Author: acecchin

“Uniti nella stessa benedizione”: il Messaggio dei Vescovi italiani per la Giornata del dialogo tra cattolici ed ebrei del 17 gennaio

“Rinnoviamo la nostra ferma e decisa condanna al terrorismo in ogni sua forma”. E “invitiamo, una volta di più, tutti i cattolici che sono in Italia a ripudiare ogni antisemitismo e ogni espressione violenta contro il popolo ebraico”. È quanto ribadiscono oggi i vescovi italiani in un Messaggio diffuso dalla Cei e scritto dalla Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo per la 37ª Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei che si celebra il 17 gennaio ed ha quest’anno per titolo “Uniti nella stessa benedizione. In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 12,3).
Il messaggio fa riferimento al 7 ottobre 2023 e alla situazione in Terra Santa. “Ribadiamo la nostra ferma e decisa condanna dell’atto terroristico e ignobile del 7 ottobre 2023”, scrive la Commissione Cei. “Siamo vicini alle vittime del popolo ebraico e a quelle del popolo palestinese nella tragedia Gaza e auspichiamo una soluzione che consenta a entrambi, come anche agli altri gruppi presenti in quei territori, una convivenza pacifica. Siamo vicini a tutte le persone che soffrono a causa del conflitto in atto”.
I vescovi lanciano un appello e invitano a continuare a credere nel “dialogo franco, leale e costruttivo. Un dialogo nella verità e nella carità, con la ferma volontà di riconoscerci fratelli, sempre e comunque. Con la ferma volontà di non abbandonare mai il dialogo, per nessun motivo. La fraternità sta a fondamento del rapporto che sussiste fra noi, come base e come prospettiva. Siamo dentro la medesima benedizione. Le differenze non la cancellano e non la cancelleranno. Radicati in questa certezza desideriamo continuare a costruire le nostre relazioni. Il dialogo tra noi è anche un servizio per il dialogo fra le religioni e, soprattutto, un servizio verso questo nostro mondo, sempre più lacerato e diviso. Non possiamo privare il mondo di questo dono. Nella consapevolezza che tutte le religioni sono chiamate, con coraggio e urgenza, ad affrontare la sfida del dialogo. Ne va della loro stessa identità”.
Il messaggio si conclude rivolgendosi alle comunità cattoliche presenti in ogni territorio: “Le invitiamo a confrontarsi con le comunità ebraiche per rinsaldare i rapporti e per testimoniare, nella nostra società, la vocazione delle religioni a creare dialogo e coesione sociale. Ci auguriamo, alla luce della situazione geo-politica, che si possano vivere nei vari territori momenti di incontro tra cristiani, ebrei e musulmani. Per offrire alla società, nella concretezza dei rapporti, la testimonianza di una vera ricerca di pace. Una via italiana del dialogo interreligioso. Auspichiamo gesti concreti di vicinanza fra comunità cristiane e comunità ebraiche”.

“Desideriamo continuare a camminare con i nostri cari fratelli ebrei, con stima e riconoscenza. Ci impegniamo a studiare le Sacre Scritture e a lasciarci aiutare da loro in questo studio. Desideriamo mantenere uno stretto legame per imparare da loro e con loro l’arte di mantenerci popolo in cammino, popolo in attesa, popolo capace di speranza. Desideriamo lottare con forza contro ogni tipo di antisemitismo e di antigiudaismo”. È un passaggio del Messaggio. I vescovi ricordano che “Gesù Cristo ci lega al popolo ebraico. L’identità cristiana profonda non può fare a meno del popolo ebraico, della sua storia e della sua spiritualità. Sono i nostri fratelli maggiori. Siamo in debito verso di loro. Siamo rami diversi che spuntano dalla stessa radice santa”. I vescovi ripercorrono quanto affermato dai Papi e da Leone XVI che hanno sempre “condannato l’antisemitismo con parole chiare”. “Per questo motivo – scrivono – riteniamo fondamentale il comune lavoro sulle “16 schede per conoscere l’ebraismo” e la sua continuazione con ulteriori approfondimenti, per creare una corretta conoscenza dell’ebraismo”. Le “16 schede per conoscere l’Ebraismo” sono un progetto congiunto della Conferenza Episcopale Italiana (Cei) e dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (Ucei) nato per le scuole, che esplorano concetti fondamentali (Bibbia, Torah, Nome di Dio, elezione), vita comunitaria (feste, ciclo di vita, ruolo donna/rabbini), storia (Ebrei d’Italia, Gesù ebreo) e dialogo interreligioso, offrendo uno strumento per una conoscenza corretta e priva di pregiudizi. I vescovi suggeriscono di diffondere queste schede durante la Giornata del 17 gennaio, “favorendo così la formazione permanente specie di insegnanti e responsabili di gruppi e associazioni, così come il testo “Decostruire l’antigiudaismo cristiano”, recentemente tradotto in italiano per volontà della Cei. “Auspichiamo – scrivono i vescovi – e ci impegniamo a promuovere, a livello territoriale, ulteriori momenti di confronto e di studio. Decisamente intendiamo continuare gli incontri nazionali con i leader religiosi presenti in Italia per costruire una “via italiana” di dialogo interreligioso”.

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Ecumenismo: celebrati a Venezia i 60 anni della revoca delle scomuniche tra Roma e Costantinopoli

“Liberarsi di ciò che divide e abbracciarsi è la volontà di Dio”. Così il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, intervenendo martedì 2 dicembre a Venezia per il 60° anniversario della reciproca abolizione delle scomuniche tra Roma e Costantinopoli.

L’evento di carattere ecumenico era organizzato dall’Ufficio Nazionale per l’Ecumenismo ed il Dialogo della Cei e dalla Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia con la presenza di rappresentanti delle comunità cristiane cattoliche, ortodosse e protestanti. Nella Chiesa di San Zaccaria, dopo un momento introduttivo, si è tenuta la celebrazione che ha visto l’intervento del Metropolita Polycarpos. Successivamente ci si è recati nella Cattedrale di San Giorgio dei Greci dove il card. Zuppi ha proposto la sua riflessione. Sono seguiti la Professione di fede, la lettura della Dichiarazione congiunta, lo scambio della pace e la benedizione.

Foto Malavasi (Gente Veneta)

Il cardinale Zuppi ha ricordato che il 7 dicembre 1965 san Paolo VI e il patriarca Atenagora firmarono l’estinzione delle scomuniche e che la Dichiarazione comune mirava a “togliere dalla memoria e nel mezzo della Chiesa le sentenze di scomunica dell’anno 1054”. Richiamando l’incontro tra Papa Leone XIV e il patriarca Bartolomeo I, Zuppi ha evidenziato che quel viaggio conferma “questo nostro incontro”. Ha poi riproposto le parole di Atenagora: “Il passato vive in noi, per questo dovevamo cancellare il brutto passato, o piuttosto permettere a Dio di cancellarlo, perché provocava l’odio in noi”. E ancora: “La revoca degli anatemi ha costituito l’atto esemplare di un nuovo approccio all’unione”. Il cardinale ha citato anche lo scambio tra Paolo VI e Atenagora, quando il patriarca disse di essere “profondamente commosso” e il Papa rispose: “Siccome questo è un vero momento di Dio, dobbiamo viverlo con tutta l’intensità”. Il cardinale ha ricordato che Paolo VI definì cattolici e ortodossi “Chiese sorelle” chiamate a “condurre a pienezza e perfezione la comunione”. Zuppi ha ribadito che “l’unità cristiana non è un lusso, ma l’ultima preghiera di nostro Signore Gesù Cristo”, invitando a camminare “con ferma determinazione sulla via del dialogo, nell’amore e nella verità”.

La “vocazione ecumenica” di Venezia “può oggi diventare segno profetico per il nostro tempo in cui l’umanità avverte nuovamente necessità di ponti, di riconciliazione, di pace”, ha detto mons. Francesco Moraglia, patriarca della diocesi lagunare, nel suo intervento. Il patriarca ha inaugurato l’incontro nella chiesa di San Zaccaria che custodisce il corpo di Sant’Atanasio, “che tanto contribuì alla formulazione del Simbolo di Nicea” e che “ci ricorda che l’unità della Chiesa nasce e si fonda nella verità di Cristo, confessata insieme e vissuta nella carità. E mentre quest’anno celebriamo il 1700° anniversario del Concilio di Nicea (325–2025), questo riferimento diventa ancora più carico di significato – ha concluso Moraglia -: ci richiama a tornare alle radici comuni della nostra fede, a quel Credo che unisce cattolici e ortodossi nel riconoscimento del Figlio unigenito, ‘Dio da Dio, luce da luce’”. Moraglia ha richiamato la vocazione della città, “ponte fra Oriente e Occidente”, dove le differenze “non si sono cancellate ma incontrate” diventando occasione di arricchimento. In riferimento all’Annunciazione, il patriarca ha indicato in Maria “il paradigma dell’incontro, l’immagine più alta del dialogo vero”, un ascolto che guida il cammino delle Chiese “a deporre paure e diffidenze” confidando nella grazia. Ha quindi richiamato la presenza in San Zaccaria delle reliquie di sant’Atanasio, “padre comune nella fede”, ricordando il 1700° anniversario del Concilio di Nicea, il cui Credo “unisce cattolici e ortodossi nel riconoscimento del Figlio unigenito”. Moraglia ha auspicato che da Venezia il cammino comune “prosegua con rinnovato vigore”, sostenuto da preghiera e ascolto reciproco, affinché la città sia “ancora una volta segno di pace e di unità per tutti”.

Foto Malavasi (Gente Veneta)

“La sapienza dei Padri ci porta a sollevare lo sguardo verso l’alto, al disopra della polvere della storia e delle fragilità umane”. Così la teologa Viviana De Marco ha introdotto  il suo intervento. Ripercorrendo la prospettiva trinitaria del Vaticano II, ha ricordato che l’unità “non è solo una meta da ricercare nel cammino della Chiesa, ma innanzitutto un mistero da contemplare nella SS Trinità” e che l’ecumenismo è suscitato dallo Spirito. Ha richiamato lo storico incontro del 1965, quando Paolo VI e Atenagora “cancellano le scomuniche insieme a 900 anni di diffidenza”, spiegando che non si trattò “di un semplice atto diplomatico, né solo di un atto di revisione storica”, ma “di un’esperienza di reciprocità e misericordia”. De Marco ha ricordato che il dialogo non è “un confronto teorico tra tesi diverse nella modalità del sic et non”, ma un cammino “guidato dall’amore per l’Eucaristia”, dove “la grande Tradizione liturgica e teologica della Chiesa greca diventa così per la Chiesa latina un tesoro immenso”. Quindi ha citato i documenti di Monaco, Creta e Bari e la comune consapevolezza che “l’Eucaristia costituisce il criterio del funzionamento della vita ecclesiale nella sua totalità”. Guardando al presente, De Marco ha parlato di un “silenzio della speranza”, una pausa che invita al discernimento e alla fiducia nell’azione dello Spirito, chiedendo un ecumenismo “di popolo” capace di condividere le sfide del tempo.

“È per me una gioia portare il saluto della Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia, che ha la sua sede proprio qui a Venezia”. Con queste parole mons. Athenagoras Fasiolo, vescovo di Terme e ausiliare dell’Arcidiocesi ortodossa d’Italia, ha aperto il suo intervento. Il presule ha definito la ricorrenza “un anniversario di straordinaria importanza”, ricordando che il gesto del 1965 “ha sanato una ferita antica e ha restituito respiro alla comunione ecclesiale”. Quindi ha sottolineato che nel 1054 “si confrontarono allora le sedi, non la Chiesa una e indivisa che professiamo nel Credo” e che i successori, “papa Paolo VI e il patriarca Atenagora – insieme ai successori, papa Leone XIV e il patriarca Bartolomeo – hanno avuto il coraggio di togliere quella infamia”. Richiamando il 1700° anniversario del Concilio di Nicea, Fasiolo ha ricordato come “si sono incontrate le grandi famiglie cristiane”, unite in un pellegrinaggio che ha visto insieme Chiese ortodosse, cattolica, armena, copta, siriaca e comunità occidentali. Ha evocato “un gesto, semplice e potentissimo: il cammino lento dietro il santo Vangelo”, segno di un ecumenismo che è “un cammino senza ritorno”. Il dialogo, ha affermato, “non è un esercizio diplomatico”, ma un incontro in cui “nessuno perde nulla della propria identità”. “In un mondo così diviso”, ha proseguito, la testimonianza delle Chiese “deve essere annunciata con forza”. In questa città “che tanto ha dato all’incontro fra Oriente e Occidente”, Fasiolo ha ricordato anche la figura del card. Roncalli, “un fine conoscitore dell’Oriente”.

“La separazione tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Ortodossa, conosciuta come Grande Scisma, si verificò nel 1054”, ha spiegato la teologa Elena Boscos nella sua introduzione. Analizzando il percorso storico, ha ricordato che il distacco fu il risultato “di un processo lungo e complesso nato da differenze culturali, teologiche e politiche” e che il nucleo del disaccordo riguardava il Primato del Papa, cui si aggiungeva il Filioque, l’inserimento nel Credo dell’espressione “e dal Figlio”. Ha quindi ripercorso lo scambio delle scomuniche tra il legato papale e il patriarca Michele Cerulario e lo sviluppo distinto delle due Chiese, segnato anche dal dogma dell’Infallibilità e dalla diversa disciplina del clero. Boscos ha però sottolineato che “permangono elementi fondamentali in comune”, ricordando che le due Chiese “si considerano continuazione della Chiesa fondata da Cristo e dagli Apostoli”, condividono fede trinitaria e cristologica, sacramenti e vita liturgica, in cui “Cristo è presente nell’Eucaristia”. La teologa ha richiamato il riavvicinamento del XX secolo e il gesto del 1965, che “rappresentò un passo storico verso il dialogo e il riconoscimento reciproco”. La revoca degli anatemi, ha aggiunto, “non è stata semplicemente un gesto diplomatico, ma un atto di riconciliazione”. Boscos ha concluso affermando che “ciò che unisce la Chiesa Cattolica e la Chiesa Ortodossa è più profondo e più duraturo di ciò che le divide”.

“Il 7 dicembre 1965, nella Basilica di San Pietro a Roma e simultaneamente nella cattedrale patriarcale di San Giorgio a Fanar a Costantinopoli, veniva proclamata la revoca reciproca degli anatemi del 1054”, ha ricordato il metropolita Polykarpos, arcivescovo ortodosso d’Italia ed esarca dell’Europa meridionale. Il presule ha definito quel gesto “un modello di dialogo in un mondo ancora segnato dalle contrapposizioni della Guerra fredda”, sottolineando che contribuì “a plasmare una nuova coscienza ecumenica”. Quindi ha ripercorso il cammino verso la riconciliazione, segnato da tentativi “effimeri”, divisioni teologiche e ferite storiche, ma anche da appelli come l’Enciclica del 1920 che proponeva una “Società delle Chiese cristiane”. Polykarpos ha ricordato l’incontro del 1959, quando Giovanni XXIII assicurò che il dialogo sarebbe stato “frutto di ricerca reciproca, non di invito unilaterale”, e l’abbraccio del 1964, quando Atenagora affermò: “Sappiamo ciò che ci divide, ma sono assai più grandi e importanti le cose che ci uniscono”. Il metropolita ha spiegato che la revoca degli anatemi fu atto “di amore fraterno” e che le Chiese iniziarono a chiamarsi “Chiese sorelle”. Richiamando l’attualità dell’impegno ecumenico, ha ricordato l’incontro recente tra Papa Leone XIV e il patriarca Bartolomeo. Polykarpos ha concluso definendo il gesto del 1965 “un gesto profetico di ciò che l’umanità intera continua a cercare”.

 


Comunità ortodossa moldava: festeggiati i primi 15 anni a Treviso

Domenica 9 novembre la Comunità ortodossa moldava di Treviso si è stretta attorno a S.E.R. Ambrogio di Bogorodsk, amministratore delle parrocchie ortodosse moldave in Italia, per festeggiare il quindicesimo anniversario della fondazione della parrocchia dedicata a S. Nicola e il sessantesimo compleanno del suo pastore, p. Ioan (Giovanni) Ciobanu.
La Divina Liturgia, solennemente concelebrata dal Consiglio sacerdotale dell’Amministrazione delle parrocchie moldave in Italia e da altri sacerdoti del Nord Italia è stata l’inizio e il cuore della giornata di festa, che poi è proseguita con il pranzo “sociale” negli ambienti della Pro loco a S. Angelo, tra canti e balli della tradizione moldava. A rappresentare la diocesi e il Vescovo c’erano: p. Ottavio Bolis, parroco di S. Maria Maggiore, che fin dalla sua nascita ospita la Comunità nella chiesa di sant’Agostino, don Giuseppe Tosin, parroco di Paese e don Luca Pertile già direttore dell’ufficio per l’Ecumenismo e ora referente diocesano per il dialogo con le Chiese Orientali non cattoliche, entrambi legati da un rapporto di personale amicizia con p. Giovanni, fin dai tempi in cui, prima di fondare la parrocchia moldava a Treviso, faceva l’assistente domiciliare a Paese.
Ricordare la più che decennale presenza della Comunità moldava a Treviso e il lavoro svolto in questi anni dalla sua guida è significativo non solo per la Chiesa Ortodossa, ma anche per la nostra Chiesa diocesana. Infatti, la vicenda di questa Comunità e delle relazioni con noi cattolici è paradigmatica di tante altre che hanno interessato e stanno interessando il nostro territorio, che dal punto di vista anche “solo” cristiano non “sta cambiando”, ma è “già cambiato” senza che noi ne abbiamo percepito fino in fondo la portata. Questo sia perché le Comunità Ortodosse in generale tendono a essere “presenze silenziose” per questioni ecclesiologiche e per il fatto di essere composte ancora per la maggior parte da persone che hanno vissuto il dramma dell’emigrazione sia per un moto “inerziale” che caratterizza la nostra pastorale a tutti i livelli, già stressata e con una forte inclinazione all’autoreferenzialità.
La Comunità moldava nasce a Treviso grazie al lavoro compiuto nel trevigiano da p. Giovanni e dalla moglie, la presbitera Maria (così sono denominate in italiano le mogli dei preti ortodossi, ma questo non comporta nessuna funzione cultuale, ma un certo coinvolgimento nella pastorale), dove, come tanti altri preti ortodossi p. Giovanni era immigrato e lavorava praticamente a “tempo pieno”.
Una volta cresciuta la comunità, ha conosciuto la solidarietà in chiave “emergenziale” della nostra Chiesa, che sempre generosa nel rispondere alle emergenze, ha dato loro un’ospitalità provvisoria nella chiesa di S. Agostino. Col passare degli anni la Comunità si è andata consolidando ed è cresciuta, arrivata in quindici anni a celebrare oltre 600 battesimi e 300 matrimoni contando circa 1.400 fedeli, che costituiscono la base della parrocchia. La fase “emergenziale” si è quindi progressivamente conclusa e si è presentata una duplice sfida. Per parte Ortodossa la necessità – anche sotto la spinta delle seconde generazioni – di non pensarsi più come un “pezzo di Moldavia” trapiantato in Italia, ma di pensarsi come un “soggetto autonomo” capace di muoversi consapevolmente nello spazio civile ed ecclesiale trevigiano e di pensarsi in chiave multietnica. C’è ancora strada da fare, ma il lavoro ecumenico a cui p. Giovanni ha preso sempre parte con convinzione, anche a livello interpersonale, la disponibilità ad accogliere scolaresche in vista durante le ore di “religione” e il fatto che la Comunità risulti oggi composta da un 10% di non moldavi (russi, ucraini, altre nazionalità dell’area balcanica) dice che la strada intrapresa è quella giusta.
Per parte cattolica, l’uscita dalla fase “di prima accoglienza” crea ancora un certo disorientamento e fatica. Per esempio, il problema più urgente per tante Comunità Ortodosse – e anche in questo la Comunità moldava è paradigmatica – è oggi quello di avere spazi adeguati, sia dal punto di vista liturgico sia legale, per vivere la propria fede, che costringono le nostre Comunità a essere generose “in altro modo”, magari adoperandosi o concedendo spazi inutilizzati o che inevitabilmente saranno tali nel giro di pochi anni e attivare, così, le relative procedure ecclesiali (sinodali) e civili perché questo avvenga, anche se risulta molto difficile per ragioni diverse. Fa eccezione l’aspetto formativo. Infatti, all’interno dello Istituto teologico “G. Toniolo” e dell’Issr “Giovanni Paolo I”, i corsi di Ecumenismo e Chiese cristiane sono parte integrante del piano di studi e svolti in maniera “innovativa”, coinvolgendo direttamente i responsabili delle varie confessioni presenti nel territorio.
Si tratta di sfide diverse ma convergenti, perché ciò che è in gioco è l’annuncio credibile del Vangelo agli uomini del nostro tempo e a chi verrà dopo di noi. (L.P.)


Ecumenismo: martedì 11 novembre le Chiese del Triveneto ad Aquileia ricordando Nicea

Il prossimo martedì 11 novembre, alle ore 17, si svolgerà nella basilica di Santa Maria Assunta di Aquileia (Ud), una preghiera ecumenica promossa dalla Conferenza episcopale del Triveneto (Cet) e curata dalla Commissione regionale per l’ecumenismo nell’ambito delle diverse celebrazioni per i 1700° del Concilio di Nicea (325 d.C.). L’evento vuole essere un momento di riflessione, di comunione e di impegno per l’unità tra le Chiese cristiane, richiamando l’importanza storica e teologica del Concilio di Nicea a pochi giorni dalla Solennità di Cristo Re (quest’anno celebrata domenica 23 novembre), festa istituita da papa Pio XI nel 1925, tra le altre ragioni per celebrare il 1600° anniversario del Concilio niceno. Il luogo della commemorazione, la basilica aquileiense, è stato scelto per il suo valore storico simbolico per tutta la nostra Regione ecclesiastica e prevede una preghiera in presenza alla quale parteciperanno i vescovi cattolici del Triveneto, il metropolita Polykarpos dell’arcidiocesi ortodossa d’Italia e Malta del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli con sede a S. Giorgio dei Greci (Venezia), con il suo vescovo ausiliare Athenagoras, S. Ecc. rev.ma Siluan, vescovo della diocesi ortodossa romena d’Italia, il vescovo Khajag Barsamian, legato del Katholikos per l’Europa occidentale e rappresentante della Chiesa apostolica armena presso la Santa Sede, e padre Dusan Djukanovic in rappresentanza del Patriarcato di Serbia, a cui si aggiungeranno rappresentanti di diverse Chiese nate dalla Riforma presenti nel Triveneto. Contemporaneamente, l’evento sarà trasmesso in streaming sul canale YouTube della basilica di Aquileia, per favorire la partecipazione dei fedeli che non potranno recarsi ad Aquileia.
Questo incontro si inserisce nel contesto delle numerose commemorazioni dell’anniversario niceno. In diocesi l’abbiamo celebrato lo scorso 20 maggio (giorno esatto dell’apertura del Concilio di Nicea), ma questo evento, a livello regionale, offre l’occasione per pregare insieme e ascoltare tutte le Chiese e Tradizioni presenti nel Nord-Est e non solo nella nostra diocesi. Nella nostra Regione ecclesiastica è presente, infatti, una tra le più alte concentrazioni di Confessioni cristiane in Italia, come dimostra la partecipazione all’evento di molti dei capi delle diverse Chiese a livello nazionale.
In un tempo segnato da divisioni e da sfide per le Comunità cristiane, celebrare insieme significa offrire un segno concreto di apertura e fraternità al mondo intero. (Stefano Vescovi, delegato diocesano per l’Ecumenismo e il dialogo interreligioso)


“Siamo qui per ricordarci che siamo fratelli”: celebrati anche a Treviso i 1700 anni dal Concilio di Nicea

“Un momento di festa che ci permette di ringraziare il Signore per il dono di una fede trasmessa, pensata, vissuta, testimoniata nel martirio, nei secoli, nel giorno in cui ricordiamo i 1700 anni dall’inizio del Concilio di Nicea, che ci ha dato il Credo che unisce i cristiani nella loro adesione, nel tempo e nella storia, a Gesù Cristo, Signore della vita, a Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, uno e tre persone”: è così che il vescovo Tomasi ha aperto la celebrazione eucaristica, il 20 maggio, nella cripta della cattedrale di Treviso, per i 1700 anni del Concilio di Nicea. In quella cripta che custodisce le reliquie di san Liberale, che ha combattuto l’eresia ariana, che negava la divinità di Gesù. “La trasmissione della fede è uno dei doni più grandi che abbiamo, insieme a quello della vita – ha sottolineato il Vescovo nell’omelia -. Questa sera è un dono grande poterci fermare a riflettere e a ringraziare per quanto la Chiesa, che si è lasciata guidare da Dio, è riuscita a elaborare nel corso dei secoli per trasmettere la fede, renderla credibile e comunicabile, perché diventasse poi fonte di testimonianza e di vita”. Quando recitiamo il Credo “ci ridiciamo gli uni gli altri il tesoro della nostra fede – ha ricordato mons. Tomasi -, e siamo invitati a ridirla nei nostri ambienti di vita e a chiedere al Signore, ogni volta che lo recitiamo nell’Eucarestia, di testimoniare questa fede con il dono della nostra vita, di quell’amore manifestato pienamente in Gesù Nazareno, figlio dell’uomo, figlio di Dio”. Dopo la messa, è seguita la preghiera ecumenica con i rappresentanti delle altre confessioni cristiane, sempre in cripta. Entrambi i momenti, organizzati dall’ufficio diocesano per l’Ecumenismo, hanno goduto dell’animazione di un gruppo che coltiva la spiritualità di Taizè. Un momento di condivisione e di ascolto dei testimoni, Padri della Chiesa e teologi, che hanno aiutato a comprendere meglio il tesoro che il Simbolo della fede, composto nella sua struttura di fondo a Nicea, custodisce.
“Benché appartenenti a diverse Chiese, siamo qui stasera, nel giorno dell’anniversario del Concilio di Nicea – ha detto il Vescovo -, non per commemorare un evento remoto e distante da noi, ma per ricordarci chi siamo e che siamo fratelli. Nicea, per la prima volta, si potrebbe dire, lo ha messo per iscritto nel Simbolo. A noi il compito di vivere ogni giorno quanto nelle nostre diverse liturgie proclamiamo”.
Sia il Vescovo che don Luca Pertile, direttore dell’ufficio Ecumenismo, hanno ringraziato i ministri che hanno condiviso il momento di preghiera.
Hanno preso parte alla preghiera preot Giovanni Ciobanu, parroco della Comunità Ortodossa Moldava di Treviso; preot George Mihail, parroco della Comunità Ortodossa Romena di S. Martino di Lupari – Galliera; preot Dusan Djukanovic parroco della Comunità Ortodossa Serba di Treviso; pastore Fabio Traversari, responsabile della Chiesa Valdese-Metodista di Venezia con giurisdizione su Treviso; pastore Johanne Ruschke, responsabile della Chiesa Luterana di Venezia, con giurisdizione su Treviso

 


Concilio di Nicea: per i 1700 anni, il 20 maggio in Diocesi messa e preghiera ecumenica presiedute del Vescovo

Come comprendere se il Concilio di Nicea – di cui celebriamo i 1700 anni – e le sue scelte rivestono un’attualità per noi oggi? Lo abbiamo chiesto a don Luca Pertile, docente di Ecclesiologia e responsabile dell’ufficio diocesano per l’Ecumenismo. “Per comprendere se e come Nicea aiuta il credente a vivere la sua fede oggi (questo è il senso di “essere attuale”) il presupposto da cui partire è comprendere la Chiesa come Tradizione vivente – spiega don Luca -, cioè come lo sforzo che ciascuna generazione fa di vivere la fede nella propria epoca, con l’atteggiamento evangelico dello scriba che, divenuto «discepolo del Regno dei cieli […] trae fuori dal suo tesoro cose nuove e vecchie» (Mt 13,52). Da questa prospettiva, Nicea ci aiuta a fare “la nostra parte” nel dinamismo di traditio-receptio-traditio di cui siamo co-protagonisti con il Risorto e lo Spirito”.

Cosa accadde a Nicea?
La risposta più ovvia è: un Concilio. Nella prospettiva sopra indicata, però, appare più opportuno affermare che a Nicea ci fu un grande sforzo di fedeltà della Chiesa del IV secolo di vivere in maniera più autentica la fede in un contesto socio-culturale in rapida trasformazione, soprattutto per i cristiani. Infatti, la nuova situazione creatasi con l’Editto di Milano (313) che concedeva la libertà di culto – precedente a Nicea di soli 12 anni – aveva riproposto alla Chiesa e all’Impero problemi vecchi e nuovi. Tra i tanti, i più significativi erano la lotta all’eresia ariana e l’individuazione di una data per la celebrazione della Pasqua comune a tutti gli “orientamenti” che già allora attraversavano il cristianesimo. Per risolverli, l’imperatore Costantino (272-337), convocò tutta la cristianità dell’Impero nel palazzo imperiale di Nicea (oggi Iznik, 20.000 abitanti a sud-est di Istanbul), rappresentata da 318 vescovi (in prevalenza orientali), che misero in essere alcune vere e proprie “invenzioni”, sempre nell’alveo della tradizione della Chiesa antica per risolvere le varie questioni. In questo senso il Concilio di Nicea è da considerarsi un evento, cioè una “realtà complessa”, che non deve essere ridotta solo al Simbolo (il Credo) che pure il Concilio ha redatto, e che ne è parte integrante.

Quali furono queste “invenzioni”?
La prima fu proprio lo strumento che consentì la risoluzione delle problematiche teologico-canoniche più specifiche: il concilio ecumenico. Nella Chiesa vi erano sempre stati sinodi, a cominciare dal cosiddetto Concilio di Gerusalemme (cfr. At 15), ma non si era mai visto un sinodo che coinvolgesse l’intera ecumene, cioè l’intera “umanità civilizzata” – allora intesa come l’Impero Romano -, pertanto con valore normativo per tutta la Chiesa, anche se i vescovi intervenuti non costituivano l’intero episcopato mondiale. Si trattò di un inedito esercizio di “collegialità”. Una “novità” che approfondì la comprensione della natura sinodale della Chiesa, perché non ha riguardato solo i vescovi fisicamente presenti al Concilio. Infatti, la verità e la validità delle decisioni prese a Nicea (indipendentemente dai decreti imperiali) impiegarono più di un secolo per essere accettate da tutta la Chiesa. Questo processo va sotto il nome di recezione, e fu un processo che interessò l’intero popolo di Dio, dai vescovi ai “semplici” fedeli chiamati ad accogliere quanto Nicea aveva riconosciuto essere parte essenziale della Rivelazione. Il Concilio e la sua recezione rivelarono un tratto costitutivo della vita della Chiesa, sebbene il contesto ecclesiale fosse radicalmente diverso dal nostro.

Il Credo fu un frutto importante?
L’invenzione del “Simbolo universale della fede” fu l’altra grande novità di Nicea. Il Concilio, infatti, compose la “struttura di base” di quello che conosciamo come il Credo niceno-costantinopolitano, le cui affermazioni verranno accolte e ampliate soprattutto “esplicitando” la divinità dello Spirito Santo dal successivo Concilio Costantinopolitano I (381). Si formerà così il “Simbolo” che ancor oggi professiamo. Nel IV secolo esistevano già diversi simboli della fede (simboli battesimali), frutto dell’accordo tra le Chiese locali di una data regione. Ai catecumeni veniva chiesto l’assenso di fede a un simbolo piuttosto che a un altro, in base alla Chiesa in cui ricevevano il battesimo. Questa grande ricchezza e varietà, però, aumentava il rischio che all’interno di queste formule di fede s’insinuasse l’eresia e, in ogni caso, l’unità delle Chiese attorno alla stessa fede risultava sempre molto fragile, perché diversi erano i simboli che la codificavano. L’elaborazione del Credo niceno-costantinopolitano, vincolante per tutto l’ecumene, oltre a costituire un approfondimento nella comprensione del Mistero Trinitario di Dio, diventerà lo strumento per custodire tanto la verità della fede (l’ortodossia), quanto l’unità della Chiesa, in quanto viene ad essere la “carta d’identità teologica” del cristiano, che racchiude gli elementi essenziali della fede cristiana a cominciare dall’affermazione della consustanzialità del Figlio con il Padre, allora messa in discussione dalla dottrina di Ario (arianesimo).

Quale relazione possiamo vedere con il presente?
Una potrebbe riguardare l’aspetto dogmatico, l’altra quello ecumenico. In Occidente già a partire dagli anni Novanta del secolo scorso si è affermato un “nuovo arianesimo” per cui si crede che Gesù sia stato “un grande” della storia, in ragione dei suoi insegnamenti, della sua coerenza di vita, della sua dedizione al prossimo, ma non si arriva a riconoscerlo come il Figlio di Dio, Dio come il Padre, con l’attuale crisi di Speranza che questo comporta. Circa il versante ecumenico, invece, in un mondo sempre più multiculturale e plurireligioso, spesso si tendono a mettere sullo stesso piano le diverse Confessioni cristiane e le Grandi religioni monoteiste (e non solo). In questo contesto, il Simbolo ci ricorda non solo l’unicità della mediazione salvifica di Cristo, ma anche il fatto che tra i “non cattolici” ci sono cristiani che, come noi, professano le verità contenute nel Credo, benché celebrino e vivano la fede in maniera molto diversa dalla nostra. Equipararli agli altri credenti significa non solo misconoscere che il Cristo è la fonte della nostra gioiosa identità, ma anche dimenticare di avere con loro un legame più forte di quello del sangue.

E la data della Pasqua?
La cristianità antica si era sempre divisa sulla data in cui celebrare la Pasqua che veniva calcolata sostanzialmente seguendo due diverse tradizioni, entrambe di origine apostolica: quella “quartodecimana”, dipendente dalle indicazioni contenute nel Vangelo di Giovanni, e quella “domenicale”, dipendente invece dai sinottici. Nel dibattito in seno al Concilio venne stabilita la regola che ancora oggi viene seguita per il calcolo della Pasqua, che deve essere celebrata la domenica seguente o coincidente con il primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera (il 21 marzo). L’uniformità purtroppo s’incrinò nuovamente con la riforma del calendario di papa Gregorio XIV nel 1582, che con la soppressione dei dieci giorni di ritardo accumulati dal calendario giuliano rispetto all’anno astronomico, introdusse il calendario attualmente in uso. Tale riforma, però, non fu accettata da tutta la cristianità e determina l’attuale diversa celebrazione della Pasqua tra le Chiese dell’Occidente, che seguono il calendario gregoriano, e quelle Orientali, che seguono ancora quello giuliano, in vigore al tempo di Nicea. Paradossalmente, le date delle “due Pasque” sono però calcolate ancora secondo la regola elaborata a Nicea. Si tratta di elemento di controtestimonianza, sempre più accentuato in una società pluriconfessionale.

C’è un elemento che a noi cristiani di oggi sembra “fuori luogo”: il fatto che il Concilio sia stato convocato e orientato dall’imperatore Costantino.
Oltretutto l’imperatore non era ancora battezzato… Le motivazioni che mossero Costantino non furono di tipo religioso: egli, infatti, sapeva bene che l’unità politica dell’Impero veniva corroborata dalla professione della stessa fede e dall’uniformità celebrativa. “L’intelligenza” di Costantino fu di comprendere che l’unità della Chiesa e l’ortodossia della fede non dovessero essere imposte o protette “dall’esterno” attraverso un’azione politica, ma “dall’interno” attraverso il confronto religioso. Il risvolto politico di quanto deciso a Nicea fu, come noto, la nascita di un’alleanza tra potere civile e religioso, che assunse forme molto diverse in Occidente e in Oriente. Quella di Nicea, dunque, più che una mossa ecclesiale dettata dall’opportunismo, è da considerare un’azione missionaria e “cattolica”, volta a favorire l’annuncio-incontro con Gesù Cristo del maggior numero possibile di uomini e donne e volta a “cambiare dal di dentro” la società civile rendendola più umana ed evangelica. Una simile consapevolezza – nel rispetto della libertà religiosa e di coscienza – dovrebbe ispirare anche il confronto missionario col mondo contemporaneo. D’altra parte, la Chiesa vive nella storia ed è composta da uomini e donne che la abitano.

In cripta del Duomo di Treviso messa e preghiera ecumenica
Sarà martedì 20 maggio, nella nostra diocesi, l’occasione per celebrare i 1700 anni dal Concilio di Nicea. Alle 19.30, messa nella cripta della cattedrale, presieduta dal vescovo Tomasi, con la possibilità di ottenere l’indulgenza plenaria. Seguirà, alle 20.30, la preghiera ecumenica, presieduta dal Vescovo, cui parteciperanno anche i rappresentanti delle altre confessioni cristiane.

 


Quest’anno tutte le confessioni cristiane celebreranno insieme la Pasqua: il valore di una data comune

Tra gli appuntamenti ecumenici che l’anno giubilare interseca, forse il più significativo nasce dal fatto che quest’anno la Pasqua, il “cuore che genera” la Speranza cristiana, viene celebrata, per coincidenze astronomiche, da tutte le Confessioni cristiane nella medesima domenica, il prossimo 20 aprile (l’ultima volta era accaduto nel 2014, e prima nel 2001). Questo fatto, in sé positivo, rivela tuttavia una situazione paradossale che dal 1583 – l’anno successivo alla riforma del calendario voluta da Gregorio XIII – segna la cristianità, rendendoci uniti dalla Risurrezione, ma divisi sulla data della sua celebrazione. Ogni anno, infatti, nella cristianità si celebrano (almeno) “due Pasque”: una festeggiata dalla Chiesa cattolica, dalla stragrande maggioranza delle Chiese e Denominazioni nate dalla Riforma seguendo il calendario gregoriano, e un’altra celebrata dalle Chiese ortodosse e dalle Antiche Chiese orientali (Assiri, Copti, ecc.) calcolata allo stesso modo, ma seguendo il calendario giuliano.
Per prendere maggior coscienza dello scandalo e dei problemi che questo comporta in termini liturgico-teologici e, soprattutto in alcune parti del mondo, anche pastorali, l’Ufficio per l’ecumenismo ha proposto un ciclo d’incontri nello scorso mese di febbraio, l’11 a Montebelluna, e il 18 a Fontane, ospiti della Chiesa battista “Agape”. I presenti sono stati introdotti al tema dal direttore dell’Ufficio, don Luca Pertile, con un intervento sull’importanza e l’attualità della questione e, successivamente, da una puntuale e dinamica ricostruzione storico-teologica di come lo sforzo di trovare una data comune per la celebrazione della Pasqua abbia caratterizzato la Chiesa fin quasi dal suo nascere, offerta da don Davide Fiocco, patrologo della diocesi di Belluno-Feltre, docente e segretario dell’Issr Giovanni Paolo I e dell’Istituto Teologico interdiocesano Toniolo. Sono state così ripercorse le dispute dalla Chiesa dei primi secoli fino a comprendere come la riforma liturgica del Vaticano II – per parte cattolica – abbia recuperato le più significative tradizioni antiche nell’attuale assetto celebrativo del Triduo pasquale.
Risulta tuttavia di difficile comprensione per noi cristiani post-moderni e secolarizzati, che abbiamo una concezione del tempo diversa dagli antichi, comprendere il senso di ricercare un modo comune per calcolare la data della Pasqua e quindi celebrarla insieme. Alla fine, non si tratta solo di una data, sicuramente importante, ma comunque sempre un poco convenzionale? Perché la data della celebrazione della Pasqua non è una questione di calendario e nemmeno solo una questione pastorale particolarmente rilevante.
La data della Pasqua ha, potremmo dire, un “valore simbolico” e quindi identitario fortissimo, quasi “sacramentale”, riassunto da papa Ratzinger con la famosa espressione, “la fede cristiana sta, o cade, con la verità della testimonianza secondo cui Cristo è risorto dai morti”.
Inoltre, il modo con il quale tale data viene calcolata non è indifferente. Rimanda anzitutto alle radici ebraiche della nostra fede, e interpellando anche il moto degli astri, richiama il valore cosmico della Redenzione, e ricorda la normatività che possiede il pronunciamento niceno, che già considerava questi e altri elementi. Si tratta di aspetti certamente difficili da comprendere nella loro importanza per un cristiano contemporaneo, ma che, se trascurati con troppa facilità, impoveriscono la nostra fede. Non si tratta pertanto solo di una data, ma del memoriale annuale – come lo è la celebrazione domenicale per la settimana – nel quale ci viene comunicata la Grazia che ci ha salvato.
La situazione attuale è per molta parte conseguenza di una sorta d’indifferenza o di estraniazione che ha allontanato – al di là dei singoli capitoli oggetto di controversia – Oriente e Occidente. Questo poteva essere comprensibile (non giustificabile) sia perché ogni Chiesa era convinta che l’altra fosse sempre “in errore”, quando non aveva il suo stesso modo di vivere la fede, sia perché ci si trovava in un mondo non globalizzato, dove i flussi di informazione e migratori – che comunque ci sono sempre stati e sono stati alla base di tante dispute – erano molto più lenti. Pertanto non veniva facilmente messo in questione il “monocolore religioso” che caratterizzava territori come il nostro o anche interi Stati. Per cui, il problema di “più Pasque in un anno” semplicemente non si poneva.
Ora questa condizione, se non è già finita, sta per finire. Quelle finestre sul futuro che sono le nostre Scuole dell’infanzia o le classi frequentate dai nostri figli e nipoti ce lo rivelano, con un discreto anticipo. Saremo sempre meno cristiani e sentiremo sempre più le divisioni confessionali, a cominciare dalla differenza di data nel celebrare la stessa Pasqua, nonostante la generosa apertura di papa Francesco, che a conclusione della scorsa Settimana di preghiera per l’unità, ha dichiarato che “la Chiesa cattolica è disposta ad accettare ogni data comune per la celebrazione della Pasqua”. La ricerca dell’unità non è qualcosa da affidare ai soli esperti, ma un cammino lungo che chiama in causa la “creatività spirituale” di tutti a cominciare “dal basso”, dai “rapporti di vicinanza” e fraternità delle nostre Comunità, per offrire la possibilità che i nostri fratelli preghino e celebrino lo stesso Signore Gesù Cristo anche se con un calendario diverso. (Stefano Vescovi, membro della segreteria dell’ufficio per l’Ecumenismo)
2025.02.11 – La pasqua nella Chiesa antica


Veglia per i cristiani martiri venerdì 11 aprile nella chiesa di San Martino a Treviso

La preghiera ecumenica, presieduta dal Vescovo, e promossa dalla comunità di Sant'Egidio, farà memoria di quanti hanno dato la loro vita per il Vangelo, come il giovane Floribert

Una storia breve e piena di fede, che è divenuta un modello di resistenza al male: questa è stata la vita di Floribert Bwana Chui, la cui testimonianza sarà ricordata in occasione della Veglia di preghiera per i cristiani martiri di venerdì 11 aprile (nella chiesa di San Martino a Treviso, alle 20.45), presieduta dal vescovo Michele e promossa dalla Comunità di Sant’Egidio e dall’Ufficio diocesano per l’Ecumenismo, con la collaborazione dell’ufficio Migrantes.
Nato il 13 giugno 1981 a Goma, nella Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire), Floribert cresce in una regione devastata dalla guerra civile e dalla povertà. La sua educazione cristiana e la fede profonda lo spingono a unirsi alla Comunità di Sant’Egidio, impegnandosi in attività di sostegno per i giovani e i poveri, in particolare i ragazzi di strada.
Dopo la laurea in Economia, Floribert riesce a trovare lavoro nell’ufficio della dogana per la verifica della qualità delle merci. Un posto di una certa importanza per una città di frontiera come Goma. Il suo arrivo segna per l’ufficio una profonda svolta, perché si rifiuta di lasciarsi corrompere. Suor Jeanne-Cécile Nyamungu, che aveva raccolto le sue confidenze, racconta: “Avevano cercato di corromperlo perché non distruggesse del cibo avariato. Ma lui aveva rifiutato: in quanto cristiano non poteva accettare di mettere in pericolo la vita di tanta gente. «Il denaro presto sparirà – mi disse -. E invece, quelle persone che dovessero consumare quei prodotti, cosa sarebbe di loro? Vivo per Cristo oppure no? Ecco perché non posso accettare. È meglio morire piuttosto che accettare quei soldi»”. Le pressioni e le minacce sono continuate fino al 7 luglio 2007, il giorno in cui uscendo da un negozio qualcuno lo costringe a salire su un’auto senza targa. E due giorni dopo il suo corpo viene ritrovato in un terreno fuori città, con addosso i segni di atroci torture, che testimoniano il prezzo del suo coraggio. Papa Francesco il 24 novembre scorso ha riconosciuto il martirio di Floribert.
In questo tempo con poca speranza di pace e di liberazione dal male, Floribert è una luce che brilla nell’oscurità e dà speranza. La sua vita e il suo sacrificio risuonano come un invito a resistere al male e a credere nel potere trasformativo del bene nei contesti vicini come in quelli più difficili. Floribert sarà ricordato insieme ai nomi dei tanti discepoli di Gesù sconosciuti o noti, canonizzati o meno, che ancora oggi, in numerosi luoghi del mondo sono perseguitati e privati della libertà religiosa e della vita. Nel secolo scorso e in quello attuale sono numerosissimi i cristiani di ogni confessione che hanno dato la loro vita per il Vangelo: secondo l’Agenzia Fides, 608 solo nel primo quarto di questo secolo.
A Treviso celebreremo la loro memoria nella Veglia dell’11 aprile. Anche quest’anno si uniranno alla preghiera alcuni sacerdoti delle Chiese ortodosse presenti in diocesi, a testimonianza del fatto che “questi martiri, appartenenti alle diverse tradizioni cristiane, sono semi di unità perché esprimono l’ecumenismo del sangue” (“Spes non confundit”, 20)

(Paola Brugnotto – Comunità di Sant’Egidio)


Veglia diocesana

Ecumenismo: la fede ecclesiale aiuta a credere

“Noi crediamo!”. Queste parole del Credo di Nicea, solennemente professate insieme da cristiani di diverse Confessioni, sono state al cuore della Veglia ecumenica diocesana, celebrata il 21 gennaio scorso nel duomo di Montebelluna, con un’inaspettata partecipazione. La celebrazione, modellata sull’episodio evangelico della resurrezione di Lazzaro e sul dialogo tra Gesù e Marta, è stata co-presieduta dal vescovo Michele, dai ministri della Chiesa Ortodossa Romena e Moldava delle parrocchie di Treviso: p. Giovanni Ciobanu, p. Marius Kociorva – Asolo – p. Iulian Munteanu – S. Martino di Lupari-Cittadella – p. George Mihail – e dal pastore Caio Bottega della Chiesa Battista “Agape” di Treviso, che si sono alternati nella predicazione. Significativa anche la presenza di diversi sacerdoti diocesani. La veglia ha ripercorso tra le campate del Duomo il simbolico cammino dal buio dell’attesa per quelli che consideriamo i “ritardi di Dio” nelle situazioni di sofferenza alla luce della fede personale, che si compie in pienezza nella fede della Chiesa. La veglia, infatti, apriva anche le celebrazioni per i 1700 anni del Concilio di Nicea e della prima formulazione del Credo utilizzato nella messa. Cammino che è stato anche immagine dell’avventura ecumenica degli ultimi anni, nel dialogo tra la Chiesa cattolica e le altre Chiese. Il buio, che grida speranza, è stato evocato dalle intercessioni preparate dalla Comunità di Sant’Egidio, per tutte le situazioni di guerra, fragilità fisica e spirituale, povertà lontane e vicine che coinvolgono tutti i cristiani a prescindere dalla loro appartenenza ecclesiale. In questi momenti è la Speranza in Cristo la grande maestra, come ha ricordato il nostro Vescovo nella preghiera-meditazione composta per l’occasione, e come anche hanno inscenato in maniera dinamica e accattivante i giovani della Chiesa battista “Agape”. La Speranza, però, si sostiene con l’ascolto della Parola che Dio rivolge nella nostra vita. Nella seconda tappa della celebrazione – guidati dal pastore Bottega e avendo sempre sullo sfondo il brano di Lazzaro – a tutti è stato consegnato un Vangelo sigillato: che richiamava la fatica a comprendere e ad aderire in pienezza alla Parola del Signore, perché essa non è condivisa nella Chiesa. Così, si è giunti al momento più importante di tutta la veglia: la professione della comune fede ecclesiale con le parole del “Simbolo di Nicea”, che ha la caratteristica di essere formulato al plurale (“Noi crediamo in Dio… Noi crediamo in un solo Signore Gesù Cristo… etc.), introdotti dalle parole di padre Ciobanu. A sottolineare il valore ecclesiale della nostra fede è andata formandosi sugli scalini del presbiterio la scritta “Noi” con lumini deposti dai fedeli presenti. Speranza, ascolto e fede condivisa: questi sono i doni chiesti al Signore per sostenerci nel cammino di comunione fra tutti i suoi figli, soprattutto in questo Anno santo. La veglia, nella sua semplicità, è stata anche quest’anno occasione di servizio alla comunione, grazie alla disponibilità ad accogliere l’iniziativa, da parte del parroco del Duomo, mons. Genovese e del supporto “logistico” dei cappellani che hanno coordinato il prezioso servizio del gruppo Scout Fse, degli altri giovani della parrocchia e anche delle altre Chiese, del Noi oratorio e del gruppo Alpini, per il momento conviviale che ha completato la celebrazione: notevole anche la collaborazione del coro della parrocchia di Montebelluna con un numero significativo di componenti del Rinnovamento nello Spirito, che hanno curato l’animazione canora. Nella veglia ecumenica di quest’anno, possiamo testimoniarci gli uni gli altri che abbiamo respirato gratitudine e accoglienza reciproche, doni che nascono dalla comunione nello Spirito santo, che aiuta a sostenerci ogni giorno di più nel dirci: “Noi crediamo in un solo Signore, Gesù Cristo”. (don Riccardo Marchiori)

Articolo in uscita nella Vita del popolo del 2 febbraio 2025

 

Verso la Pasqua comune

La veglia del 21 gennaio è stata il primo di una serie di appuntamenti ecumenici – curati e coordinati dall’Ufficio ecumenismo – che segnano l’anno giubilare e che possono essere occasione di formazione e approfondimento della fede dei singoli e degli operatori pastorali, se integrati nei normali itinerari formativi di parrocchie e Collaborazioni.

  • Celebrazione comune della Pasqua per tutte le Confessioni cristiane: “Uniti dalla Resurrezione ma divisi sulla sua celebrazione. La questione della data della Pasqua”, con don Davide Fiocco, patrologo, docente all’Issr Giovanni Paolo I e dell’ITI G. Toniolo: martedì 11 febbraio ore 20.30 nell’auditorium della parrocchia del Duomo di Montebelluna; martedì 18 febbraio ore 20.30 nella Chiesa Battista Agape a Fontane di Villorba (via Largo Molino, 36).
  • Veglia giubilare di preghiera per i cristiani martiri a cura della Comunità di S. Egidio, venerdì 11 aprile nella Chiesa di S. Martino urbano, ore 20.45, presieduta dal Vescovo, con la partecipazione delle Comunità etniche cattoliche.
  • Anniversario dei 1700 anni della celebrazione del Concilio di Nicea: “Perché il Concilio di Nicea è importante? L’attualità del primo Concilio ecumenico della storia”, con Tatiana Radaelli, cooperatrice pastorale diocesana, patrologa, docente all’Issr Giovanni Paolo I e dell’ITI G. Toniolo: martedì 11 marzo ore 20.30 nell’auditorium della parrocchia del Duomo di Montebelluna; mercoledì 26 marzo ore 20.30 nella Chiesa Battista Agape a Fontane.
  • Preghiera diocesana in occasione dei 1700 anni dalla celebrazione del Concilio di Nicea, venerdì 9 maggio ore 20.30 nella Cripta della cattedrale, presieduta dal Vescovo.
    Nelle prossime settimane giungerà il materiale nelle parrocchie.

 


Giornata per il dialogo tra cattolici ed ebrei: per riscoprire ciò che sempre vale e sempre ci unisce

“Mi sento la testa piena e confusa. Ho letto, ascoltato, trascritto testi e appunti di ogni genere sul tema dell’educazione. […] Ho mal di capo e non so da che parte cominciare. Ma ecco un lampo: perché sono qui e scrivo? Perché mi sto interessando di queste cose? Perché mi sta a cuore comunicare qualcosa sul tema dell’educare? Perché Tu, o Signore, mi hai educato, [..] Sei Tu, o mio Dio, il grande educatore, mio e di tutto questo popolo. Sei Tu che ci conduci per mano, anche in questa nuova fase del nostro cammino pastorale. Infatti «Uno solo è il vostro Maestro» (Matteo 23,8)”.
Così, quasi con una confessione autobiografica, cominciava una celeberrima lettera pastorale del card. Martini, quella per il biennio 1987-1989, dal titolo “Dio educa il suo popolo”. Lasciandosi guidare da questa intuizione, l’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della nostra diocesi ha deciso di celebrare quest’anno la 36ª Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei, lo scorso 15 gennaio, nella bellissima cornice dell’ex refettorio domenicano nel Seminario Vescovile.
La nostra fede, infatti, al di là della complessità della grande storia e di quella dei nostri percorsi esistenziali asserisce con forza che Dio non smette mai di educarci, di prendersi cura del suo popolo, costituito dai credenti nel Primo e nel Secondo Testamento, perché «i doni e la chiamata di dio sono irrevocabili» (Rm 11,29). Questo suo agire è segno di amore e fonte di Speranza. Tema caro ai cattolici soprattutto in quest’anno giubilare. La domanda che sorge spontanea e che potrebbe sembrare solo in apparenza banale è come educhi Dio. Egli ha tanti modi per farlo, ma lo “strumento principe” rimane il dialogo che Egli intesse con i credenti grazie alla sua Parola eterna. Si tratta di un “patrimonio” che nella maggior parte è condiviso da cristiani ed ebrei. È perciò naturale per entrambi ritrovarsi alla “scuola della Parola”, seppur – rimanendo nella metafora – occupando banchi diversi, e riscoprirsi così fratelli e figli dell’unico Dio.
Riconoscere che Dio ci parla non è scontato in questo nostro mondo, anche perché ammetterlo pone immediatamente il tema dell’ascolto da parte nostra e di “come” esso possa avvenire, perché la relazione educativa sia feconda. Attraverso l’intreccio inestricabile tra Parola proferita, ascolto e azione educativa, i due relatori della serata, don Angelo Dal Mas, biblista della nostra diocesi e padre spirituale della Comunità Giovanile del Seminario e il prof. Nathan Neumann, appartenente alla Comunità ebraica di Trieste e direttore dell’Istituto comprensivo delle scuole ebraiche della città “Morpurgo Tedeschi”, hanno guidato con competenza i partecipanti. Le registrazioni dei lori interventi e il testo della relazione del prof. Neumann sono disponibili sulla pagina dell’Ufficio ecumenico nel sito diocesano.
La disponibilità all’ascolto è stata favorita dall’esecuzione al violino di alcune composizioni della tradizione ebraica eseguiti dalla maestra Luisa Bassetto, collaboratrice dell’ufficio ecumenico, che hanno scandito i vari momenti della serata. Il Vescovo, nel suo intervento conclusivo, ha ricordato come la celebrazione di una Giornata decisa dal “calendario della Cei”, sia diventata occasione per porre nuovamente l’attenzione su di un elemento costitutivo della nostra fede – l’azione educatrice di Dio – come sapientemente e autorevolmente avevano già riconosciuto i “Padri della Chiesa contemporanea”, cioè coloro che fecero il Concilio Vaticano II, nella Dichiarazione “Nostra Aetate”, di cui ricorre il 60° della promulgazione. (don Luca Pertile)



la Relazione di Nathan Neumann:
Nathan Neuemann – Le Scritture e l’arte di educare – Dialogo tra parola, lingua ed educazione