La tradizione domenicale, a cui erano invece fedeli i patriarcati di Roma e di Alessandria d’Egitto, seguendo le indicazioni dei sinottici, celebravano la Pasqua la domenica successiva al 14 di Nisan, perché la tomba vuota viene trovata il giorno dopo il sabato (cfr. Mc 16,2; Lc 24,1; Gv 20,1), l’Ultima Cena è fissata il «primo giorno degli Azzimi» (Mt 26,17; Cf. Mc 14,12; Lc 22,7) cioè la sera del 14 di Nisan (che il 30 a.C. era un venerdì) e la morte di Gesù il 15 di Nisan.
La sottolineatura viene così a cadere più sulla resurrezione che sull’immolazione dell’Agnello-Gesù. Essi, inoltre, intendono la derivazione del termine Pasqua dall’ebraico pesach, cioè passaggio. L’accento della celebrazione è così più di tipo antropologico: il passaggio dalla morte alla vita nuova di Cristo, con quanto questo implica dal punto di vista morale.
La celebrazione domenicale segnava anche un netto distacco rispetto alla religione giudaica.
Il diverso computo faceva sì che i Domenicali celebrassero Pasqua sempre dopo i Quartodecimani, che quindi finivano il digiuno quaresimale prima degli altri. Si creava quindi, specie nelle metropoli, tensioni tra Comunità che calcolavano in modo diverso la Pasqua, creando disagio, confusione e controtestimonianza. Inoltre, l’origine apostolica di entrambe le tradizioni e la loro genesi parallela impediva l’affermarsi di una sull’altra.



