Messa in cattedrale presieduta dal Vescovo

Le tre “finestre” del beato Enrico sul mondo: preghiera, penitenza, condivisione

Il beato Enrico può essere per noi, oggi, maestro e compagno di viaggio nel cercare “finestre aperte” sul mondo, così come lo vede lo sguardo di Dio. E quelle finestre sono soprattutto la preghiera, la penitenza e la condivisione. E’ quello che ha augurato il vescovo Michele nell’omelia della messa per la festa del beato Enrico da Bolzano, che si è celebrata venerdì sera, 10 giugno, in cattedrale. La messa è stata preceduta dalla supplica al tempietto del beato in via Canova.

“Che cosa ha spinto questo bracciante – forse un falegname, forse un boscaiolo – a vivere nell’ultima parte della sua vita come un penitente, un mendicante, uomo di sacrifici cercati, uomo di preghiera?” si è chiesto il Vescovo, ricordando la figura del beato che è vissuto a Treviso, ha pregato nelle nostre chiese, ha percorso le nostre strade, condividendo con quelli più poveri di lui quello che riceveva in elemosina. “Sicuramente aveva scoperto qualcosa, sicuramente aveva un motivo per vivere così, un motivo vero che dava senso e significato alla sua vita”.

Sicuramente al beato Enrico, grazie alla preghiera, alla contemplazione, si aprivano delle “finestre sull’eterno”, non su un mondo “altro”, però, – ha ricordato il Vescovo -, ma su “questo nostro mondo ormai visitato e abitato da Dio, dal Verbo eterno, da Gesù Cristo”.

“Perché allora, oggi, in Treviso riesco a vedere solamente Treviso e non una parte di quel «pianeta terra» su cui ha camminato, vissuto, incontrato, insegnato e ascoltato, mangiato e amato Gesù il Cristo, il Figlio di Dio?”, la domanda di mons. Tomasi. “Riesco a cogliere questa nostra città, questa nostra terra come il luogo delle relazioni in cui sempre è presente il Signore risorto e asceso al cielo, presente quindi con tutta la sua umanità e la sua divinità, apparentemente lontano ma vicino a noi, come nessun’altro è in grado di essere? Dove sono le «finestre sull’eterno» alle quali affacciarmi camminando per queste strade, vivendo qui, come voi tutti, come il beato Enrico? Che cosa vedeva lui che io non riesco a vedere? In che cosa credeva lui, in cui io non riesco ancora a credere? Forse vedeva il Figlio? E nel Figlio dunque incontrava il Padre? Forse davvero il Figlio ha voluto rivelargli il Padre? Forse l’amore di Dio Padre – il creatore, l’amore originale ed originante – ha permesso ad Erico di vedere, di cogliere con sicurezza i tratti del volto bellissimo di Gesù nelle tracce reali ed evidenti che ha disseminato nell’esistenza. E lo ha incontrato qui, a Treviso”.

Un volto che si è rivelato a lui, piccolo, povero, ed è stato invece nascosto «ai sapienti e ai dotti», un volto la cui potenza Enrico non ha “addomesticato”.

“Ce lo ha insegnato anche papa Francesco – in quel discorso di Firenze del 2015 con cui voleva chiamarci a conversione, come singoli e come Chiesa, e che solo ora, timidamente, e solo perché il Papa ha tanto, tanto insistito, ora stiamo iniziando a concretizzare, nel cammino sinodale della Chiesa di Treviso prima e ora in quello che ci accomuna tutti in Italia: “è la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche quella frammentata per le fatiche della vita, o segnata dal peccato. Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo”. Erico non ha addomesticato la potenza del volto di Cristo, ha accettato che la Parola del Vangelo fosse un giogo – il giogo è pesante, ti blocca, ti costringe ad andare là dove vuole chi te lo ha imposto… Questo peso erano per lui le sue penitenze, e chissà quale peso nel cuore. Ma era amabile, condivideva, trovava amicizie e parlava con angeli e santi, e veniva onorato come santo e pregato per un’intercessione: per lui quel giogo è diventato “dolce, e il peso leggero”. Ecco l’incontro del nostro beato con Cristo, unica vera Sapienza, ecco quanto Egli rivela ai «piccoli» che soli possono comprendere, proprio perché non hanno alcun’altra sapienza, o conoscenza, o potenza cui affidarsi, e non si illudono, come altri, di poter fare da soli”.

Ecco, allora, l’invito del Vescovo a “cercare insieme alcune «finestre» aperte sul mondo così come è nello sguardo di Dio, piuttosto che nel nostro di uomini e donne frettolosi, dolenti e smarriti in questo nostro tempo che sembra ormai chiuso a novità vere. Con il beato Enrico ne scopro tre: preghiera, penitenza, condivisione”.

“Preghiera. La preghiera è l’occasione dell’incontro con Dio, il momento di ascoltarlo, di parlare con Lui, di contemplarlo, di lasciarsi scrutare dal suo sguardo forte e tenero, profondo di amore. È anche invocazione, supplica, che ci continua a ricordare che in tutto dipendiamo da Lui, che noi siamo suoi”.

“Penitenza. Abbiamo bisogno di gesti e atteggiamenti che ci tolgano dal centro delle nostre attenzioni e dei nostri interessi, e che ci aiutino a fare spazio in noi a Dio e ai fratelli. Fosse anche un atteggiamento contemplativo e rispettoso nei confronti della vita, dei poveri, del creato”.

“Condivisione. Sapremo se preghiera e penitenza sono efficaci, se saremo in grado con semplicità e costanza di condividere quanto gratuitamente abbiamo ricevuto, fosse anche attraverso un duro lavoro, che è, in fondo anch’esso, un dono di grazia. La condivisione ci farà sperimentare la fatica gioiosa di impegnarci a fare il bene, a cercare il bene di tutti e di ciascuno, ricordandoci che il bene comune, cui tutti vogliamo tendere, è “un bene arduo da raggiungere, perché richiede la capacità e la ricerca costante del bene altrui come se fosse proprio”. In tutto questo il beato Erico ci sarà maestro e compagno di viaggio”.