La formazione permanente dei sacerdoti al centro del Consiglio presbiterale diocesano

Un incontro del Consiglio presbiterale diocesano dedicato alla formazione permanente del clero, quello di lunedì 15 aprile. Ospiti della parrocchia di Quinto, i membri, insieme al Vescovo, hanno riflettuto sull’impostazione e sui caposaldi che hanno ispirato la prassi formativa dei sacerdoti diocesani negli ultimi quindici anni. L’obiettivo era consegnare al Vescovo e alla “Commissione diocesana per la formazione permanente” delle coordinate utili a effettuare scelte operative, tra valutazioni sulla consuetudine e suggerimenti per il prossimo futuro.
Radicalità della sequela. Un’importante cornice ai lavori del Consiglio era stata offerta dal vescovo Michele nella lectio durante l’Ora media, vissuta insieme nella chiesa parrocchiale. A partire dal brano evangelico del ricco che chiede a Gesù che cosa fare per avere la vita eterna (Mc 10,17-31), il Vescovo ha parlato della radicalità della sequela evangelica nella vocazione presbiterale e delle esigenze che pone, delle fatiche che prima o poi si presentano, delle vicende del servizio e del ministero che a volte non sembrano capaci di riempire di senso l’esistenza, con il rischio dello scoraggiamento. “Ma ciò che è impossibile a noi da soli – ha sottolineato mons. Tomasi – con la sola nostra forza di volontà, con la pianificazione pastorale e con metodi che si affidano alle sole nostre forze, non lo è al Padre, l’unico che genera la vita, l’unico che dona il centuplo promesso a chiunque abbia lasciato tutto”. Assieme all’unica paternità di Dio, allora, si riceve in dono “una rinnovata rete di relazioni umane, con il mondo e con il creato, che vivono della sovrabbondanza della gratuità dell’amore del Padre. Il centuplo, in fondo, è la vita nuova quando Gesù è tutto per la nostra vita”. La formazione permanente, allora, è una continua e sempre nuova “conformazione a Cristo”, cammino di ciascun presbitero e “di noi tutti insieme”.
Il moderatore della seduta, don Giulio Zanotto, ha ricordato la varietà delle proposte, consolidate negli anni: dai ritiri comuni di inizio anno a quelli per vicariati, dalle Settimane residenziali alla Tre giorni del Cavallino, e poi le mattinate di aggiornamento teologico – pastorale del giovedì, la Tre giorni per i coordinatori delle Collaborazioni e la Giornata di fraternità, senza dimenticare gli incontri per i preti anziani. Una formazione del prete “pensato” non solo per la parrocchia, ma anche per la Collaborazione pastorale, nello spirito della corresponsabilità con gli altri preti e con i laici, con l’obiettivo non solo di rispondere alle necessità di oggi, ma anche di pensare all’evoluzione del presbiterio nei prossimi 20 anni.
Don Samuele Facci e don Luca Pizzato, delegato ed ex delegato per la Formazione, hanno presentato il percorso di questi anni, in una relazione condivisa con don Donato Pavone, attuale vicario per il clero e delegato per la Formazione dal 2009 al 2015.
Dono e compito. Un processo dinamico, la formazione, riconosciuta contemporaneamente come dono e come compito (della Chiesa e personale di ciascun presbitero). Una formazione presentata più come cantiere e laboratorio, che come magazzino da “riempire”. Ecco l’importanza della creatività delle proposte, per risvegliare domande e suscitare nuovi interessi, il valore di una formazione percepita come “utile” alla vita, che motiva a partecipare, a mettersi in gioco e a maturare nel percorso; una proposta diocesana non “esaustiva”, che contempla anche offerte promosse da altri soggetti, e non solo in ambito ecclesiale, nella libertà di percorsi personali da coltivare con originalità. Fondamentale, in tutto questo, il coinvolgimento attivo dei presbiteri, “soggetti di formazione”, nel corso delle esperienze, ma anche nella fase di programmazione e verifica, cosa che può contribuire alla mutua formazione, nella comunione presbiterale. Una formazione, è stato più volte sottolineato, che non può che essere integrale, coinvolgendo tutte le dimensioni della persona e della vita del prete: “Le quattro dimensioni fondamentali di cui parlano i documenti – umana, spirituale, intellettuale e pastorale – vanno poste tra loro in una relazione di circolarità virtuosa, mai l’una senza l’altra”, con un accento posto sulla dimensione culturale, di cui tenere maggiormente conto, per maturare nella capacità di interpretare la realtà contemporanea, guardando ai diversi ambiti della vita civile, politica e sociale. Gli interventi hanno messo in luce la centralità del piano spirituale e del riferimento alla Sacra Scrittura, attraverso cui passano la conoscenza e l’amore per il Signore, l’ascolto e condivisione della Parola, ma anche la condivisione tra preti della propria esperienza di fede, senza dimenticare il patrimonio di presenze e testimonianze di figure sacerdotali che hanno arricchito il presbiterio diocesano.
Tradizione buona, da arricchire. Molti gli spunti emersi dai gruppi di lavoro, che hanno confermato la bontà della tradizione formativa, ma hanno messo in luce anche la necessità di ampliarla, mettendo l’accento su alcune dimensioni che stiamo vivendo come Chiesa – sinodalità, Chiesa in uscita, ministerialità, diaconato, Collaborazioni pastorali -, e poi formazione alle relazioni, il confronto con categorie e linguaggi nuovi e la possibilità di vivere alcune occasioni formative insieme ai laici.
L’ultimo appuntamento, prima dell’estate, sarà nuovamente insieme al Consiglio pastorale diocesano, il prossimo 27 maggio, con al centro il tema del Cammino sinodale.

(Alessandra Cecchin – articolo in uscita nella Vita del popolo del 21 aprile 2024)