Il rito del battesimo di un bambino inizia con un dialogo tra il ministro e la famiglia. È nel segno del dialogo e della relazione che si inaugura la celebrazione. È forse nel segno del dialogo e della relazione che la liturgia ci propone di pensare al rapporto tra la famiglia, il bambino e tutta la comunità cristiana, significata in maniera particolare dal ministro. Ma qual è il “contenuto” di questo dialogo? Proviamo a entrarci.Non si tratta certo di un interrogatorio sulla dignità dei genitori o sulla “competenza teologica” degli stessi! Dopo aver posto la domanda sul nome dato al piccolo, la liturgia fa un’operazione interessante: chiede di esplicitare la “res”, la cosa… per la quale essi si presentano alla Chiesa: essi sono qui perché il bambino riceva il Battesimo. Quindi, il ministro si rivolge prima ai genitori e, poi, ai padrini con queste parole: “Cari genitori, chiedendo il Battesimo per i vostri figli, voi vi impegnate a educarli nella fede, perché, nell’osservanza dei comandamenti, imparino ad amare Dio e il prossimo, come Cristo ci ha insegnato. Siete consapevoli di questa responsabilità?”. E prosegue: “E voi, padrini e madrine, siete disposti ad aiutare i genitori in questo compito così importante?”. Il contenuto del dialogo porta quindi sull’esplicitazione del motivo per il quale si presentano alla Chiesa e sulla loro disponibilità ad alimentare la Grazia battesimale che coinvolge il figlio.
Ora, in un contesto comunitario a tratti idealizzato o comunque legato, a volte, a un nostalgico passato che sa di “regime di cristianità”, alcuni trovano in questo dialogo l’occasione per “sollevarsi” contro i genitori, riconoscendo che né essi, né tanto meno i padrini e le madrine, sono più in grado di assicurare l’impegno di educare alla fede. Certamente i genitori e i padrini faticano oggi ad assicurare questo compito, per negligenza personale, ma forse, anche, perché la comunità cristiana non sempre ha saputo sostenerli nel loro compito di educatori nella fede. Poco più avanti il rito “convoca”, infatti, la comunità nel suo impegno di testimonianza quando, al momento della consegna della veste bianca, rinvia alle “parole e all’esempio dei vostri cari” e nella consegna del cero acceso dice: “A voi, genitori, e a voi, padrini e madrine, è affidato questo segno pasquale, fiamma che sempre dovete alimentare. Abbiate cura che i vostri bambini, illuminati da Cristo, vivano sempre come figli della luce; e perseverando nella fede, vadano incontro al Signore che viene, con tutti i santi, nel regno dei cieli”. I “cari” dei bambini sono certamente i famigliari, ma ciascun cristiano è “caro” di quel bambino. Inoltre, l’espressione “tutti i santi”, con i quali il bambino è invitato ad andare incontro al Signore, non può non far pensare alla comunità dei battezzati.
È proprio per “abitare” questa responsabilità comunitaria nella trasmissione della fede cristiana che nasce la proposta del “Laboratorio di pastorale 0-6 anni”. In tre sabati mattina (21 febbraio, 7 e 21 marzo, in Casa Toniolo, dalle 9.30 alle 11.30) le nostre comunità cristiane sono invitate a un riflessione condivisa per prendere consapevolezza dell’importanza del contributo di tutti, nella comunità, affinché la Grazia del Battesimo possa essere alimentata e la relazione col Signore possa crescere. Catechisti battesimali, catechisti dell’iniziazione cristiana, animatori di pastorale famigliare, insegnanti di religione e insegnanti delle scuole dell’infanzia, parroci, membri dei Consigli pastorali, operatori nella liturgia sono invitati a mettere la testa e il cuore su questo segmento pastorale così promettente, ma spesso così “disabitato”. È un’occasione preziosa: una Chiesa che si prende cura della trasmissione della fede può così ritrovare il cuore della missione, il proprio cuore. (don Marco Piovesan)
Laboratorio di pastorale 0-6 anni: tre incontri per comunità che si mettono in gioco





