Author: ecumenismo

Rifugiati greco-cattolici e ortodossi ucraini: indicazioni ai sacerdoti per l’accesso ai sacramenti

Pubblichiamo la lettera che i direttori degli uffici diocesani Liturgico e per l’Ecumenismo hanno inviato ai parroci, ai vicari parrocchiali, ai rettori di chiese e santuari, ai superiori religiosi della diocesi di Treviso, con alcune Indicazioni per l’accesso ai sacramenti dei rifugiati greco-cattolici e ortodossi ucraini in questo tempo.

Molte nostre parrocchie ospitano direttamente o nel loro territorio i profughi ucraini. Si tratta per la stragrande maggioranza di cristiano greco-cattolici appartenenti alla Chiesa Greco-cattolica Ucraina o ortodossi appartenenti alla Chiesa Ortodossa Autocefala di Kiev o alla Chiesa Ortodossa Ucraina appartenete al Patriarcato di Mosca. Tutti questi fratelli e sorelle nella fede (anche i greco-cattolici) quest’anno celebreranno la Resurrezione del Signore domenica 24 aprile; seguono infatti il calendario giuliano. Sembra pertanto opportuno ricordare alcune attenzioni da avere per consentire a chi volesse di celebrare la Pasqua.

  1. I fedeli greco-cattolici, essendo cattolici, sono in piena comunione con il Papa e pertanto hanno il diritto (se lo richiedono) di ricevere i sacramenti come i nostri fedeli. Tuttavia, oltre alla difficoltà della lingua (es. per il sacramento della Riconciliazione), va considerato che le norme previste dal loro Rito per accostarsi ai sacramenti sono diverse da quelle prescritte per i fedeli latini (es. obbligo del digiuno dalla mezzanotte, penitenza prima di accostarsi alla Comunione, ecc…). Non si tratta di impedimenti, ma di rispettare il più possibile la loro disciplina e sensibilità. È bene anche segnalare che la Comunità greco- cattolica ucraina della nostra Diocesi si riunisce tutte le domeniche alle 9.00 presso la chiesa di S. Stefano (in p.zza Vittoria) a Treviso.
  2. I fedeli ortodossi di qualunque Chiesa, non essendo in piena comunione con la Chiesa cattolica non possono ricevere i sacramenti dai ministri cattolici se non a determinate condizioni. Per questa ragione nel caso volessero celebrare la Pasqua è opportuno:
  •   indicare loro la parrocchia ortodossa più vicina. La barriera linguistica potrebbe essere di ostacolo, essendo la maggior parte delle parrocchie ortodosse in diocesi romene. Per arginare il problema sono stati presi dei contatti con la parrocchia ortodossa moldava ospitata nella chiesa di S. Agostino a Treviso (vespero e possibilità di confessioni ogni sabato alle 18 e Divina liturgia ogni domenica mattina alle 9.30) il cui parroco (p. Giovanni) parla russo. Non è però detto che i fedeli vogliano partecipare in quanto la parrocchia moldava giuridicamente appartiene al Patriarcato di Mosca.
  •   Tuttavia «in circostanze eccezionali e in casi singoli», come l’impossibilità di accedere ad un ministro ortodosso, è «legittimo per un ministro cattolico amministrare i sacramenti dell’Eucaristia, Penitenza e Unzione degli infermi ai fedeli orientali non cattolici» alle seguenti condizioni: «(1) la richiesta spontanea del sacramento, (2) la buona disposizione personale, (3) il grave bisogno spirituale» (CEI, Vademecum per la pastorale delle parrocchie cattoliche, n. 4). Tuttavia «anche in tali casi bisogna prestare attenzione alla disciplina delle Chiese orientali per i loro fedeli ed evitare ogni proselitismo, anche solo apparente» (PCUC, Direttorio ecumenico, n. 125). Pertanto si raccomanda estrema prudenza e per chiarimenti e suggerimenti si consulti il Delegato per l’Ecumenismo.Nella speranza che queste indicazioni aiutino la Comunità ad entrare con più consapevolezza nel Mistero della Passione-Morte-Resurrezione del Cristo integrando nella liturgia il vissuto di tanti fratelli e sorelle cristiani, giungano a tutti l’augurio di una buona Settimana Santa.

    Don Luca Pertile – Delegato per l’EcumenismoSorella Monica Marighetto – Direttore Ufficio Liturgico


Una preghiera per l’Ucraina: famiglie artigiane di pace

Da quando è iniziata l’invasione dell’Ucraina, papa Francesco con fede incrollabile non perde occasione per invitare tutta la Chiesa a pregare per la fine del conflitto. La Chiesa italiana, rispondendo all’invito del Pontefice, ha predisposto uno schema di preghiera per la pace, dal titolo “Giustizia e pace si baceranno” (disponibile sul sito ufficiale della Cei) da celebrare il sabato o la domenica delle Palme, così come suggerito dai Vescovi nel corso dell’ultimo Consiglio episcopale permanente. In sintonia con questi orientamenti, il vescovo Michele ha fatto propria un’iniziativa promossa dagli uffici diocesani per l’Ecumenismo, liturgico e per la Pastorale famigliare: sostenere e continuare fino alla fine del conflitto la preghiera per la pace a cui già si dedicano tanti fedeli e parrocchie della diocesi, insieme alla generosa attività di accoglienza dei profughi.
Giungerà in questi giorni ai parroci, assieme alla preghiera proposta dalla Cei, che è possibile adattare per la preghiera delle Quarant’ore, e all’intenzione da aggiungere alla Preghiera universale nella Celebrazione della Passione del Signore il Venerdì Santo, anche la proposta per una preghiera diocesana per la pace invocando l’intercessione di Maria, Madre di Dio. La preghiera è stata pensata non solo per chiedere alla Vergine il dono della pace, ma anche per aiutare a prendere coscienza delle implicanze ecumeniche che il conflitto porta con sé. La guerra ha, infatti, ulteriormente approfondito il solco che già segnava l’Ortodossia Ucraina divisa tra due Chiese: la Chiesa autocefala ucraina (indipendente da Mosca) e la Chiesa autonoma ucraina, che pur criticando coraggiosamente le posizioni di Kirill, rimane sotto la giurisdizione del Patriarcato di Mosca. In questo scenario s’inserisce l’azione dei cattolici direttamente coinvolti nel conflitto per la presenza della Chiesa greco-cattolica ucraina, attraverso l’azione del Santo Padre e per il fatto che un ruolo significativo nell’accoglienza viene svolto da organismi e famiglie cattolici.
Per richiamare questa dimensione del conflitto, spesso lasciata in ombra o strumentalizzata indebitamente dai media, viene proposto di porre vicino all’immagine della Madonna presente nelle nostre chiese, davanti alla quale abitualmente i fedeli si recano a pregare, un’icona della Vergine rappresentata secondo i canoni dell’iconografia ortodossa assieme alla “Preghiera per la pace” (nel box a fianco) nella quale viene invocata l’intercessione di Maria, Madre di Dio. La devozione alla Madre di Dio ha, infatti, un valore intrinsecamente ecumenico essendo condivisa da cattolici e ortodossi.
E’ stata preparata anche una versione della stessa preghiera perché la si possa recitare personalmente o in famiglia, reperibile sul sito della diocesi.
Quanto proposto possa essere un aiuto alle Comunità per integrare nella celebrazione del Mistero della Passione-Morte-Resurrezione del Signore il vissuto di tanti fratelli e sorelle cristiane che condividono con noi la stessa fede nel Cristo che ha riconciliato l’umanità in Dio «affidando a noi la parola della riconciliazione» (cfr. 2Cor 5,18-19).

(don Luca Pertile)

Leggi la lettera degli Uffici e scarica il testo della preghiera


Chiese e guerra: i profughi che arrivano portano anche le ferite delle contrapposizioni tra le Chiese cristiane presenti in Ucraina

Una paziente comprensione della realtà ecclesiale deve abbinarsi alla necessaria e urgente azione caritativa

Si dice che dietro ai cannoni ci sia sempre un’idea. A volte anche religiosa. E’ purtroppo il caso della guerra in Ucraina. Per comprendere ciò che sta accadendo è necessario, infatti, considerare anche la complessa e sofferta situazione in cui versa da molti decenni il cristianesimo ucraino. Si tratta di una complessità che affonda le sue radici sia in vicende storiche più o meno lontane nel tempo, delle quali non esiste ancora una memoria e un’interpretazione condivisa, né una conoscenza diffusa in Occidente, sia di una visione ecclesiologica che non è quella latina nella quale viviamo. Questi elementi rendono per un “occidentale”, particolarmente difficile – al di là della veridicità delle notizie – la comprensione di quanto sta accadendo in Ucraina e lo espongono al rischio di semplificazioni, magari sull’onda di un comprensibile coinvolgimento emotivo-mediatico. In questa riflessione, al prezzo di qualche necessaria omissione, si vuole offrire qualche elemento utile per comprendere meglio quanto sta accadendo in Ucraina, ma che, con i dovuti distinguo è già accaduto in Estonia negli anni Novanta.

Tre diverse Chiese in Ucraina
L’intreccio inestricabile tra storia ed ecclesiologia aveva condotto, prima dell’inizio della guerra, alla creazione di tre diverse Chiese all’interno del territorio dell’attuale Ucraina. Nella zona occidentale è presente la Chiesa greco-cattolica ucraina. Si tratta di una tra le più significative Chiese cattoliche di Rito Orientale nata nel 1595 con l’Atto di Unione siglato nella città di Brest (allora polacca) con il quale la Metropolia ortodossa di Kiev si (ri)univa alla Chiesa di Roma. Le vicende storiche hanno fatto sì che questa Chiesa si radicasse particolarmente in quelle regioni (Galizia) che appartennero per secoli all’Impero Austro-ungarico e al Regno di Polonia e che la sede dell’Arcivescovo Maggiore capo di questa Chiesa fosse fissata a Leopoli. Con l’annessione di queste terre da parte dell’Urss, Stalin ne decretò nel 1943 la soppressione. Seguirono anni di persecuzione spietata e la Chiesa sopravvisse in clandestinità e all’estero fino al crollo del regime comunista. Dalla nascita dell’Ucraina attuale (1991) la Chiesa greco-cattolica è sempre stata favorevole all’indipendenza da Mosca e alla creazione di una nazione ucraina. Segno tangibile di questo orientamento è stato lo spostamento nel 2005 della Sede dell’Arcivescovo Maggiore – attualmente Svjatoslav Ševčuk – da Leopoli a Kiev, anche contro il parere di Roma.

Molti fedeli greco-cattolici in Italia
La diaspora greco-cattolica ucraina è molto consistente anche in Italia, al punto che papa Francesco nel 2019 ha eretto l’Esarcato apostolico d’Italia che ha giurisdizione sui numerosi fedeli greco-cattolici ucraini presenti in Italia. L’esarca (il vescovo) è membro della Cei. Esiste una Comunità greco-cattolica a Treviso, che si ritrova nella chiesa di S. Stefano, e altre due nella diocesi di Vittorio Veneto.

Le due Chiese ortodosse
Le altre due Chiese sono, invece, ortodosse e rivendicano entrambe il titolo di “Chiesa Ortodossa d’Ucraina”. La Chiesa Ortodossa d’Ucraina (Cou), sotto la giurisdizione del Patriarcato di Costantinopoli, è nata il 15 dicembre 2018 dall’unificazione di due Chiese ortodosse costituite o ricostituite nel 1992 dopo l’indipendenza dell’Ucraina dall’Urss: la “Chiesa ortodossa ucraina – Patriarcato di Kiev” e la “Chiesa ortodossa autocefala ucraina”. Il 6 gennaio 2019 il Patriarca ecumenico Bartolomeo ha concesso l’autocefalia (indipendenza) alla “nuova” Chiesa, provocando la rottura della comunione tra Mosca e Costantinopoli. La frattura tra i due Patriarcati non è stata ancora sanata e nasce dalla netta opposizione di Kirill all’azione di Bartolomeo I, che si prefiggeva sia di normalizzare dal punto di vista canonico la situazione dell’Ortodossia ucraina, sia di accrescere il suo “peso ecclesiale” presso le altre Chiese Ortodosse. Dal punto di vista politico la costituzione della COU – fortemente sostenuta dall’allora presidente Porošenko – è stato un atto di non poco conto del tentativo di uscita dell’Ucraina dalla sfera russa. Infatti, l’istanza “autonomista” è condivisa sia dal potere civile, sia da quello ecclesiastico, e stava all’origine della nascita delle due precedenti Chiese scismatiche. Il primate di questa Chiesa è Epifanio (1979), metropolita di Kiev e di tutta l’Ucraina.
La “manovra” di Bartolomeo però è riuscita solo in parte, in quanto non tutte le Chiese Ortodosse presenti in Ucraina fino al 2018 si sono unite nella Cou. Anzi, a quest’ultima si contrappone la Chiesa Ortodossa Ucraina del Patriarcato di Mosca (Cou-PM), che è voluta rimanere sotto la giurisdizione di quest’ultimo, mantenendo la configurazione giuridica di Chiesa “autonoma” all’interno del Patriarcato di Mosca. Il primate è Onofrio (1944), metropolita di Kiev e di tutta l’Ucraina. La Cou-PM è pertanto favorevole a una permanenza dello Stato ucraino nella sfera d’influenza di Mosca.
Attualmente esistono quindi tre diversi metropoliti di Kiev, cosa che determina una situazione anomala, non pienamente compresa e per certi aspetti pastoralmente difficile per i cristiani ucraini. In modo particolare per l’ecclesiologia ortodossa (non per quella latina) è incomprensibile l’esistenza di più di una gerarchia su di un uno stesso territorio tradizionalmente “di fede ortodossa”. Altro elemento che complica la questione è un “principio” dell’ecclesiologia ortodossa, quello della “sinfonia” tra Chiesa e Stato. Impostazione decisamente divergente rispetto a quella latina – e al modo di pensare occidentale -, dove la Chiesa considera l’autonomia dallo Stato un caposaldo della sua libertà. Questa “sinfonia” è anche lo sfondo ecclesiologico che ha portato alla progressiva frammentazione dell’Ortodossia in diverse Chiese e Patriarcati autocefali, organizzati su base nazionale, assecondando i movimenti nazionalisti che hanno attraversato l’Europa dall’Ottocento. Una simile impostazione si espone però a scivolare nel “collateralismo” con l’entità statale (l’impostazione latina presenta da parte sua altri rischi), che anche per ragioni storiche il Patriarcato di Mosca ha sperimentato per lunghissimi periodi dallo zar Pietro il Grande (1721). All’interno di questa tradizione e memoria s’inscrive la “sintonia” tra Putin e il patriarca Kirill, da sempre impegnato a ricucire e a consolidare l’unità della vastissima e plurietnica Chiesa Ortodossa Russa.

Quale ruolo nel conflitto?
Il ruolo giocato dalle Chiese nel conflitto non è pertanto determinato solo da “calcoli politici”, da ragioni e revanscismi storici, ma anche da una visione ecclesiologica che condiziona non solo la libertà delle Chiese, ma prima ancora la capacità d’interpretare gli eventi e di vagliare la legittimità dei percorsi messi in atto per realizzare la propria visione di Chiesa indipendente o autonoma. Entrambe le visioni sono legittime all’interno dell’ecclesiologia ortodossa, anche se non univocamente comprese. Dal canto loro i greco-cattolici – che si comprendono all’interno dell’ecclesiologia cattolica – desiderano la piena comunione dei cristiani di Ucraina, anche se nel loro caso l’esaudimento del desiderio passa attraverso la soluzione della questione ecumenica. Questione che, se ristretta alla sola Ucraina, sarebbe stata semplificata dalla nascita di un’unica Chiesa Ortodossa che avesse raccolto tutti i fedeli ortodossi ucraini.

La richiesta di pace cresce
Allo stato attuale del conflitto, greco-cattolici e Cou si trovano accomunati sia nel chiedere la pace sia nella comune interpretazione dell’attacco russo e la situazione più delicata e sofferta viene vissuta dalla Cou-PM. Gli ortodossi fedeli a Mosca, infatti, non solo sono aggrediti dai “fratelli russi”, ma vedono il proprio patriarca Kirill non prendere una chiara posizione di condanna dell’invasione (dichiarazione del 24 febbraio) e anzi cercare ragioni per giustificare la guerra (cfr. omelia del 6 marzo). In questo contesto brillano ancora di più le parole profetiche del metropolita Onorio (Cou-PM) che il 24 febbraio, rivolgendosi indistintamente a tutti gli ucraini dichiarava che è «avvenuta una tragedia. […] la Russia ha iniziato l’intervento militare contro l’Ucraina». Chiedeva «di dimenticare le liti e le incomprensioni reciproche e di unirci nell’amore a Dio e alla nostra patria» e «difendendo fino all’ultimo la sovranità e l’integrità dell’Ucraina, ci appelliamo al presidente della Russia perché cessi immediatamente questa guerra fratricida. […] Questa guerra non ha giustificazioni né presso Dio, né presso gli uomini». Onofrio ha aperto una via, lungo la quale è stato seguito lo scorso 9 marzo dall’arcivescovo Giovanni di Dubna, metropolita russo per l’Europa Occidentale (Parigi), che in una lettera aperta al suo patriarca Kirill, riferendosi alla nota omelia dello scorso 6 marzo, lo accusa di «giustificare questa guerra di aggressione crudele e omicida come “una battaglia metafisica”, in nome del “diritto di stare dalla parte della luce, dalla parte della verità di Dio, di ciò che la luce di Cristo ci rivela, la sua parola, il suo Vangelo…”. Con tutto il rispetto che vi è dovuto, e dal quale non mi allontano, ma anche con infinito dolore, devo portare alla vostra attenzione che non posso sottoscrivere una tale lettura del Vangelo. Nulla potrà mai giustificare che i “buoni pastori” che dobbiamo essere, debbano cessare di essere “artigiani di pace”, qualsiasi siano le circostanze. Santità, umilmente, con il cuore pesante, la prego di fare tutto il possibile per porre fine a questa terribile guerra che sta dividendo il mondo e seminando morte e distruzione». Dopo la stessa omelia, 15 vescovi di altrettante diocesi della Cou-PM non hanno commemorato il Patriarca di Mosca nella Divina liturgia. Il gesto non è solo simbolico: nell’ecclesiologia ortodossa rivela una mancanza di comunione. Mentre il 1° marzo quasi 300 sacerdoti ortodossi russi hanno firmato una petizione online per chiedere la pace, ponendosi in sintonia con gli organismi ecumenici e le Chiese cristiane che, nel mondo, chiedono la pace “senza se e senza ma”. La guerra e l’atteggiamento di Kirill stanno scavando un solco non solo tra il Patriarcato e la Cou-PM, ma anche all’interno della stessa Chiesa Russa e forse dell’intera Ortodossia, innescando dinamiche che non sappiamo quale esito avranno nel presente e nel futuro e con riflessi consistenti sui rapporti tra le Chiese, non solo in Ucraina.
Proprio per questa ragione è necessario comprendere in maniera corretta il peso della componete religiosa all’interno del conflitto ucraino, senza considerarlo una guerra di religione e senza pensare che si tratti di arzigogolate dell’Ortodossia, che non ci riguardano o che riguardano solo l’ecumenismo. I profughi che stanno arrivando, infatti, portano anche le ferite delle contrapposizioni tra le Chiese e così sarà per la diaspora ucraina che questo conflitto contribuirà ad allargare in maniera stabile. Senza contare che una parte significativa dell’accoglienza sarà svolta da persone, istituzioni, organismi – anche da Stati -, che l’Oriente considera ancora cattolici. Lungimiranza e una paziente comprensione anche della realtà ecclesiale il più possibile scevra da generalizzazioni devono abbinarsi alla necessaria e urgente azione caritativa. Se dietro al cannone ci può stare un’idea, dietro alla carità ci sta sempre il Vangelo. Un Vangelo che cammina in mezzo alla guerra grazie al coraggio di uomini e donne che contemporaneamente agiscono, pregano e pensano.

don Luca Pertile

delegato diocesano per l’Ecumenismo


XXXIII Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo ebraico-cattolico… un’occasione di approfondimento

Come di consueto, anche quest’anno il 17 gennaio, si celebrerà la Giornata del dialogo ebraico-cattolico, giunta ormai alla sua 33° edizione. Tale giornata si inserisce all’interno della svolta epocale operata dal Concilio Vaticano II in riferimento alla considerazione del popolo ebraico (Nostra Aetate 4). La Chiesa Cattolica ha sviluppato e continua a sviluppare una significativa riflessione circa il rapporto tra ebrei e cristiani.

Scrive Riccardo Burigana (Direttore del Centro studi per l’ecumenismo in Italia):
«Il tema della conoscenza del popolo ebraico è venuto assumendo, sotto il pontificato di papa Francesco, un significato nuovo per il continuo richiamo a un patrimonio comune e a una memoria da ricostruire nella prospettiva di rafforzare la dimensione spirituale dell’azione pastorale e la denuncia di ogni forma di discriminazione; le parole e i gesti di papa Francesco rilanciano e approfondiscono aspetti già affrontati nella lunga stagione della recezione del Concilio Vaticano II che ha rappresentato una svolta nel ripensamento dei rapporti tra la Chiesa e il popolo ebraico,
al di là dei documenti promulgati. Proprio nella linea della recezione della lettera e dello spirito del Vaticano II, riguardo al rapporto con gli ebrei, si colloca l’istituzione della Giornata per l’approfondimento della conoscenza del popolo ebraico da parte della Conferenza Episcopale Italiana, nell’autunno 1989, quando venne deciso l’istituzione di questa Giornata da celebrare ogni anno, il 17 gennaio, alla vigilia della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio) in modo da sottolineare la sua valenza nella definizione delle radici del cammino ecumenico.
Nell’anno, nel quale si fa memoria del 60° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II (1962-2022), appare opportuno proporre una riflessione che, pur tenendo conto del tema proposto dalla Conferenza Episcopale Italiana, possa offrire degli elementi per una migliore conoscenza su come il Concilio trattò il tema del rapporto della Chiesa con gli ebrei, a partire dal paragrafo della dichiarazione Nostra Aetate, e su come le Sacre Scritture devono essere una fonte per un dialogo tra credenti».

Si segnala che, per l’occasione, lunedì 17 gennaio 2022 alle ore 20.45, presso l’Aula Pavan del Seminario Vescovile di Treviso, è offerta un’occasione di approfondimento dal titolo: “Dialogare per conoscere. La Chiesa Cattolica e il popolo ebraico nel 60° dall’apertura del Concilio Vaticano II”.
Interverranno per l’occasione il professor Riccardo Burigana e don Michele Marcato (biblista), moderati e introdotti da don Luca Pertile (Direttore dell’Ufficio per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso della Diocesi di Treviso). Concluderà l’incontro Mons. Michele Tomasi (Vescovo di Treviso).

È possibile seguire l’incontro on-line richiedendo il link per collegarsi al seguente indirizzo mail: ecumenismo@lungro.chiesacattolica.it.
Il link verrà inviato entro l’inizio dell’incontro.

 

In Allegato:

  • La locandina dell’evento
  • Il Sussidio per la suddetta Giornata, elaborato dall’Ufficio Nazionale per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso.

Una gioia condivisa: un gesto ecumenico per il Natale

In questo tempo, segnato ancora dalla fatica della pandemia, siamo chiamati – come cristiani – a riconoscere il Signore presente nel nostro tempo e nella nostra realtà. Egli è il Vivente, «via, verità e vita» (Gv 14, 6). Questa consapevolezza di fede è propria sia dei fratelli Ortodossi sia delle diverse Chiese evangeliche. 

Questa comunanza offre così alle nostre comunità parrocchiali e a ciascuno di noi la possibilità di vivere e rinnovare la cura delle relazioni interpersonali, attenzione che ci permette di essere umani e di rendere più umana la nostra vita.

In questa prospettiva lUfficio per l’Ecumenismo propone un semplice gesto che può aiutare a creare o a rafforzare una conoscenza un’attenzione verso fratelli e sorelle cristiani non cattolici con i quali condividiamo già molti momenti della nostra vita (scuola, studio, lavoro, relazione di vicinato e di aiuto reciproco, i servizi di pubblica utilità, ecc …) ma nei quali l’aspetto religioso passa o viene tenuto in secondo piano.  La comune fede in Cristo Gesù, invece, dovrebbe essere ciò che ci aiuta a superare e a comprendere meglio le differenze linguistiche e culturali, che esistono. 

La comune celebrazione del Natale del Signore costituisce la prima occasione offerta dall’Anno liturgico per rinnovare e sviluppare la comune fede in Cristo Gesù, Salvatore delle genti. 

  1. CON I FRATELLI ORTODOSSI

Come gesto di vicinanza i fratelli ortodossi (famiglie o singoli)suggeriamo di stampare o d’inviare (vedi allegato Ortodossi) il biglietto di auguri con l’icona della Natività, accompagnata da una preghiera tratta dalla Liturgia Bizantina e se possibile di condividerla. 

Loro conoscono e comprendono molto meglio di noi cattolici latini il linguaggio delle icone, pertanto la consegna del biglietto di auguri potrebbe diventare l’occasione per “farsi spiegare” il significato proprio della sacra raffigurazione. 

Nota sulla data della celebrazione del Natale 

È opportuno ricordare che non tutte le Chiese Ortodosse celebrano il Natale nello stesso giorno. Le date variano per effetto dell’avvenuta o non avvenuta adozione del Calendario Gregoriano. Nel 1582 papa Gregorio XIII, allo scopo di far aderire con maggior precisione il calendario civile all’anno solare, decise di modificare il calendario introdotto da Giulio Cesare nel 45/46 a.C. e fino ad allora in uso, introducendo con la bolla papale Inter gravissimas il calendario che da lui prende il nome  e attualmente in uso nella Chiesa Cattolica. L’orologio della storia venne così “portato in avanti di 13 giorni. Pertanto:  

  • le Chiese Ortodosse di Costantinopoli, Romania, Grecia, Cipro, Polonia, Georgia, Alessandria, Antiochia e Bulgaria che hanno assunto il Calendario gregoriano (Calendario neo-ortodosso) celebrano il Natale il 25 dicembre come la Chiesa cattolica.
  • il Patriarcato di Mosca (e quindi anche la Chiesa di Moldavia, che da esso dipende) e la Chiesa serba rimaste fedeli al Calendario giuliano celebrano il Natale il “nostro” 7 gennaio. 

Per la determinazione delle feste mobili tutte le Chiese Ortodosse seguono il Calendario giuliano e pertanto la Pasqua viene celebrata nella stessa domenica (ma sempre “dopo” la Pasqua celebrata dai cattolici). 

 

  1. CON I FRATELLIEVANGELICI 

La celebrazione del Natale ha un’importanza diversa a seconda delle Chiese e Comunità di origine evangelica. Pertanto la possibilità di condividere o d’inviare il biglietto augurale (vedi allegato Evangelici) che riporta un canto natalizio della tradizione riformata (calvinista) può diventare occasione per comprendere il significato e il modo in cui essi celebrano il Natale.  

In Allegato i biglietti augurali da condividere 


“In oriente abbiamo visto una stella e siamo qui per onorarlo”: Veglia diocesana di preghiera per l’unità dei cristiani

Anche quest’anno, dal 18 al 25 gennaio, si celebra la Settimana di Preghiera per l’Unità dei cristiani.
Si tratta di un tempo di grazia nel quale le diverse Confessioni cristiane pregano per realizzare l’unità voluta da Cristo per la sua Chiesa (cfr Gv 17,21), rinnovando la consapevolezza di essere tutte in cammino, così come lo furono i Magi, verso Cristo, «via, verità e vita» (Gv 14, 6).

All’interno di questo tempo di grazia, che anche la nostra Diocesi vive, si colloca, la Veglia diocesana di preghiera per l’unità dei cristiani, organizzata con le confessioni cristiane presenti in Diocesi, che vi hanno aderito. La Veglia rappresenta un’occasione di ringraziamento al Signore per i passi fino ad ora compiuti e la concretizzazione del desiderio di camminare insieme verso la piena comunione ecclesiale, anche attraverso la preghiera.

Il tema scelto per quest’anno è esplicato da un versetto del Vangelo di Matteo: «In oriente abbiamo visto apparire la sua stella e siamo venuti qui per onorarlo» (Matteo 2, 2).
I Magi «viaggiano da paesi lontani e rappresentano culture diverse, eppure sono tutti spinti dal desiderio di vedere e di conoscere il Re appena nato; essi si radunano insieme nella grotta di Betlemme, per onorarlo e offrire i loro doni […]. Sebbene appartenenti a culture […] e lingue diverse, i cristiani condividono una comune ricerca di Cristo e un comune desiderio di adorarlo» (cfr Sussidio per la SPUC, 4).

Così come i Magi aprirono i loro scrigni, offrendo al Signore i loro diversi doni, così le diverse confessioni cristiane sono chiamate a riunirsi per offrire i tesori derivanti dalle loro specificità: «Quando i cristiani si riuniscono e aprono i loro tesori e i loro cuori in omaggio a Cristo, si arricchiscono condividendo i doni di queste diverse prospettive» (cfr Sussidio per la SPUC, 4).

In questa prospettiva, martedì 18 gennaio 2022 alle ore 20.45 presso il Duomo di S. Martino di Lupari (PD) si celebrerà, presieduta dal Vescovo Tomasi, la Veglia diocesana di preghiera per l’unità dei cristiani.

Alla Veglia diocesana si affiancheranno quelle zonali, patrocinate dall’Ufficio e celebrate venerdì 21 gennaio 2022 alle ore 20:30

  • a Cornuda, nella Chiesa Parrocchiale
  • a Camposampiero, nella Chiesa parrocchiale di Piombino Dese
  • a Castelfranco, in Duomo

In ALLEGATO è possibile trovare

  • Il Sussidio per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani
  • La locandina della Veglia diocesana
  • La lettera di invito del direttore dell’UEDI
  • Il materiale necessario per vivere, in parrocchia, la Settimana di preghiera.
  • Il libretto della Veglia

“Una fucina per il dialogo”: convegno per i 30 anni dell’ISE San Bernardino di Venezia

Il 21 ottobre si terrà il convegno dal titolo “Una fucina per il dialogo”, organizzato in occasione del riconoscimento, da parte della Congregazione per l’Educazione Cattolica, dei 30 anni dell’Istituto Studi Ecumenici San Bernardino di Venezia.
L’anniversario dell’Istituto costituisce un’occasione propizia e feconda per dare uno sguardo allo stato dell’ecumenismo in Italia e al contributo che l’Istituto ha dato e continua a dare al dialogo e all’unità.

La partecipazione al Convegno è prevista in presenza, ma a causa della persistente situazione pandemica il numero delle persone sarà contingentato; è dunque richiesta la prenotazione della propria presenza, da effettuare entro il 18 ottobre, così da poter organizzare al meglio l’evento.
Si precisa che per la partecipazione al Convegno è obbligatorio il Greenpass.

Per chi lo desidera, sarà inoltre possibile il collegamento online, inviando la propria richiesta alla segreteria: segreteria@isevenezia.it

In Allegato la locandina del convegno.


Un momento formativo organizzato dal Centro Studi per l’Ecumenismo

Lunedì 18 ottobre 2021, alle ore 18.00, il Centro Studi per l’Ecumenismo in Italia organizza un momento formativo dal titolo: “Riflessioni ecumeniche nel V anniversario dell’incontro di Lund (31 ottobre 2016)”

Per l’occasione interverranno il pastore luterano Heiner Bludau e il professor Riccardo Burigana. L’incontro sarà moderato dalla prof.ssa Franca Landi.

Sarà possibile partecipare all’incontro tramite collegamento alla piattaforma zoom, richiedendo il relativo link alla seguente mail: ecumenismo@lungro.chiesacattolica.it.

In Allegato la locandina dell’incontro.