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Ecumenismo: celebrati a Venezia i 60 anni della revoca delle scomuniche tra Roma e Costantinopoli

“Liberarsi di ciò che divide e abbracciarsi è la volontà di Dio”. Così il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, intervenendo martedì 2 dicembre a Venezia per il 60° anniversario della reciproca abolizione delle scomuniche tra Roma e Costantinopoli.

L’evento di carattere ecumenico era organizzato dall’Ufficio Nazionale per l’Ecumenismo ed il Dialogo della Cei e dalla Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia con la presenza di rappresentanti delle comunità cristiane cattoliche, ortodosse e protestanti. Nella Chiesa di San Zaccaria, dopo un momento introduttivo, si è tenuta la celebrazione che ha visto l’intervento del Metropolita Polycarpos. Successivamente ci si è recati nella Cattedrale di San Giorgio dei Greci dove il card. Zuppi ha proposto la sua riflessione. Sono seguiti la Professione di fede, la lettura della Dichiarazione congiunta, lo scambio della pace e la benedizione.

Foto Malavasi (Gente Veneta)

Il cardinale Zuppi ha ricordato che il 7 dicembre 1965 san Paolo VI e il patriarca Atenagora firmarono l’estinzione delle scomuniche e che la Dichiarazione comune mirava a “togliere dalla memoria e nel mezzo della Chiesa le sentenze di scomunica dell’anno 1054”. Richiamando l’incontro tra Papa Leone XIV e il patriarca Bartolomeo I, Zuppi ha evidenziato che quel viaggio conferma “questo nostro incontro”. Ha poi riproposto le parole di Atenagora: “Il passato vive in noi, per questo dovevamo cancellare il brutto passato, o piuttosto permettere a Dio di cancellarlo, perché provocava l’odio in noi”. E ancora: “La revoca degli anatemi ha costituito l’atto esemplare di un nuovo approccio all’unione”. Il cardinale ha citato anche lo scambio tra Paolo VI e Atenagora, quando il patriarca disse di essere “profondamente commosso” e il Papa rispose: “Siccome questo è un vero momento di Dio, dobbiamo viverlo con tutta l’intensità”. Il cardinale ha ricordato che Paolo VI definì cattolici e ortodossi “Chiese sorelle” chiamate a “condurre a pienezza e perfezione la comunione”. Zuppi ha ribadito che “l’unità cristiana non è un lusso, ma l’ultima preghiera di nostro Signore Gesù Cristo”, invitando a camminare “con ferma determinazione sulla via del dialogo, nell’amore e nella verità”.

La “vocazione ecumenica” di Venezia “può oggi diventare segno profetico per il nostro tempo in cui l’umanità avverte nuovamente necessità di ponti, di riconciliazione, di pace”, ha detto mons. Francesco Moraglia, patriarca della diocesi lagunare, nel suo intervento. Il patriarca ha inaugurato l’incontro nella chiesa di San Zaccaria che custodisce il corpo di Sant’Atanasio, “che tanto contribuì alla formulazione del Simbolo di Nicea” e che “ci ricorda che l’unità della Chiesa nasce e si fonda nella verità di Cristo, confessata insieme e vissuta nella carità. E mentre quest’anno celebriamo il 1700° anniversario del Concilio di Nicea (325–2025), questo riferimento diventa ancora più carico di significato – ha concluso Moraglia -: ci richiama a tornare alle radici comuni della nostra fede, a quel Credo che unisce cattolici e ortodossi nel riconoscimento del Figlio unigenito, ‘Dio da Dio, luce da luce’”. Moraglia ha richiamato la vocazione della città, “ponte fra Oriente e Occidente”, dove le differenze “non si sono cancellate ma incontrate” diventando occasione di arricchimento. In riferimento all’Annunciazione, il patriarca ha indicato in Maria “il paradigma dell’incontro, l’immagine più alta del dialogo vero”, un ascolto che guida il cammino delle Chiese “a deporre paure e diffidenze” confidando nella grazia. Ha quindi richiamato la presenza in San Zaccaria delle reliquie di sant’Atanasio, “padre comune nella fede”, ricordando il 1700° anniversario del Concilio di Nicea, il cui Credo “unisce cattolici e ortodossi nel riconoscimento del Figlio unigenito”. Moraglia ha auspicato che da Venezia il cammino comune “prosegua con rinnovato vigore”, sostenuto da preghiera e ascolto reciproco, affinché la città sia “ancora una volta segno di pace e di unità per tutti”.

Foto Malavasi (Gente Veneta)

“La sapienza dei Padri ci porta a sollevare lo sguardo verso l’alto, al disopra della polvere della storia e delle fragilità umane”. Così la teologa Viviana De Marco ha introdotto  il suo intervento. Ripercorrendo la prospettiva trinitaria del Vaticano II, ha ricordato che l’unità “non è solo una meta da ricercare nel cammino della Chiesa, ma innanzitutto un mistero da contemplare nella SS Trinità” e che l’ecumenismo è suscitato dallo Spirito. Ha richiamato lo storico incontro del 1965, quando Paolo VI e Atenagora “cancellano le scomuniche insieme a 900 anni di diffidenza”, spiegando che non si trattò “di un semplice atto diplomatico, né solo di un atto di revisione storica”, ma “di un’esperienza di reciprocità e misericordia”. De Marco ha ricordato che il dialogo non è “un confronto teorico tra tesi diverse nella modalità del sic et non”, ma un cammino “guidato dall’amore per l’Eucaristia”, dove “la grande Tradizione liturgica e teologica della Chiesa greca diventa così per la Chiesa latina un tesoro immenso”. Quindi ha citato i documenti di Monaco, Creta e Bari e la comune consapevolezza che “l’Eucaristia costituisce il criterio del funzionamento della vita ecclesiale nella sua totalità”. Guardando al presente, De Marco ha parlato di un “silenzio della speranza”, una pausa che invita al discernimento e alla fiducia nell’azione dello Spirito, chiedendo un ecumenismo “di popolo” capace di condividere le sfide del tempo.

“È per me una gioia portare il saluto della Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia, che ha la sua sede proprio qui a Venezia”. Con queste parole mons. Athenagoras Fasiolo, vescovo di Terme e ausiliare dell’Arcidiocesi ortodossa d’Italia, ha aperto il suo intervento. Il presule ha definito la ricorrenza “un anniversario di straordinaria importanza”, ricordando che il gesto del 1965 “ha sanato una ferita antica e ha restituito respiro alla comunione ecclesiale”. Quindi ha sottolineato che nel 1054 “si confrontarono allora le sedi, non la Chiesa una e indivisa che professiamo nel Credo” e che i successori, “papa Paolo VI e il patriarca Atenagora – insieme ai successori, papa Leone XIV e il patriarca Bartolomeo – hanno avuto il coraggio di togliere quella infamia”. Richiamando il 1700° anniversario del Concilio di Nicea, Fasiolo ha ricordato come “si sono incontrate le grandi famiglie cristiane”, unite in un pellegrinaggio che ha visto insieme Chiese ortodosse, cattolica, armena, copta, siriaca e comunità occidentali. Ha evocato “un gesto, semplice e potentissimo: il cammino lento dietro il santo Vangelo”, segno di un ecumenismo che è “un cammino senza ritorno”. Il dialogo, ha affermato, “non è un esercizio diplomatico”, ma un incontro in cui “nessuno perde nulla della propria identità”. “In un mondo così diviso”, ha proseguito, la testimonianza delle Chiese “deve essere annunciata con forza”. In questa città “che tanto ha dato all’incontro fra Oriente e Occidente”, Fasiolo ha ricordato anche la figura del card. Roncalli, “un fine conoscitore dell’Oriente”.

“La separazione tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Ortodossa, conosciuta come Grande Scisma, si verificò nel 1054”, ha spiegato la teologa Elena Boscos nella sua introduzione. Analizzando il percorso storico, ha ricordato che il distacco fu il risultato “di un processo lungo e complesso nato da differenze culturali, teologiche e politiche” e che il nucleo del disaccordo riguardava il Primato del Papa, cui si aggiungeva il Filioque, l’inserimento nel Credo dell’espressione “e dal Figlio”. Ha quindi ripercorso lo scambio delle scomuniche tra il legato papale e il patriarca Michele Cerulario e lo sviluppo distinto delle due Chiese, segnato anche dal dogma dell’Infallibilità e dalla diversa disciplina del clero. Boscos ha però sottolineato che “permangono elementi fondamentali in comune”, ricordando che le due Chiese “si considerano continuazione della Chiesa fondata da Cristo e dagli Apostoli”, condividono fede trinitaria e cristologica, sacramenti e vita liturgica, in cui “Cristo è presente nell’Eucaristia”. La teologa ha richiamato il riavvicinamento del XX secolo e il gesto del 1965, che “rappresentò un passo storico verso il dialogo e il riconoscimento reciproco”. La revoca degli anatemi, ha aggiunto, “non è stata semplicemente un gesto diplomatico, ma un atto di riconciliazione”. Boscos ha concluso affermando che “ciò che unisce la Chiesa Cattolica e la Chiesa Ortodossa è più profondo e più duraturo di ciò che le divide”.

“Il 7 dicembre 1965, nella Basilica di San Pietro a Roma e simultaneamente nella cattedrale patriarcale di San Giorgio a Fanar a Costantinopoli, veniva proclamata la revoca reciproca degli anatemi del 1054”, ha ricordato il metropolita Polykarpos, arcivescovo ortodosso d’Italia ed esarca dell’Europa meridionale. Il presule ha definito quel gesto “un modello di dialogo in un mondo ancora segnato dalle contrapposizioni della Guerra fredda”, sottolineando che contribuì “a plasmare una nuova coscienza ecumenica”. Quindi ha ripercorso il cammino verso la riconciliazione, segnato da tentativi “effimeri”, divisioni teologiche e ferite storiche, ma anche da appelli come l’Enciclica del 1920 che proponeva una “Società delle Chiese cristiane”. Polykarpos ha ricordato l’incontro del 1959, quando Giovanni XXIII assicurò che il dialogo sarebbe stato “frutto di ricerca reciproca, non di invito unilaterale”, e l’abbraccio del 1964, quando Atenagora affermò: “Sappiamo ciò che ci divide, ma sono assai più grandi e importanti le cose che ci uniscono”. Il metropolita ha spiegato che la revoca degli anatemi fu atto “di amore fraterno” e che le Chiese iniziarono a chiamarsi “Chiese sorelle”. Richiamando l’attualità dell’impegno ecumenico, ha ricordato l’incontro recente tra Papa Leone XIV e il patriarca Bartolomeo. Polykarpos ha concluso definendo il gesto del 1965 “un gesto profetico di ciò che l’umanità intera continua a cercare”.

 


Ecumenismo: martedì 11 novembre le Chiese del Triveneto ad Aquileia ricordando Nicea

Il prossimo martedì 11 novembre, alle ore 17, si svolgerà nella basilica di Santa Maria Assunta di Aquileia (Ud), una preghiera ecumenica promossa dalla Conferenza episcopale del Triveneto (Cet) e curata dalla Commissione regionale per l’ecumenismo nell’ambito delle diverse celebrazioni per i 1700° del Concilio di Nicea (325 d.C.). L’evento vuole essere un momento di riflessione, di comunione e di impegno per l’unità tra le Chiese cristiane, richiamando l’importanza storica e teologica del Concilio di Nicea a pochi giorni dalla Solennità di Cristo Re (quest’anno celebrata domenica 23 novembre), festa istituita da papa Pio XI nel 1925, tra le altre ragioni per celebrare il 1600° anniversario del Concilio niceno. Il luogo della commemorazione, la basilica aquileiense, è stato scelto per il suo valore storico simbolico per tutta la nostra Regione ecclesiastica e prevede una preghiera in presenza alla quale parteciperanno i vescovi cattolici del Triveneto, il metropolita Polykarpos dell’arcidiocesi ortodossa d’Italia e Malta del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli con sede a S. Giorgio dei Greci (Venezia), con il suo vescovo ausiliare Athenagoras, S. Ecc. rev.ma Siluan, vescovo della diocesi ortodossa romena d’Italia, il vescovo Khajag Barsamian, legato del Katholikos per l’Europa occidentale e rappresentante della Chiesa apostolica armena presso la Santa Sede, e padre Dusan Djukanovic in rappresentanza del Patriarcato di Serbia, a cui si aggiungeranno rappresentanti di diverse Chiese nate dalla Riforma presenti nel Triveneto. Contemporaneamente, l’evento sarà trasmesso in streaming sul canale YouTube della basilica di Aquileia, per favorire la partecipazione dei fedeli che non potranno recarsi ad Aquileia.
Questo incontro si inserisce nel contesto delle numerose commemorazioni dell’anniversario niceno. In diocesi l’abbiamo celebrato lo scorso 20 maggio (giorno esatto dell’apertura del Concilio di Nicea), ma questo evento, a livello regionale, offre l’occasione per pregare insieme e ascoltare tutte le Chiese e Tradizioni presenti nel Nord-Est e non solo nella nostra diocesi. Nella nostra Regione ecclesiastica è presente, infatti, una tra le più alte concentrazioni di Confessioni cristiane in Italia, come dimostra la partecipazione all’evento di molti dei capi delle diverse Chiese a livello nazionale.
In un tempo segnato da divisioni e da sfide per le Comunità cristiane, celebrare insieme significa offrire un segno concreto di apertura e fraternità al mondo intero. (Stefano Vescovi, delegato diocesano per l’Ecumenismo e il dialogo interreligioso)


“Siamo qui per ricordarci che siamo fratelli”: celebrati anche a Treviso i 1700 anni dal Concilio di Nicea

“Un momento di festa che ci permette di ringraziare il Signore per il dono di una fede trasmessa, pensata, vissuta, testimoniata nel martirio, nei secoli, nel giorno in cui ricordiamo i 1700 anni dall’inizio del Concilio di Nicea, che ci ha dato il Credo che unisce i cristiani nella loro adesione, nel tempo e nella storia, a Gesù Cristo, Signore della vita, a Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, uno e tre persone”: è così che il vescovo Tomasi ha aperto la celebrazione eucaristica, il 20 maggio, nella cripta della cattedrale di Treviso, per i 1700 anni del Concilio di Nicea. In quella cripta che custodisce le reliquie di san Liberale, che ha combattuto l’eresia ariana, che negava la divinità di Gesù. “La trasmissione della fede è uno dei doni più grandi che abbiamo, insieme a quello della vita – ha sottolineato il Vescovo nell’omelia -. Questa sera è un dono grande poterci fermare a riflettere e a ringraziare per quanto la Chiesa, che si è lasciata guidare da Dio, è riuscita a elaborare nel corso dei secoli per trasmettere la fede, renderla credibile e comunicabile, perché diventasse poi fonte di testimonianza e di vita”. Quando recitiamo il Credo “ci ridiciamo gli uni gli altri il tesoro della nostra fede – ha ricordato mons. Tomasi -, e siamo invitati a ridirla nei nostri ambienti di vita e a chiedere al Signore, ogni volta che lo recitiamo nell’Eucarestia, di testimoniare questa fede con il dono della nostra vita, di quell’amore manifestato pienamente in Gesù Nazareno, figlio dell’uomo, figlio di Dio”. Dopo la messa, è seguita la preghiera ecumenica con i rappresentanti delle altre confessioni cristiane, sempre in cripta. Entrambi i momenti, organizzati dall’ufficio diocesano per l’Ecumenismo, hanno goduto dell’animazione di un gruppo che coltiva la spiritualità di Taizè. Un momento di condivisione e di ascolto dei testimoni, Padri della Chiesa e teologi, che hanno aiutato a comprendere meglio il tesoro che il Simbolo della fede, composto nella sua struttura di fondo a Nicea, custodisce.
“Benché appartenenti a diverse Chiese, siamo qui stasera, nel giorno dell’anniversario del Concilio di Nicea – ha detto il Vescovo -, non per commemorare un evento remoto e distante da noi, ma per ricordarci chi siamo e che siamo fratelli. Nicea, per la prima volta, si potrebbe dire, lo ha messo per iscritto nel Simbolo. A noi il compito di vivere ogni giorno quanto nelle nostre diverse liturgie proclamiamo”.
Sia il Vescovo che don Luca Pertile, direttore dell’ufficio Ecumenismo, hanno ringraziato i ministri che hanno condiviso il momento di preghiera.
Hanno preso parte alla preghiera preot Giovanni Ciobanu, parroco della Comunità Ortodossa Moldava di Treviso; preot George Mihail, parroco della Comunità Ortodossa Romena di S. Martino di Lupari – Galliera; preot Dusan Djukanovic parroco della Comunità Ortodossa Serba di Treviso; pastore Fabio Traversari, responsabile della Chiesa Valdese-Metodista di Venezia con giurisdizione su Treviso; pastore Johanne Ruschke, responsabile della Chiesa Luterana di Venezia, con giurisdizione su Treviso

 


Concilio di Nicea: per i 1700 anni, il 20 maggio in Diocesi messa e preghiera ecumenica presiedute del Vescovo

Come comprendere se il Concilio di Nicea – di cui celebriamo i 1700 anni – e le sue scelte rivestono un’attualità per noi oggi? Lo abbiamo chiesto a don Luca Pertile, docente di Ecclesiologia e responsabile dell’ufficio diocesano per l’Ecumenismo. “Per comprendere se e come Nicea aiuta il credente a vivere la sua fede oggi (questo è il senso di “essere attuale”) il presupposto da cui partire è comprendere la Chiesa come Tradizione vivente – spiega don Luca -, cioè come lo sforzo che ciascuna generazione fa di vivere la fede nella propria epoca, con l’atteggiamento evangelico dello scriba che, divenuto «discepolo del Regno dei cieli […] trae fuori dal suo tesoro cose nuove e vecchie» (Mt 13,52). Da questa prospettiva, Nicea ci aiuta a fare “la nostra parte” nel dinamismo di traditio-receptio-traditio di cui siamo co-protagonisti con il Risorto e lo Spirito”.

Cosa accadde a Nicea?
La risposta più ovvia è: un Concilio. Nella prospettiva sopra indicata, però, appare più opportuno affermare che a Nicea ci fu un grande sforzo di fedeltà della Chiesa del IV secolo di vivere in maniera più autentica la fede in un contesto socio-culturale in rapida trasformazione, soprattutto per i cristiani. Infatti, la nuova situazione creatasi con l’Editto di Milano (313) che concedeva la libertà di culto – precedente a Nicea di soli 12 anni – aveva riproposto alla Chiesa e all’Impero problemi vecchi e nuovi. Tra i tanti, i più significativi erano la lotta all’eresia ariana e l’individuazione di una data per la celebrazione della Pasqua comune a tutti gli “orientamenti” che già allora attraversavano il cristianesimo. Per risolverli, l’imperatore Costantino (272-337), convocò tutta la cristianità dell’Impero nel palazzo imperiale di Nicea (oggi Iznik, 20.000 abitanti a sud-est di Istanbul), rappresentata da 318 vescovi (in prevalenza orientali), che misero in essere alcune vere e proprie “invenzioni”, sempre nell’alveo della tradizione della Chiesa antica per risolvere le varie questioni. In questo senso il Concilio di Nicea è da considerarsi un evento, cioè una “realtà complessa”, che non deve essere ridotta solo al Simbolo (il Credo) che pure il Concilio ha redatto, e che ne è parte integrante.

Quali furono queste “invenzioni”?
La prima fu proprio lo strumento che consentì la risoluzione delle problematiche teologico-canoniche più specifiche: il concilio ecumenico. Nella Chiesa vi erano sempre stati sinodi, a cominciare dal cosiddetto Concilio di Gerusalemme (cfr. At 15), ma non si era mai visto un sinodo che coinvolgesse l’intera ecumene, cioè l’intera “umanità civilizzata” – allora intesa come l’Impero Romano -, pertanto con valore normativo per tutta la Chiesa, anche se i vescovi intervenuti non costituivano l’intero episcopato mondiale. Si trattò di un inedito esercizio di “collegialità”. Una “novità” che approfondì la comprensione della natura sinodale della Chiesa, perché non ha riguardato solo i vescovi fisicamente presenti al Concilio. Infatti, la verità e la validità delle decisioni prese a Nicea (indipendentemente dai decreti imperiali) impiegarono più di un secolo per essere accettate da tutta la Chiesa. Questo processo va sotto il nome di recezione, e fu un processo che interessò l’intero popolo di Dio, dai vescovi ai “semplici” fedeli chiamati ad accogliere quanto Nicea aveva riconosciuto essere parte essenziale della Rivelazione. Il Concilio e la sua recezione rivelarono un tratto costitutivo della vita della Chiesa, sebbene il contesto ecclesiale fosse radicalmente diverso dal nostro.

Il Credo fu un frutto importante?
L’invenzione del “Simbolo universale della fede” fu l’altra grande novità di Nicea. Il Concilio, infatti, compose la “struttura di base” di quello che conosciamo come il Credo niceno-costantinopolitano, le cui affermazioni verranno accolte e ampliate soprattutto “esplicitando” la divinità dello Spirito Santo dal successivo Concilio Costantinopolitano I (381). Si formerà così il “Simbolo” che ancor oggi professiamo. Nel IV secolo esistevano già diversi simboli della fede (simboli battesimali), frutto dell’accordo tra le Chiese locali di una data regione. Ai catecumeni veniva chiesto l’assenso di fede a un simbolo piuttosto che a un altro, in base alla Chiesa in cui ricevevano il battesimo. Questa grande ricchezza e varietà, però, aumentava il rischio che all’interno di queste formule di fede s’insinuasse l’eresia e, in ogni caso, l’unità delle Chiese attorno alla stessa fede risultava sempre molto fragile, perché diversi erano i simboli che la codificavano. L’elaborazione del Credo niceno-costantinopolitano, vincolante per tutto l’ecumene, oltre a costituire un approfondimento nella comprensione del Mistero Trinitario di Dio, diventerà lo strumento per custodire tanto la verità della fede (l’ortodossia), quanto l’unità della Chiesa, in quanto viene ad essere la “carta d’identità teologica” del cristiano, che racchiude gli elementi essenziali della fede cristiana a cominciare dall’affermazione della consustanzialità del Figlio con il Padre, allora messa in discussione dalla dottrina di Ario (arianesimo).

Quale relazione possiamo vedere con il presente?
Una potrebbe riguardare l’aspetto dogmatico, l’altra quello ecumenico. In Occidente già a partire dagli anni Novanta del secolo scorso si è affermato un “nuovo arianesimo” per cui si crede che Gesù sia stato “un grande” della storia, in ragione dei suoi insegnamenti, della sua coerenza di vita, della sua dedizione al prossimo, ma non si arriva a riconoscerlo come il Figlio di Dio, Dio come il Padre, con l’attuale crisi di Speranza che questo comporta. Circa il versante ecumenico, invece, in un mondo sempre più multiculturale e plurireligioso, spesso si tendono a mettere sullo stesso piano le diverse Confessioni cristiane e le Grandi religioni monoteiste (e non solo). In questo contesto, il Simbolo ci ricorda non solo l’unicità della mediazione salvifica di Cristo, ma anche il fatto che tra i “non cattolici” ci sono cristiani che, come noi, professano le verità contenute nel Credo, benché celebrino e vivano la fede in maniera molto diversa dalla nostra. Equipararli agli altri credenti significa non solo misconoscere che il Cristo è la fonte della nostra gioiosa identità, ma anche dimenticare di avere con loro un legame più forte di quello del sangue.

E la data della Pasqua?
La cristianità antica si era sempre divisa sulla data in cui celebrare la Pasqua che veniva calcolata sostanzialmente seguendo due diverse tradizioni, entrambe di origine apostolica: quella “quartodecimana”, dipendente dalle indicazioni contenute nel Vangelo di Giovanni, e quella “domenicale”, dipendente invece dai sinottici. Nel dibattito in seno al Concilio venne stabilita la regola che ancora oggi viene seguita per il calcolo della Pasqua, che deve essere celebrata la domenica seguente o coincidente con il primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera (il 21 marzo). L’uniformità purtroppo s’incrinò nuovamente con la riforma del calendario di papa Gregorio XIV nel 1582, che con la soppressione dei dieci giorni di ritardo accumulati dal calendario giuliano rispetto all’anno astronomico, introdusse il calendario attualmente in uso. Tale riforma, però, non fu accettata da tutta la cristianità e determina l’attuale diversa celebrazione della Pasqua tra le Chiese dell’Occidente, che seguono il calendario gregoriano, e quelle Orientali, che seguono ancora quello giuliano, in vigore al tempo di Nicea. Paradossalmente, le date delle “due Pasque” sono però calcolate ancora secondo la regola elaborata a Nicea. Si tratta di elemento di controtestimonianza, sempre più accentuato in una società pluriconfessionale.

C’è un elemento che a noi cristiani di oggi sembra “fuori luogo”: il fatto che il Concilio sia stato convocato e orientato dall’imperatore Costantino.
Oltretutto l’imperatore non era ancora battezzato… Le motivazioni che mossero Costantino non furono di tipo religioso: egli, infatti, sapeva bene che l’unità politica dell’Impero veniva corroborata dalla professione della stessa fede e dall’uniformità celebrativa. “L’intelligenza” di Costantino fu di comprendere che l’unità della Chiesa e l’ortodossia della fede non dovessero essere imposte o protette “dall’esterno” attraverso un’azione politica, ma “dall’interno” attraverso il confronto religioso. Il risvolto politico di quanto deciso a Nicea fu, come noto, la nascita di un’alleanza tra potere civile e religioso, che assunse forme molto diverse in Occidente e in Oriente. Quella di Nicea, dunque, più che una mossa ecclesiale dettata dall’opportunismo, è da considerare un’azione missionaria e “cattolica”, volta a favorire l’annuncio-incontro con Gesù Cristo del maggior numero possibile di uomini e donne e volta a “cambiare dal di dentro” la società civile rendendola più umana ed evangelica. Una simile consapevolezza – nel rispetto della libertà religiosa e di coscienza – dovrebbe ispirare anche il confronto missionario col mondo contemporaneo. D’altra parte, la Chiesa vive nella storia ed è composta da uomini e donne che la abitano.

In cripta del Duomo di Treviso messa e preghiera ecumenica
Sarà martedì 20 maggio, nella nostra diocesi, l’occasione per celebrare i 1700 anni dal Concilio di Nicea. Alle 19.30, messa nella cripta della cattedrale, presieduta dal vescovo Tomasi, con la possibilità di ottenere l’indulgenza plenaria. Seguirà, alle 20.30, la preghiera ecumenica, presieduta dal Vescovo, cui parteciperanno anche i rappresentanti delle altre confessioni cristiane.

 


Veglia per i cristiani martiri venerdì 11 aprile nella chiesa di San Martino a Treviso

La preghiera ecumenica, presieduta dal Vescovo, e promossa dalla comunità di Sant'Egidio, farà memoria di quanti hanno dato la loro vita per il Vangelo, come il giovane Floribert

Una storia breve e piena di fede, che è divenuta un modello di resistenza al male: questa è stata la vita di Floribert Bwana Chui, la cui testimonianza sarà ricordata in occasione della Veglia di preghiera per i cristiani martiri di venerdì 11 aprile (nella chiesa di San Martino a Treviso, alle 20.45), presieduta dal vescovo Michele e promossa dalla Comunità di Sant’Egidio e dall’Ufficio diocesano per l’Ecumenismo, con la collaborazione dell’ufficio Migrantes.
Nato il 13 giugno 1981 a Goma, nella Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire), Floribert cresce in una regione devastata dalla guerra civile e dalla povertà. La sua educazione cristiana e la fede profonda lo spingono a unirsi alla Comunità di Sant’Egidio, impegnandosi in attività di sostegno per i giovani e i poveri, in particolare i ragazzi di strada.
Dopo la laurea in Economia, Floribert riesce a trovare lavoro nell’ufficio della dogana per la verifica della qualità delle merci. Un posto di una certa importanza per una città di frontiera come Goma. Il suo arrivo segna per l’ufficio una profonda svolta, perché si rifiuta di lasciarsi corrompere. Suor Jeanne-Cécile Nyamungu, che aveva raccolto le sue confidenze, racconta: “Avevano cercato di corromperlo perché non distruggesse del cibo avariato. Ma lui aveva rifiutato: in quanto cristiano non poteva accettare di mettere in pericolo la vita di tanta gente. «Il denaro presto sparirà – mi disse -. E invece, quelle persone che dovessero consumare quei prodotti, cosa sarebbe di loro? Vivo per Cristo oppure no? Ecco perché non posso accettare. È meglio morire piuttosto che accettare quei soldi»”. Le pressioni e le minacce sono continuate fino al 7 luglio 2007, il giorno in cui uscendo da un negozio qualcuno lo costringe a salire su un’auto senza targa. E due giorni dopo il suo corpo viene ritrovato in un terreno fuori città, con addosso i segni di atroci torture, che testimoniano il prezzo del suo coraggio. Papa Francesco il 24 novembre scorso ha riconosciuto il martirio di Floribert.
In questo tempo con poca speranza di pace e di liberazione dal male, Floribert è una luce che brilla nell’oscurità e dà speranza. La sua vita e il suo sacrificio risuonano come un invito a resistere al male e a credere nel potere trasformativo del bene nei contesti vicini come in quelli più difficili. Floribert sarà ricordato insieme ai nomi dei tanti discepoli di Gesù sconosciuti o noti, canonizzati o meno, che ancora oggi, in numerosi luoghi del mondo sono perseguitati e privati della libertà religiosa e della vita. Nel secolo scorso e in quello attuale sono numerosissimi i cristiani di ogni confessione che hanno dato la loro vita per il Vangelo: secondo l’Agenzia Fides, 608 solo nel primo quarto di questo secolo.
A Treviso celebreremo la loro memoria nella Veglia dell’11 aprile. Anche quest’anno si uniranno alla preghiera alcuni sacerdoti delle Chiese ortodosse presenti in diocesi, a testimonianza del fatto che “questi martiri, appartenenti alle diverse tradizioni cristiane, sono semi di unità perché esprimono l’ecumenismo del sangue” (“Spes non confundit”, 20)

(Paola Brugnotto – Comunità di Sant’Egidio)


Giornata per il dialogo tra cattolici ed ebrei: per riscoprire ciò che sempre vale e sempre ci unisce

“Mi sento la testa piena e confusa. Ho letto, ascoltato, trascritto testi e appunti di ogni genere sul tema dell’educazione. […] Ho mal di capo e non so da che parte cominciare. Ma ecco un lampo: perché sono qui e scrivo? Perché mi sto interessando di queste cose? Perché mi sta a cuore comunicare qualcosa sul tema dell’educare? Perché Tu, o Signore, mi hai educato, [..] Sei Tu, o mio Dio, il grande educatore, mio e di tutto questo popolo. Sei Tu che ci conduci per mano, anche in questa nuova fase del nostro cammino pastorale. Infatti «Uno solo è il vostro Maestro» (Matteo 23,8)”.
Così, quasi con una confessione autobiografica, cominciava una celeberrima lettera pastorale del card. Martini, quella per il biennio 1987-1989, dal titolo “Dio educa il suo popolo”. Lasciandosi guidare da questa intuizione, l’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della nostra diocesi ha deciso di celebrare quest’anno la 36ª Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei, lo scorso 15 gennaio, nella bellissima cornice dell’ex refettorio domenicano nel Seminario Vescovile.
La nostra fede, infatti, al di là della complessità della grande storia e di quella dei nostri percorsi esistenziali asserisce con forza che Dio non smette mai di educarci, di prendersi cura del suo popolo, costituito dai credenti nel Primo e nel Secondo Testamento, perché «i doni e la chiamata di dio sono irrevocabili» (Rm 11,29). Questo suo agire è segno di amore e fonte di Speranza. Tema caro ai cattolici soprattutto in quest’anno giubilare. La domanda che sorge spontanea e che potrebbe sembrare solo in apparenza banale è come educhi Dio. Egli ha tanti modi per farlo, ma lo “strumento principe” rimane il dialogo che Egli intesse con i credenti grazie alla sua Parola eterna. Si tratta di un “patrimonio” che nella maggior parte è condiviso da cristiani ed ebrei. È perciò naturale per entrambi ritrovarsi alla “scuola della Parola”, seppur – rimanendo nella metafora – occupando banchi diversi, e riscoprirsi così fratelli e figli dell’unico Dio.
Riconoscere che Dio ci parla non è scontato in questo nostro mondo, anche perché ammetterlo pone immediatamente il tema dell’ascolto da parte nostra e di “come” esso possa avvenire, perché la relazione educativa sia feconda. Attraverso l’intreccio inestricabile tra Parola proferita, ascolto e azione educativa, i due relatori della serata, don Angelo Dal Mas, biblista della nostra diocesi e padre spirituale della Comunità Giovanile del Seminario e il prof. Nathan Neumann, appartenente alla Comunità ebraica di Trieste e direttore dell’Istituto comprensivo delle scuole ebraiche della città “Morpurgo Tedeschi”, hanno guidato con competenza i partecipanti. Le registrazioni dei lori interventi e il testo della relazione del prof. Neumann sono disponibili sulla pagina dell’Ufficio ecumenico nel sito diocesano.
La disponibilità all’ascolto è stata favorita dall’esecuzione al violino di alcune composizioni della tradizione ebraica eseguiti dalla maestra Luisa Bassetto, collaboratrice dell’ufficio ecumenico, che hanno scandito i vari momenti della serata. Il Vescovo, nel suo intervento conclusivo, ha ricordato come la celebrazione di una Giornata decisa dal “calendario della Cei”, sia diventata occasione per porre nuovamente l’attenzione su di un elemento costitutivo della nostra fede – l’azione educatrice di Dio – come sapientemente e autorevolmente avevano già riconosciuto i “Padri della Chiesa contemporanea”, cioè coloro che fecero il Concilio Vaticano II, nella Dichiarazione “Nostra Aetate”, di cui ricorre il 60° della promulgazione. (don Luca Pertile)



la Relazione di Nathan Neumann:
Nathan Neuemann – Le Scritture e l’arte di educare – Dialogo tra parola, lingua ed educazione

 


Il programma della Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani

Un Credo che unisce: Veglia diocesana il 21 gennaio a Montebelluna

Le iniziative nell'anno in cui ricorrono i 1700 anni del Concilio di Nicea e del Credo

Anche quest’anno gli appuntamenti ecumenici del mese di gennaio aprono il nuovo anno dove celebrazione del Giubileo e dimensione ecumenica hanno diverse occasioni per intersecarsi, a partire dalla Veglia ecumenica diocesana, che si celebrerà martedì 21 gennaio alle ore 20.45 in Duomo a Montebelluna, dove – ed è una particolarità della nostra diocesi – si ritroveranno a pregare insieme tutte le Chiese presenti sul nostro territorio che lo desiderino e con le quali la nostra diocesi mantiene rapporti ufficiali.
La celebrazione, presieduta dal Vescovo, costituisce il vertice della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio) e quest’anno, seguendo le indicazioni del Sussidio internazionale redatto dalla Comunità di Bose, pone al centro il tema della fede riecheggiando la domanda che Gesù rivolge a Marta di Betania parlando della Resurrezione di quanti credono in lui: “Credi tu questo?” (cfr. Gv 11,26). Alla domanda di Gesù, l’informale gruppo di lavoro ecumenico che ha preparato la veglia ha proposto di rispondere con l’incipit del Credo di Nicea: “Noi lo crediamo”.
Il Credo di Nicea. Il rimando al primo concilio ecumenico dell’era cristiana è giustificato dal fatto che quest’anno ricorrono i 1700 anni dalla sua convocazione, appunto, a Nicea in Turchia nel 325. L’Assemblea conciliare allora elaborò e adottò ufficialmente il primo Simbolo della fede condiviso da tutti i cristiani, ripreso successivamente nel Concilio di Costantinopoli (381) e divenuto il Credo niceno-costantinopolitano, professato in ogni eucarestia e ancor’oggi condiviso dalla quasi totalità delle Chiese. La commemorazione propria dell’evento sarà celebrata il 20 maggio prossimo in cattedrale.
L’intreccio con il Giubileo. Andando oltre le ricorrenze storiche, il colloquio ideale tra la domanda evangelica e la risposta ecclesiale, ha dato forma all’intera Veglia perché costituisce il dialogo fondamentale che attende ciascun uomo che voglia diventare discepolo di Gesù, in ogni tempo e in ogni luogo. L’interpellanza del Signore – che più volte ritorna in forme diverse nei Vangeli – nel dialogo con Marta ha, però, la particolarità di porre al centro della confessione di fede che Lui è la Resurrezione e la vita per tutti i credenti, rivelando così “l’intreccio” con il Giubileo, perché sottolinea chiaramente come sia il Signore Gesù Cristo il fondamento della Speranza che impregna l’anno giubilare.
Il “noi” ecclesiale. A questa fede, però, non si arriva se non attraverso la mediazione ecclesiale, come è ben espresso dal Credo niceno dove si dice al plurale: “Noi crediamo” (e non “io credo” come nel Simbolo niceno-costantinopolitano). La professione del Simbolo niceno costituirà l’apice della celebrazione, proprio a ricordarci che l’intima adesione di ciascuno al Fondamento della Speranza, non si realizza nella sua pienezza se non nella Chiesa voluta dal Signore Gesù, come strumento necessario per un discepolato autentico e pieno.
In un tempo come il nostro segnato quasi irreversibilmente da una privatizzazione della fede, che sembra rendere superflua l’appartenenza ecclesiale, ribadire il legame intrinseco tra l’atto di fede personale e la sua necessaria dimensione ecclesiale è fondamentale soprattutto in un’ottica di evangelizzazione, in particolare se questo è fatto nella preghiera comune, condivisa dai fratelli che, pur non cattolici, condividono la stessa risposta affermativa alla domanda che Gesù rivolge a Marta. La sfida per arrivare a una fede matura e quindi a una Speranza che non delude non riguarda, infatti, solamente i cattolici, impegnati nel Giubileo, ma tutte le Comunità cristiane che vivono questo territorio e questo tempo.
Collaborazione e dialogo. La realizzazione della Veglia a cura dell’Ufficio diocesano per l’ecumenismo è possibile grazie alla collaborazione della parrocchia del Duomo di Montebelluna, della Comunità di S. Egidio e col patrocinio dell’Issr Giovanni Paolo I. I sacerdoti ortodossi e pastori protestanti e i preti cattolici del vicariato di Montebelluna (muniti di alba) sono pregati di presentarsi 20 minuti prima dell’inizio della celebrazione nella sacrestia del Duomo.
Altre veglie ecumeniche saranno celebrate in varie zone della diocesi: giovedì 23 gennaio a Loreggia nella chiesa Ortodossa Romena (in via dell’Artigianato 8) alle 20.30 e venerdì 24 a Castelfranco nella chiesa di san Giacomo sempre alle 20.30, frutti dei buoni rapporti tra le nostre parrocchie o Collaborazioni e le parrocchie ortodosse romene locali.

(don Luca Pertile, direttore ufficio diocesano per l’Ecumenismo)

 

Unità dei cristiani: messaggio per la Settimana di preghiera porta “molte più firme del solito”, testimonianza in tempi sempre più conflittuali

“Che il nostro incontrarci provenendo da strade diverse possa anche essere una testimonianza in tempi sempre più conflittuali”. È l’auspicio che chiude il Messaggio che per la prima volta, tutti insieme, i rappresentanti delle Chiese cristiane in Italia rivolgono alle loro comunità per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che come ogni anno si celebra dal 18 al 25 gennaio. La novità è che quest’anno il tradizionale messaggio porta “molte più firme del solito” e la decisione è stata presa nella seconda “Conversazione spirituale tra Chiese cristiane in Italia”. Oltre, infatti, alle firme “tradizionali” di mons. Derio Olivero, vescovo di Pinerolo e presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo della Cei, del pastore Daniele Garrone, presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, e del metropolita Polycarpos, della Sacra arcidiocesi ortodossa d’Italia, il testo è stato sottoscritto anche dal vescovo anglicano della diocesi in Europa (Chiesa d’Inghilterra), dai responsabili della Chiesa armena, della Chiesa copta di Roma e di Milano, dell’Esercito della Salvezza, dalla moderatora della Tavola valdese e dall’amministrazione delle parrocchie della Chiesa ortodossa russa (Patriarcato di Mosca) in Italia. Ci sono anche le firme del Decano della Chiesa evangelica luterana in Italia, del presidente dell’Unione Cristiana evangelica battista d’Italia, del Coordinatore della Comunione delle Chiese libere, del vescovo della diocesi ortodossa romena, del presidente dell’Opera per le Chiese evangeliche metodiste in Italia, del rappresentante della Chiesa serbo ortodossa e del vescovo Chiesa evangelica della Riconciliazione.

A Napoli – si legge nel messaggio –, il 21 gennaio, tutte le Chiese firmatarie si uniranno in un incontro ecumenico nazionale che, nel 2026, avrà la forma di un Simposio nazionale. I rappresentanti delle Chiese cristiane ricordano inoltre che quest’anno ricorre l’anniversario della formulazione del Credo di Nicea (325). “Questo ci ricorda che a monte delle nostre storie, diverse e spesso divise, delle nostre diverse prospettive, c’è la stessa vocazione da parte dell’unico Signore Gesù Cristo, che tutti chiama all’obbedienza della fede. La comunione che viviamo, il dialogo che promuoviamo e l’unità che cerchiamo non sono dunque basate sui nostri buoni propositi, ma sulla comune chiamata a ricevere e testimoniare l’amore di Dio in Cristo”.

Leggi il Messaggio integrale

“Potrei descrivere questo messaggio con uno slogan: un segno per un sogno”. Così in un videomessaggio diffuso oggi, 13 gennaio, dalla Cei, mons. Derio Olivero, vescovo di Pinerolo e presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo, presenta il messaggio che tutti gli anni per tradizione i leader delle Chiese cristiane rivolgono alla vigilia della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio).

Quest’anno, però, oltre alla Cei, alla Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e alla Sacra arcidiocesi ortodossa d’Italia, il testo porta le firme dei responsabili di altre 14 Chiese cristiane che sono in Italia. “Qual è il segno?”, chiede nel videomessaggio il vescovo di Pinerolo: “Il segno è che a differenza degli altri anni, il messaggio di quest’anno porta in calce tantissime firme. Sono le firme di tutti i leader delle chiese che sono in Italia e dei vari responsabili”. “È un segno che ci dice che questo messaggio è stato costruito, scritto insieme ed è stato firmato da tutte le chiese. E questo è un segno per un sogno. Il sogno è l’unità nella diversità, un cammino comune, un cammino di fraternità. Credo di questo ci sia un urgente bisogno in questa nostra società: riuscire a testimoniare il cristianesimo in una società, l’Occidente, dove non è più così scontato e semplice dire il cristianesimo. Sicuramente un modo fondamentale è quello di dirlo insieme, in modi diversi”. “È sicuramente una bella chance per il futuro del cristianesimo” ma anche un “aiuto alla pace e alla coesione sociale”. “Ne abbiamo un immenso bisogno”, dice mons. Olivero, perché “è solo camminando insieme che possiamo essere operatori di pace in questo nostro contesto”. L’appuntamento – annuncia il presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo della Cei – è per martedì 21 gennaio a Napoli, dove tutti i responsabili delle Chiese che sono in Italia si riuniranno per una veglia di preghiera ecumenica nazionale.

 

 


Veglia ecumenica diocesana a Fontane il 24 gennaio: in preghiera per l’unità dei cristiani

I giorni che stiamo vivendo fanno parte della settimana tradizionalmente dedicata alla celebrazione di preghiere per l’unità dei cristiani. Questo tempo speciale, che va dal 18 al 25 gennaio, fu proposto nel 1908 da padre Paul Wattson, in quanto compreso tra la festa della cattedra di san Pietro e quella della conversione di san Paolo, e assume un forte significato simbolico legato a queste due celebrazioni. Dal 1975 la preghiera per l’unità si basa su un testo preparato da un gruppo ecumenico locale, la cui scelta è legata al tema biblico proposto dalla commissione Fede e Costituzione del Consiglio ecumenico delle Chiese e dal Dicastero per la Promozione dell’unità dei cristiani.
Il tema scelto per quest’anno è “Ama il Signore Dio tuo… e ama il prossimo tuo come te stesso” (Lc 10, 27) e il sussidio per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2024 è stato preparato da un Gruppo ecumenico locale del Burkina Faso, coordinato dalla Comunità locale di Chemin Neuf. Il Burkina Faso sta vivendo una grave crisi che mina la sicurezza personale e sociale e che coinvolge tutte le comunità di fede. Le chiese cristiane, in particolare, sono state oggetto di attacchi armati da parte di gruppi estremisti: sacerdoti, pastori e catechisti sono stati uccisi. In questa situazione particolarmente delicata, sta però crescendo una certa solidarietà tra le religioni cristiana, musulmana e tradizionali, i cui leader si stanno impegnando per trovare soluzioni durature a favore della pace, della coesione sociale e della riconciliazione. La domanda che il dottore della Legge, nel brano evangelico scelto per la Settimana, pone a Gesù (“Ma chi è il mio prossimo?”) e l’invito a lavorare insieme per la redazione dei testi per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani sfidano le diverse chiese del Burkina Faso a camminare, pregare e lavorare insieme nell’amore reciproco durante questo periodo difficile per il Paese. L’amore di Cristo che unisce tutti i cristiani è più forte delle divisioni e i cristiani del Burkina Faso si impegnano a percorrere la via dell’amore per Dio e per il prossimo.
In questi mesi, in diocesi, ha lavorato una commissione straordinaria locale, composta da alcuni sacerdoti delle parrocchie ortodosse, moldave e rumene presenti in diocesi, i pastori della chiesa battista Agape di Fontane di Villorba e dai membri dell’ufficio per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso della nostra diocesi, con la collaborazione dell’Azione cattolica e della Comunità di Sant’Egidio. L’obiettivo era preparare la veglia diocesana per l’unità dei cristiani che si svolgerà mercoledì 24 gennaio. Anche grazie al notevole supporto della Collaborazione pastorale di Villorba, la veglia, presieduta dal Vescovo Tomasi, avrà uno svolgimento itinerante, partendo con un primo tempo di preghiera nella chiesa battista Agape di Fontane di Villorba (Largo Molino 36), per poi procedere, processionalmente, verso la chiesa parrocchiale di Fontane dove, dopo un secondo tempo di preghiera, troverà la sua conclusione con un momento di agape fraterno.

Oltre al momento diocesano, ci saranno anche le veglie locali: il 22 gennaio nella chiesa di San Giacomo (20.45) per la Collaborazione pastorale di Castelfranco Veneto e nella cripta del duomo di Montebelluna (20.45) per il vicariato di Montebelluna, il 23 nella chiesa di S. Michele arcangelo a Mirano (20.30), per il vicariato di Mirano e il 25 nella chiesa di Massanzago (20.30) per il vicariato di Camposampiero.

(Stefano Vescovi – da “La Vita del popolo” del 21 gennaio 2024)