A discapito dell’importanza simbolico-reale per la vita della Chiesa tutta, il calcolo della data della Pasqua, per addivenire ad una celebrazione nel medesimo giorno, è una vicenda che tormenta la Comunità cristiana fin dalle sue origini, fatta di ampi e anche virulenti contrasti, separazioni, ma anche di compromessi e di riconciliazioni bellissime, che possono ispirare anche l’odierna ricerca di una data comune a tutte le Chiese.
La questione si pone fin dal II sec. con lo scontro tra due grandi tradizioni entrambe capaci di rivendicare per sé un’origine apostolico-scritturistica: quella quartodecimana seguita dalle Chiese dell’Asia Minore, della Siria e della Mesopotamia e quella domenicale. I quartodecimani celebravano Pasqua in concomitanza con l’inizio della Pasqua ebraica (che durava otto giorni) il 14 di Nisan, Primo giorno degli Azzimi, in qualunque giorno della settimana cadesse. Infatti – secondo le indicazioni desumibili dal Vangelo di Giovanni, Gesù – che avrebbe celebrato l’Ultima Cena «prima della festa di Pasqua» (Gv 13,1) – sarebbe morto nell’ora in cui s’immolavano gli agnelli nel Tempio cioè al tramonto del 14 di Nisan; infatti la mattina di quello stesso giorno i suoi accusatori «non vollero entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare [alla sera] la Pasqua» (Gv 18,28).L’accento celebrativo cadeva così sul tema della morte, del sacrificio con una forte connotazione cristologica. A sostegno di questa interpretazione vi è il fatto che essi credevano che il significato della parola Pasqua provenisse dal greco paschein = patire. La tradizione domenicale, invece si rifaceva ad altre fonti, come si vedrà in seguito.



