe chiesto. Diceva Madre Teresa di Calcutta, riferendosi al “sì” di Maria, che per poter raggiungere la nostra santità occorre dire: “Voglio!”, ossia “Sì”: dire sempre “voglio” a quanto Dio vuole. Perché per raggiungere la santità non basta aver fiducia nella grazia di Dio e abbandonarvisi, ma occorre la nostra totale corrispondenza, la nostra volontà piena: “Sì, lo voglio“.

La diaconia della Parola

Nel Direttorio, sempre al n. 57, si legge: «Quest’amore particolare alla Vergine, Serva del Signore, nato dalla Parola e tutto radicato nella Parola, si farà imitazione della sua vita [di Maria]. Sarà questo un modo per introdurre nella Chiesa quella dimensione mariana che molto si addice alla vocazione del diacono».

Il diacono è chiamato quindi ad esprimere il suo servizio ecclesiale nella “diaconia della Parola”. E ci chiediamo: come Maria può indicarci uno stile originale, alieno da ogni clericalismo, per portare a tutti la Parola, che è Gesù, in uno stile tipicamente diaconale?

Maria non è venuta per predicare, ma per dare Gesù al mondo. Questa è la vera opera di Maria, dare Gesù al mondo. Il Vangelo ci mostra Maria in questo atteggiamento, unico: «Serbava tutte queste cose nel suo cuore» (cf. Lc 2,19; Lc 2,51). Quel “silenzio pieno” emana un fascino speciale per chi guarda a Maria come ad un modello a cui ispirarsi: quel suo “silenzio” così importante per noi che siamo chiamati a parlare per evangelizzare, sempre allo sbaraglio, lanciati fuori nelle periferie… Anche Maria ha parlato. E ha dato Gesù. Nessuno mai al mondo fu evangelizzatore più grande, nessuno ebbe mai parola come lei che diede alla luce il Verbo incarnato! E Lei “tacque” in quel particolare servizio alla Parola, dove sempre la parola deve poggiare su un silenzio, come un dipinto sullo sfondo.

Siamo chiamati a svuotarci per accogliere

In questo cammino di santità il diacono, chiamato, ad imitazione di Maria, ad essere “un nulla d’amore”, a “svuotarsi” per accogliere il fratello ed in lui il Signore, e sul quel silenzio lascia parlare lo Spirito affinché Gesù viva in sé e nella persona che accoglie in una reciprocità che diventa beatitudine (cf. Gv 13,1-5.12-17).

È in questo nostro atteggiamento interiore che possiamo vivere questa particolare diaconia della Parola, in questo dare al mondo Gesù come Maria: occorre che la Parola mi abiti perché possa poi manifestarsi. Non si può quindi non vedere Maria se non come Colei che è tutta rivestita della Parola di Dio.

L’originalità di Maria

L’originalità di Maria, quindi, – pur nella sua perfezione unica – è quella che dovrebbe essere di ogni cristiano: ripetere Cristo, la Verità, la Parola, secondo il carisma proprio di ciascuno. Se Maria è Parola di Dio vivente, ella sta quindi in testa alla schiera dei discepoli di Cristo quale prima discepola.

Nel nostro impegno ad imitare Maria c’è una condizione essenziale: custodire in noi soltanto la Parola di Dio. E col nostro santificarci con la Parola potremmo generare in noi Gesù, per noi e per gli altri, in modo da poter dire, in certo modo, anche per noi: «… benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù» (Lc 1,42). E san Gregorio Magno afferma che «se uno con la sua parola fa nascere nell’anima del prossimo l’amore per il Signore, questi quasi genera il Signore e diventa madre del Signore».

Partecipi della maternità divina di Maria

Imitare Maria nel vivere la Parola è partecipare, in un certo senso e facendo le debite distinzioni, alla sua maternità divina. Maria, perché ha generato il Verbo è madre di Dio, essendo madre dell’umanità dell’unica persona del Verbo intimamente legata al Padre ed allo Spirito Santo. Dio, nel suo amore sconfinato per questa creatura privilegiata, si è in certo modo “rimpicciolito” di fronte a Lei. San Paolo, parlando di Gesù che è Dio, dice che “svuotò se stesso” (cf. Fil 2,7). E questo, nell’incarnazione, iniziò nel seno della Vergine Maria. Sant’Efrem scrive: «Nel seno di Maria divenne bambino Colui che è uguale al Padre suo dall’eternità: dette a noi al sua grandezza e si prese la nostra piccolezza».

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Intercessioni ai vespri

Innalziamo la comune preghiera a Cristo, Salvatore, nato dalla Vergine Maria:

Vieni, Signore Gesù.  

MARIA, Maestra di fede, che con la tua obbedienza alla Parola di Dio hai collaborato in modo esimio all’opera della Redenzione,

rendi fruttuoso il ministero dei diaconi, insegnando loro ad ascoltare e ad annunciare con fede la Parola.

MARIA, Maestra di carità, che con la tua piena disponibilità alla chiamata di Dio, hai cooperato alla nascita dei fedeli nella Chiesa,

rendi fecondi il ministero e la vita dei diaconi, insegnando loro a donarsi nel servizio del Popolo di Dio.

MARIA, Maestra di preghiera, che con la tua materna intercessione hai sorretto e aiutato la Chiesa nascente,

rendi i diaconi sempre attenti alle necessità dei fedeli, insegnando loro a scoprire il valore della preghiera.

MARIA, Maestra di umiltà, che per la tua profonda consapevolezza di essere la Serva del Signore sei stata colmata dallo Spirito Santo,

rendi i diaconi docili strumenti della redenzione di Cristo, insegnando loro la grandezza di farsi piccoli.

MARIA, Maestra del servizio nascosto, che con la tua vita normale e ordinaria, piena di amore hai saputo assecondare in maniera esemplare il piano salvifico di Dio,

rendi i diaconi servi buoni e fedeli, insegnando loro la gioia di servire nella Chiesa con ardente amore.