“La santità è riconoscersi senza riserve figli amati di Dio, fratelli e sorelle”: le celebrazioni del 1° novembre presiedute dal Vescovo

I santi non sono “eroi freddi e determinati, distanti dalla nostra esperienza”, ma sono “gli affamati e assetati di giustizia, pronti all’unica sazietà promessa a chi si prende cura della fame, della sete, del bisogno dei fratelli più piccoli e poveri, anche a quella sazietà che in questo nostro tempo sembra la più lontana ed utopica. Aspirare alla giustizia ed essere operatori di pace proprio oggi sembra, infatti, quasi follia, ed è invece, l’unica ragionevolezza, l’unica sapienza possibile e aperta ad un futuro per l’umanità”: così il vescovo, Michele Tomasi, nell’omelia della messa di Tutti i santi presieduta questa mattina, 1° novembre, in cattedrale.

Una liturgia che ha proposto il Discorso della montagna, cuore di tutto il Vangelo, con le beatitudini che ci presentano “la condizione paradossale di chi segue il Signore, ne accetta il potere disarmato e mite, e riconosce di non volere – di non potere – affidarsi alla ricchezza e al potere per dare un vero senso e stabilità duratura alla vita – ha sottolineato mons. Tomasi -. Ed è la condizione di chi desidera davvero fidarsi di Dio, perché sente che Lui ha parole di vita eterna, e che con Lui la vita può superare le contrapposizioni sterili, gli odi inconcludenti, le parole false ma pericolose del disprezzo degli altri che sono invece sempre fratelli e sorelle, creati e amati dal Padre”.

“I santi sono al cospetto di Dio, i santi vedono Dio. I santi sono i puri cuore, perché soltanto un cuore puro è in grado di vedere Dio. Dio là dove Egli è presente, dove opera, dove si fa carico dei pesi e delle speranze delle persone. Un cuore puro è un cuore che ama, che non nasconde secondi fini, che è riempito dalla bellezza dell’amore: solo un cuore pulito e trasparente può attraversare illeso il buio della notte, e compatire senza disperare, donare senza voler possedere nulla e nessuno”

I santi sono “nostri amici veri, perché veri amici di Dio – ha ricordato il Vescovo – uomini e donne che hanno chiesto con insistenza e costanza la venuta del Regno di Dio, e che hanno amato la volontà del Padre perché in Gesù hanno visto, riconosciuto e sperimentato la realtà profonda di quel Regno, l’amore autentico per loro, l’amore vero per noi. Essi hanno esclamato con lo stesso stupore dell’apostolo Giovanni: “quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!”. Riconoscersi fino in fondo, senza riserve, in ogni istante della vita figli amati di Dio, fratelli e sorelle: ecco la santità”.

Nel pomeriggio, mons. Tomasi ha presieduto la liturgia della Parola nel cimitero maggiore di Treviso, con la benedizione delle tombe, presenti i parroci della città e numerosi fedeli.

“Di fronte al mistero – qualcuno dice all’enigma – della morte e della sofferenza, noi balbettiamo” ha sottolineato il Vescovo, perché fatichiamo a trovare sia le parole che un silenzio non impotente, quando dobbiamo affrontare il tema della sofferenza con chi soffre o della morte con chi sta piangendo la scomparsa di una persona cara. Il brano evangelico di Maria di Magdala che, andando al sepolcro non trova il corpo di Gesù, mette in luce ciò che poi le permette di riconoscerlo in colui che pensava essere il custode: “sentirsi chiamare per nome con amore, è la relazione d’amore, il legame di nuovo vivo che le permette di riconoscere Gesù vivo e di entrare nella consapevolezza della risurrezione. “Per lei la risurrezione non è fede, ma esperienza di un fatto vero, che poi annuncerà ai fratelli e anche per loro diventerà l’esperienza di un fatto vero”.

“Fratelli e sorelle, chiediamo la grazia di fare esperienza di Gesù risorto e vivo – l’invito di mons. Tomasi -. Noi crediamo all’annuncio di Maria Maddalena agli apostoli e degli apostoli alla Chiesa: noi ci crediamo, ma chiediamo la grazia di questo incontro vivo, nell’amore, perché è l’amore che illumina la risurrezione, è l’amore che illumina la speranza, è l’amore che rende eterna la vita. Per questo le Scritture ci dicono che Dio è amore. E allora chiediamo, se dobbiamo ancora continuare a balbettare, almeno di balbettare tra di noi le parole dell’amore, i gesti dell’amore, i silenzi dell’amore, e solo di questo, non dell’odio, dell’indifferenza, neanche della disperazione, perché da questo balbettio nasce una consolazione, una certezza nuova, una forza, il sorriso, nasce la lode, nasce la forza della vita, che anche di fronte alla sofferenza, manda angeli che la leniscono, che la curano, una forza che di fronte alla morte non ci dice di non piangere, ma di piangere nell’attesa che la vita torni alle sue relazioni, che la vita ci dia questo dono grande, di sentirci ancora legati ai nostri cari, che sono dei viventi. Balbettiamolo con il Signore risorto, presente e vivo in mezzo a noi. E facciamolo, allora, con la lacrima, col sorriso, col ricordo, con la preghiera; facciamolo ogni giorno della nostra vita, con la nostra intera esistenza”.

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