L’interprete

Nella sua coraggiosa opera prima, Annette Hess affronta, da una prospettiva inedita, questa ferita tra le più dolorose della Storia europea. “L’interprete” parla dell’orrore dei campi di sterminio nazisti visto a posteriori, con gli occhi ignari di una ragazza tedesca. Nel 1963 Eva, giovane traduttrice dal polacco, viene chiamata come interprete al processo di Francoforte contro 20 imputati per i crimini di Auschwitz. All’oscuro di quello che accadde, accetta l’incarico e si mette in gioco contro il parere dei familiari e del fidanzato, entrando sempre più a fondo nei fatti, fino a quel momento nascosti e negati. Questa scelta coraggiosa sconvolgerà irrimediabilmente le sue sicurezze e i suoi progetti futuri. “L’interprete” è un libro ben costruito nell’impianto narrativo, adatto a lettori dai 16 anni in poi. C’è la storia principale della protagonista, ma si intersecano anche altri vissuti e si dà voce ai differenti punti di vista di molti personaggi. Prima di tutto i figli della generazione del Terzo Reich, che scoprono gli orrori della guerra e vivono un conflitto interiore profondissimo, che quasi scardina la loro identità. Ma ci sono anche altri giovani che scoprono la verità e non ne vogliono parlare. C’è la voce degli adulti, che la guerra l’hanno vista, ma che ostinatamente tacciono e mentono; i nazisti e le mogli, minimamente pentiti, sprezzanti; le voci coraggiose degli ebrei sopravvissuti che si vedono morire un’altra volta di fronte agli aguzzini che negano i fatti. I giudici e gli avvocati, con le loro storie personali che pesano e la fatica ad ascoltare tutti con imparzialità. Un grande affresco, drammatico e tragico, che ha l’ulteriore merito di essere stato costruito su fonti oggettive perché i dialoghi e i passaggi degli interrogatori si basano sugli atti del processo di Auschwitz. Tutto il libro è frutto di un lungo e paziente lavoro di ricerca che l’autrice ha deciso di fare molto tempo prima. Quando la scrittrice aveva 10 anni apprese dei crimini nazisti grazie a un film. Era la prima volta che ne sentiva parlare anche perché a casa il passato era tabù e a scuola non si toccava l’argomento. Annette fu turbata da quei silenzi e il romanzo nasce proprio dal desiderio di lenire, in qualche modo, una ferita. Anche la scelta di dare alla protagonista il coraggio di conoscere che cosa accadde, anche se questo la espone al male e al dolore, è stata fatta proprio per ribadire il valore della democrazia che significa innanzitutto poter chiedere, potersi documentare, ma nella Germania degli anni Sessanta fare domande sui campi di sterminio era impossibile.