V domenica di Pasqua – 18.05.2025

Perché è importante ricordare il Concilio di Nicea (4)

Il principio secondo cui “le questioni di fede” devono essere trattate con “modalità religiose”, ha portato il Concilio a “inventare” il Simbolo della fede della Chiesa universale, come strumento per custodire la verità (l’ortodossia) della fede contro le eresie. Il Credo di Nicea – con gli “aggiustamenti” dei Concili successivi – è diventato così la “carta d’identità teologica” del cristiano, che racchiude gli elementi essenziali della nostra fede a cominciare dall’affermazione della consustanzialità del Figlio con il Padre. Da qui la sua perenne validità. Sia per quanto concerne l’unità della Chiesa: possono infatti dirsi cristiani tutti coloro che si riconoscono nel Simbolo, purché il modo con cui celebrano e vivono la loro fede – legittimamente diverso per ciascuna Confessione – non smentisca nella pratica quanto affermato a Nicea. Sia per quanto riguarda la sua funzione di custodia della fede. Attualmente benché non esistano più eresie come le si intendeva e le si combatteva nei tempi antichi, tuttavia si fatica a credere che Gesù non sia solo “un grande” della storia, in ragione dei suoi insegnamenti, della sua coerenza di vita, della sua dedizione al prossimo, ma che sia realmente il Figlio di Dio, Dio come il Padre («unigenito Figlio di Dio…. Dio da Dio… Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre», come ripetiamo ogni domenica). La consustanzialità di Gesù col Padre rischia, per varie ragioni, di essere silenziosamente una verità non più così solida neanche all’interno della Chiesa. Dimenticandosi che al di là di tutte le questioni di “attualità”, oggetto di discussione, se «Togli la resurrezione, distruggi all’istante il cristianesimo» (L. Scheffcyk). Ma questo accade proprio se non si considera più Gesù come il Figlio di Dio e la Pasqua come l’evento centrale della nostra fede.