Ai nostri occhi di cristiani occidentali e post-moderni abituati a pensare Stato e Chiesa come due entità “separate”, che devono restare autonome, pur collaborando in alcuni settori della vita civile e religiosa, lascia perplessi sapere che a giocare un ruolo decisivo per la convocazione del Concilio di Nicea e la sua conduzione sia stato l’imperatore Costantino, allora nemmeno battezzato. È vero che si tratta dello stesso Costantino che aveva concesso pochi anni prima (Editto di Milano del 313) la libertà di culto ai cristiani, ma come in quel caso, anche a Nicea le motivazioni che lo spingevano ad agire non erano principalmente di tipo religioso. Egli infatti sapeva bene che l’unità politica dell’Impero, veniva corroborata o indebolita dall’unità nella professione della stessa fede (per cui bisognava “sconfiggere” l’eresia ariana) e dall’uniformità celebrativa (da qui l’importanza di fissare una data comune festeggiare la Pasqua). Quale fu “l’intelligenza” di Costantino che non trasformò il suo ruolo al Concilio di Nicea in un’ingerenza? La comprensione che l’unità della Chiesa e l’ortodossia della fede non dovessero essere protette o imposte “dall’esterno” attraverso un’azione politica, ma “dall’interno” attraverso il confronto religioso. In questo senso il concilio ecumenico, come da lui pensato, cioè un concilio che interessasse l’intera Chiesa, era sia uno strumento conforme alla natura stessa della Chiesa, sia il luogo adatto per l’esercizio di un’autentica collegialità episcopale (a Nicea, infatti, discussero e presero le decisioni, circa 318 vescovi, in quanto “successori” degli apostoli nelle loro Chiese locali) che risolvesse questioni religiose, che inevitabilmente avrebbero avuto anche delle conseguenze politiche, quelle che stavano particolarmente a cuore all’Imperatore. S’intuisce così come la Chiesa non “alleggia” sulla storia, ma il legame tra le due sia profondo e riguardi da sua natura.



