La situazione di disagio e tensione generata dal mancato accorda tra Quartodemani e Domenicali, non sfuggì all’imperatore Costantino, che desiderando l’uniformità e la pace nell’Impero, mise all’ordine del giorno del Concilio di Nicea (325) non solo la questione ariana, ma anche quella del calcolo della data di Pasqua. Nel dibattito prevalse la tradizione domenicale e venne stabilito che la Pasqua doveva essere celebrata la domenica seguente il primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera fissato per il 21 marzo. Tuttavia, i problemi non erano terminati non solamente perché la decisione conciliare ci mise più di un secolo ad essere recepita, ma anche perché la “formula nicena” prevedeva di “sincronizzare” il calendario lunare con il calendario giuliano allora in uso nell’Impero, che era un calendario solare. Infatti, se il giorno del solstizio è fisso (21 marzo) non è facile prevedere in anticipo in quale fase la Luna si trovi all’equinozio e così calcolare dopo quanto tempo e in quale giorno della settimana ci sia il plenilunio e quindi nella domenica successiva la Pasqua. Per sapere in anticipo la data della Pasqua vennero compilate prima da Cirillo vescovo di Alessandria, poi dal monaco Dionigi il piccolo, tabelle pluridecennali, che riuscivano a prevedere la data della Pasqua ricorrendo alla sapienza ateniese che aveva scoperto che 19 anni solari corrispondono quasi esattamente a 235 mesi lunari (di 29 giorni ca.) e raccordando così il calendario solare a quello lunare.



