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Messaggio del Vescovo: A Natale comincia una storia d’amore

Buon Natale! Vorrei salutarvi così, semplicemente. Senza giudizi, senza lezioni a chicchessia, senza prediche. In questo mio primo Natale a Treviso mi piacerebbe guardare negli occhi ciascuno di voi che state leggendo queste righe, sia che ci conosciamo già, almeno un poco, sia che non ci siamo ancora mai visti.

Mi piacerebbe che in questo sguardo poteste leggere fiducia, saldezza, speranza; non tanto le mie, quanto quelle che Dio stesso ci dona.
Mi piacerebbe che quel mio debole sguardo potesse trasmettere il calore che io ricevo dal sapermi amato da Dio che, creatore, si mette in mano alla sua creatura, tanto fiducioso da permetterle di rifiutarlo, di negarne persino l’esistenza, o almeno l’autentica volontà d’amore.

So che non è possibile, ma so anche che non è nemmeno necessario: è Il Signore che volge a noi il suo sguardo: è lui che ci guarda e che ci vede. Vede la nostra vita, la nostra fatica. Vede lo sforzo talvolta sovrumano di tanti per continuare a vivere e a prendersi cura, nonostante tutto, di molte altrui fragilità, pur avendo essi a loro volta bisogno di aiuto e sostegno.

Buon Natale: che la nascita del Signore Gesù Cristo sia buona per te, che ti porti bene. Così vorrei che poteste accogliere questo saluto.

Ma per tanti questo augurio rischia di incontrare solamente una pena, magari grande, antica o improvvisa, resa se possibile più acuta e lancinante dal clima festivo che quasi impone serenità e un anelito di pace che fa sentire invece inadeguati o soli, se confrontati con il limite del dolore e della morte. Penso a chi ha perso in modo improvviso una persona cara, a chi porta il peso della malattia e della solitudine, a chi in molti modi si sente scartato, abbandonato, tradito; a chi non riesce più a sperimentare fiducia e calore umano. Penso a chi non trova un posto per vivere, per sostare, per respirare in pace e in sicurezza.

Da solo non riesco a trovare le parole che possano risolvere queste e altre situazioni, o che almeno riescano a riaprire orizzonti. Non ho nemmeno da offrire a ciascuno quello sguardo di fiducia e speranza che vorrei, per quanto disarmato e impotente.

Guardo però quel bambino; lo vedo e credo che lui è Dio. In lui vedo che Dio è proprio così, indifeso, vicino, disponibile, infinito amore che mi chiama a concentrare tutta la mia vita, e anche tutta la storia del mondo in quella silenziosa presenza, in quel suo sguardo, in quella disarmata e disarmante piccolezza.

Lascio allora parlare la fede della Chiesa, le parole che chiamo a stampella della mia finitezza e del mio limite: “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo” (credo Niceno-Costantinopolitano).

Noi ripetiamo queste parole ogni domenica nell’atto di fede celebrando insieme l’Eucaristia.
Sono parole su cui forse ci soffermiamo poco e che recitiamo senza più inciamparci sopra o senza sentire il bisogno di trattenere il respiro per la meraviglia, ormai anche senza più nemmeno protestare di fronte all’inaudito, senza piangere o cantare per la gratitudine o senza rimanere attoniti per l’inaspettata tenerezza di Dio che insieme sconvolge e riconcilia chi grida il proprio dolore.
Per noi uomini, e per la nostra salvezza: Gesù viene per noi, quello che Gesù fa lo fa per noi, quello che lui è lo è per noi.
Le parole della fede mi fanno riconoscere che quando Gesù pensava, valutava, decideva, agiva, lo faceva pensando a me e a noi, al mio e al nostro bene, che quando egli cresceva in sapienza e grazia lo faceva lasciandosi guidare dal suo amore per me, per noi, dal suo desiderio universale di salvezza. Ogni suo passo – andare da una parte o dall’altra, in Giudea o in Galilea, a casa dei peccatori o verso Gerusalemme, raccontare una parabola o guarire un malato, accettare la croce o rotolare la pietra dal sepolcro – tutto ciò che ha riempito la sua vita è stato determinato dalla sua intenzione di vita per me, per noi, per ogni uomo. Se lui è cresciuto ed è diventato adulto, se nella continua preghiera rivolta al Padre ha vissuto seguendo la sua chiamata; se egli è divenuto il maestro, il pastore, se ha umanizzato meravigliosamente la sua esistenza – vero uomo, vero Dio; tutto questo è avvenuto per me e per noi, per tutti, e lo ha vissuto desiderando il nostro bene, la nostra gioia. A Natale incomincia questa storia d’amore: Lui cresce per far crescere me, lui vive per far vivere me, lui mi ama per far amare me. Lui viene per me, per noi, per tutti.

E allora, semplicemente, a tutti voi: buon Natale.

+ Michele Tomasi

vescovo di Treviso

 

LA NATIVITA’ DI GESU’ DEL PADOVANINO

L’immagine è il quadro della copertina della “Vita del popolo” di Natale. Si tratta della “Natività di Gesù” di Alessandro Varotari, detto il Padovanino, conservata nella chiesa di San Teonisto a Treviso.
I volti di Maria e Giuseppe risplendono illuminati da una luce intensa che squarcia la profondità della notte. Maria solleva, con la mano sinistra, un panno bianco e mostra il bambino Gesù, che giace sul fieno: è lui la fonte della luce, quella luce che splende nell’oscurità della stalla e che le tenebre non riescono a soffocare, vincere, nascondere. Dietro a loro immancabili l’asino e il bue, mai citati dai Vangeli dell’infanzia, ripresi invece da un versetto del profeta Isaia (Is 1,3) ambientano la scena della natività e, allo stesso tempo, seguendo la lettura proposta dai padri della Chiesa, simboleggiano il popolo ebraico e i pagani che riconoscono e adorano il loro Signore. Sullo sfondo in lontananza notiamo un riverbero di quella stessa luce. È l’angelo che annuncia ai pastori la nascita del Salvatore, destandoli dal loro torpore e invitandoli a mettersi in cammino verso la mangiatoia di Betlemme. Domani Giuseppe e Maria inizieranno con il loro figlio un lungo e faticoso cammino, ma oggi i loro volti sono estatici, rapiti dalla gioia di questa nascita, di questa nuova luce, nella contemplazione del mistero di Dio che si fa bambino. (don Luca Vialetto)

Accresci in noi la fede: la richiesta dei discepoli a Gesù al centro dell’omelia del vescovo Michele

Una cattedrale gremita per l’ingresso del nuovo pastore della diocesi di Treviso, mons. Michele Tomasi. Circa 1500 le persone riunite in cattedrale e fuori, in piazza Duomo, a seguire la celebrazione sul maxischermo allestito per l’occasione. Tra loro anche una folta rappresentanza di sacerdoti e fedeli della diocesi di Bolzano – Bressanone. E molte sono state le persone che si sono collegate da casa a Telechiara e ai siti web diocesani (anche i nostri missionari dall’estero).

Un’omelia centrata sul Vangelo della XXVII domenica del Tempo ordinario, quella di mons.Tomasi, sviluppata attorno alla richiesta dei discepoli a Gesù: “Accresci in noi la fede”. Ecco il testo dell’omelia:

Cari confratelli nell’episcopato,

nel presbiterato

nel diaconato,

cari fratelli e sorelle religiosi,

cari sorelle e fratelli in Cristo,

“Accresci in noi la fede”: una bella domanda, questa dei discepoli: una domanda che ci appare questa volta sì, adeguata, giusta. Essi non chiedono, infatti, posti di privilegio o di potere, non pretendono questa volta di stare alla destra e alla sinistra del Signore. Essi gli chiedono che dia loro un “di più” di fede.

Partono da una mancanza, dalla sana consapevolezza che pur avendo seguito Gesù, pur avendo concretamente affidato a lui la loro stessa vita, ancora non sono in grado di fare il salto. Quel salto che permetta loro di dire di credere sul serio. Questa mancanza non è un bisogno da soddisfare, un vuoto da colmare con qualche atto, con un progetto, con un qualche “fare” pastorale o sociale, così che si possa poi acquietare con una risposta definita, seppur transitoria: una volta che sono sfamato sono a posto almeno sino alla prossima volta che quel vuoto si ripresenta, prepotente; una volta che la mia vita è organizzata con cura, sono a posto, tranquillo, realizzato, almeno fino alla prossima crisi.

No, questa mancanza è in una dimensione differente, si presenta ai discepoli come qualcosa di nuovo, di inedito, di sinora mai visto ma ormai chiaramente percepito: essa segnala loro qualcosa che in modo leggero, discreto, sottile tocca il profondo della loro vita: essi vivono un momento che attraverso questa domanda così improvvisa, così netta e secca rivela loro che il gioco si è fatto serio ed è decisivo: dobbiamo fare un salto di qualità, Signore, perché quanto ci chiedi ci spaventa e ci mette in grande difficoltà ma al tempo stesso non cessa di attirarci, di affascinarci.

Ecco che il Vangelo – nostra vera ed autentica guida – ci propone di fare questa richiesta: “Accresci in noi la fede”.

La domanda è posta con urgenza dai discepoli, perché poco prima il Signore li aveva richiamati con una certa durezza alla decisione radicale di non dare scandalo ai piccoli, a preferire il bene di questi anche alla propria stessa vita e poi, in rapida successione, all’esigenza altrettanto e forse ancor più radicale della continua, perseverante disponibilità al perdono, anche quando il fratello dovesse senza sosta insistere nel farci del male.

È come se ai discepoli fosse chiara la distanza tra l’esigenza evangelica e la percezione della capacità da parte loro di realizzarla: “accresci in noi la fede”, facci credere che sia possibile vivere come vuoi tu, anche se, sotto sotto, siamo convinti che non sia proprio possibile. Vorremmo crederti, Signore, ma come si fa? Non puoi pretendere davvero ciò che ci chiedi, e forse non puoi darci davvero ciò che desideriamo: davvero il bene dell’altro è così importante da diventare norma delle mie scelte e della mia vita intera? Davvero la vita dell’altro è così importante che devo sempre di nuovo permettergli nuovi spazi di esistenza, di vita?

In definitiva: posso credere in un “di più” di vita, in una profondità di senso che abbia il sapore non soltanto della soddisfazione, ma piuttosto della gioia, dell’amore?

Che cos’altro avrebbero allora potuto chiedere i discepoli?

Che altro dovremmo a nostra volta poter chiedere noi?

Non certo perché tutte le altre cose che ci viene in mente di chiedere non siano importanti – la salute, il lavoro, il bene dei figli, la consolazione per i genitori anziani, un poco di tranquillità, la serenità con i vicini. Anzi tutte queste e tante altre preoccupazioni che muovono le persone ogni giorno, che le spingono – che ci spingono – a lavorare, ad impegnarci, in una parola, a vivere, sono proprio il luogo in cui il Signore viene a visitarci e viene ad abitare con noi.

Io stesso vorrei chiedere al Signore – e glielo chiedo, ve lo confesso, in questo momento così particolare della mia vita – di poter svolgere il compito che mi viene affidato di essere vostro Vescovo con saggezza, con salda mitezza, con mite fermezza, di poter essere una buona guida per una chiesa viva e fedele qual è questa Chiesa di Treviso; voglio chiedere e chiedo di poter superare i miei limiti, o almeno di poterli rendere quanto più innocui possibile, e di poter impiegare al meglio i doni che il Signore mi ha fatto e continua a farmi.

Ma per quanto anche questa richiesta – come tante altre – sia buona, sia giusta, sia forse anche doverosa, essa non è ancora giunta al cuore di ciò che sento decisivo ed irrinunciabile, di ciò che questo momento mi chiede, ci chiede.

Fammi credere di più; fammi cogliere con la mente e con il cuore che in ogni preoccupazione, in ogni responsabilità, in ogni momento per quanto banale della vita mia e dei fratelli e delle sorelle ci sei tu che mi ami, che ci ami, tu che per ciascuno e per tutti hai donato tutto te stesso, la tua stessa vita. Fammi credere che tu sei il Signore della mia vita, della Chiesa, della storia. “Mio Signore, mio Dio”.

A questa domanda che sapientemente hai fatto affiorare, tu dai una risposta ancora più provocatoria: “Se aveste fede quanto un granello di senape”… basta così poco, dunque? E sono così debole nella fede, così povero? Quel “di più” pesa quanto un granello di senape, un nulla – del resto anche il tuo passaggio è “voce di un tenue silenzio”. Ed io non posseggo nemmeno quello. Ed è bene così, è proprio bene che non lo possegga, perché ce lo hai tu, e tu me lo doni. Perché sei tu la forza, tu il perdono, tu porti su di te il peso dello scandalo, dello scacco, del fallimento, della morte. Tu sei colui che sta in mezzo a noi come colui che serve, tu ti sei cinto il grembiule e ti sei chinato a lavare i piedi degli apostoli, nell’ultima cena. Tu sei il servo che inutile – non però uno buono a nulla, ma uno che non insegue un utile, che è gratuità pura – tu sei il servo della nostra Chiesa, della nostra gente, della nostra vita, della vita di ogni uomo.

Io, da solo, non sono neppure capace di essere un servo inutile, di essere solo e semplicemente un servo.

È tutto “inutile” allora?

No, tu ti sveli e ti riveli nella tua tenue Parola; ti lasci consumare da noi nell’Eucaristia; ti fai splendore nel volto dei piccoli e dei poveri, ti mostri all’opera nella comunità, dai luce di orientamento ai cammini della storia.

E noi? Riesci a catturarci ancora? O siamo ormai troppo pieni di noi stessi?

Ci doni oggi quel “di più” di fede?

Lascia che esso irrompa nella nostra vita, vieni a cercarci, stanaci dalle nostre paure, fa‘ che siamo “rapiti dalla tua bellezza” (“Domini pulchritudine correpti”: permettimi padre Agostino di affidarmi ora al tuo motto episcopale);

fa’, Signore, che amati riamiamo, semplicemente, cercando come sola ricompensa il tuo amore.

Signore, “Accresci in noi la fede”.

L’ingresso del vescovo Michele: una partecipazione possibile a tutti, anche da lontano

“Secondo un’antica tradizione il Vescovo eletto diviene pastore della sua Chiesa dopo che l’ha convocata per la prima volta nella sua chiesa Cattedrale e ha presieduto la Celebrazione eucaristica”: scrive così suor Monica Marighetto, direttrice dell’ufficio Liturgico diocesano presentando, nel nuovo numero della Vita del popolo, i segni e le parole di questa importante celebrazione.

Domenica 6 ottobre il vescovo Michele celebrerà la Messa in cattedrale, dunque, alle ore 16: siamo invitati a partecipare, direttamente o seguendo la diretta su Telechiara, a questo importante momento che segna l’inizio del suo ministero pastorale fra noi.

Oltre duecento i sacerdoti concelebranti. Saranno presenti i vescovi mons. Ivo Muser, vescovo di Bolzano – Bressanone e vicepresidente della Conferenza Episcopale Triveneta; mons. Paolo Magnani, vescovo emerito di Treviso; mons. Alberto Bottari De Castello, mons. Corrado Pizziolo e mons. A. Bruno Mazzocato, vescovi originari della nostra Diocesi. Prenderanno parte alla celebrazione anche altri vescovi o i loro delegati.

Partecipiamo tutti, nella preghiera e nella comunione, a questo importante momento di Chiesa. Sarà possibile farlo in cattedrale, in piazza grazie al maxischermo o da casa con le numerose dirette: su Telechiara e in streaming su www.lavitadelpopolo.it , sulla pagina facebook della Vita del popolo, e su www.diocesitv.it.

In cattedrale una pala moderna per celebrare i santi trevigiani della carità vissuti tra ‘800 e ‘900

Una nuova opera d’arte che celebra la carità e i santi e beati trevigiani che l’hanno vissuta tra Ottocento e Novecento. E’ la pala d’altare che sarà inaugurata mercoledì 2 ottobre, alle 18.45 in cattedrale, da mons. Gianfranco Agostino Gardin, amministratore apostolico della diocesi di Treviso. L’opera è dipinta dall’artista Safet Zec, artista bosniaco, italiano di adozione, riconosciuto dalla critica internazionale tra i massimi interpreti di un figurativo visionario e poetico.

L’inaugurazione è aperta a tutti coloro che desiderano partecipare.

La chiesa cattedrale, chiesa del Vescovo, chiesa madre di tutte le chiese della diocesi, è la custode dei simboli e dei santi della storia di una diocesi. Essa è cambiata nei secoli, poiché ogni epoca vi ha lasciato un’impronta e segni ancora leggibili a cominciare dal primo battistero, all’altare della confessione dei protomartiri Teonisto, Tabra e Tabrata, dalla cripta all’arca del beato Enrico divenuta altare, dalle tombe dei vescovi alle testimonianze dell’arte e delle forme della devozione che i fedeli quotidianamente esprimono nei confronti della Vergine e dei santi che vi sono venerati.

In questa lunga storia di fede e devozione troverà il suo posto la pala dell’artista Safet Zec, celebrativa dei santi della Chiesa di Treviso, vissuti tra Ottocento e Novecento, che mons. Gardin inaugurerà il prossimo 2 ottobre, alle ore 18.45 in cattedrale. Saranno rappresentati S. Pio X e i vescovi S. Giovanni Antonio Farina e il beato Andrea G. Longhin, e poi S. Maria Bertilla, suora dorotea, e S. Giuseppina Bakhita, canossiana; infine, il beato Giuseppe Toniolo. Tutti protagonisti e interpreti con le loro vite, in diversi ambiti e con i loro carismi, della carità evangelica.

 

L’artista

Pittore e incisore, Safet Zec nasce nel 1943 a Rogatica, in Bosnia-Erzegovina. Dopo gli studi compiuti alla Scuola di Arti Applicate di Sarajevo e all’Accademia di Belle Arti di Belgrado, Zec diventa la figura centrale del movimento artistico chiamato Realismo poetico.

Vive e lavora a Belgrado fino al 1989. Nei primi anni Novanta è uno degli artisti più importanti del suo paese e lo rappresenta alle maggiori esposizioni internazionali. Negli anni che seguono è di nuovo a Sarajevo, fino al 1992 quando, a causa dalla guerra che colpisce la ex Jugoslavia, è costretto a lasciare il proprio paese e arriva in Italia, prima a Udine e poi a Venezia, che diventa per lui una seconda patria. Ha il suo studio, infatti, vicino alla chiesa di San Francesco della Vigna. Espone in Italia, in Europa e negli Stati Uniti, con oltre 100 mostre all’attivo. Dalla fine del conflitto nei paesi della ex Jugoslavia, Zec ha ripreso un’assidua frequentazione con la sua terra. Lo Studio-Collezione Zec, nel cuore di Sarajevo, è stato riaperto ed è divenuto un centro di iniziative culturali, oltre che sede espositiva delle sue opere. Oggi Safet Zec vive ed opera tra Sarajevo, Pocitelj, Venezia e Parigi.

 


“Camminate con Gesù e tra di voi, nella comunione”: l’augurio del vescovo Gardin alla diocesi

“Questo decennio trevigiano è stato per me un grande dono. Ho imparato molto, soprattutto a riconoscere maggiormente la bontà, la tenerezza e i tanti doni di Dio. Moltissimi dei quali, devo dire, mi hanno raggiunto attraverso questa chiesa, ovvero grazie alle persone che in essa ho avuto la grazia di incontrare, conoscere e amare”: è con queste parole che il vescovo Gianfranco Agostino si è congedato, venerdì 20 settembre, dalla nostra diocesi, salutando e ringraziando, chiedendo perdono e augurando un fecondo cammino alla chiesa trevigiana. Un’omelia intensa, la sua, pronunciata a tratti con commozione, durante la celebrazione eucaristica nel tempio di San Nicolò gremito.

Molti i sacerdoti che hanno concelebrato, oltre a mons. Paolo Magnani e a mons. Bottari De Castello. All’inizio della celebrazione il saluto, a nome della Diocesi, da parte di mons. Adriano Cevolotto, che ha riconosciuto a mons. Gardin lo stile semplice e l’animo sereno con il quale si sta congedando dalla Diocesi, a sottolineare il fatto che ” nessun servizio, nessuna responsabilità deve in alcun modo porre se stessi al centro, ma far risaltare il primato del Signore Gesù”.

“Il tratto di strada che abbiamo condiviso – ha detto il vicario generale – possiamo dire è stata grazia, e continua ad esserlo. E lo affermiamo riconoscendo che questo nostro ‘oggi’, il nostro volto di Chiesa sorpassa ogni previsione che si poteva fare dieci anni fa. Nessuna tappa raggiunta, a livello personale o ecclesiale, è frutto di pura strategia e di programmazione. E’ piuttosto il risultato dell’intreccio di sollecitudine e di docilità, trama dentro la quale opera lo Spirito del Signore Risorto”.

“In questa Eucaristia – ha poi concluso, dopo aver ricordato l’importante proposta del Cammino Sinodale, sul quale la nostra Chiesa è impegnata – la nostra gratitudine riconoscente si fa preghiera perché lei, p. Agostino, continui a testimoniare la gioia e la bellezza del Vangelo. Perché il Signore le doni, come cita con piacere mons. Battisti, di poter vivere “occupato ma non preoccupato”. Di sicuro il Signore continua a chiederle di occuparsi “delle cose del Padre”, tra le quali c’è anche questa Chiesa che ha amato. Il suo modo di occuparsi sarà sicuramente nella preghiera che continuiamo a chiederle. Da parte nostra intercediamo presso il Signore perché continui a sostenerla con la sua Pace e con ogni Bene”.

Al termine della celebrazione Stefano Zoccarato, in rappresentanza del Consiglio pastorale diocesano, ha a sua volta ringraziato mons. Gardin perché “abbiamo sentito che lei si è dedicato completamente a noi; ci ha indicato la necessità di affrontare le sfide che la storia pone alla nostra Chiesa “rimanendo insieme”, e questo lo ha fatto prima di tutto facendosi veramente e sinceramente nostro compagno di viaggio. Vogliamo allora conservare con gratitudine questa immagine del suo saio da frate che non abbiamo mai visto, del saio rimasto nell’armadio del Vescovo, per ricordarci con grande affetto e tenerezza di come lei abbia voluto e saputo essere in questi anni fratello e compagno di tutti noi. Così profondamente coinvolto dalla vita della nostra chiesa diocesana, da cambiare anche il suo modo di vestire. E’ anche grazie a questo suo stile che le abbiamo voluto bene”. Zoccarato ha poi ringraziato il Vescovo Gardin per “aver insistito sulla necessità di riscoprire la nostra relazione con la persona viva di Gesù: “conoscere Gesù”: quanto volte ce lo ha ripetuto. Ma non in modo astratto: ma, partendo dalla Parola di Dio e confrontandosi con la storia, ed in particolare con la storia dei poveri. L’incontro con i poveri, il confronto con la storia concreta del tempo di oggi, con le sue difficoltà e i suoi drammi, ci porta alla quota degli occhi di Gesù. In questo, oltre che compagno di viaggio, lei è stato anche vero Padre e guida, perché ci ha indicato la meta”.

Prima della conclusione, a nome di tutti, alcune persone rappresentative della nostra Chiesa hanno porto un saluto a padre Gianfranco Agostino, accompagnate dal canto dell’assemblea.

Al termine, a tutti i presenti, è stato fatto dono di un libretto, presentato da mons. Mario Salviato, che raccoglie alcune delle molte preghiere che mons. Gardin ha composto in questi dieci anni, per diverse occasioni.

Ecco l’omelia integrale pronunciata dal Vescovo:

Carissimi tutti,

permettetemi di dire subito con schiettezza che questo momento mi mette un po’ in confusione. Anzitutto perché avverto un certo imbarazzo nell’aver scomodato tante, troppe, persone, e nel sentirmi al centro di un’attenzione che considero eccessiva. Dicevo a me stesso in questi giorni che, se è vero, come siamo soliti ripetere, che il ministero episcopale non è che un servizio, non dovrebbe risultare strano che, nel concluderlo, si esca senza clamore e, per così dire, “dalla porta di servizio”.

E sono in confusione anche perché – non è falsa umiltà, che oltretutto rende ridicoli – ho la convinzione di non aver poi dato così tanto in questi anni trevigiani. Sfogliando le varie pagine del numero in uscita oggi del nostro settimanale diocesano mi è parso che in molti interventi, troppo generosi nei miei confronti, si descriva più quanto avrei dovuto fare che quanto ho realmente fatto. A qualcuno ho detto: ho portato a Treviso gli ultimi anni della mia vita attiva; forse quelli di una persona ormai un po’affaticata, priva della vivacità degli anni in cui disponevo di maggiori energie. Mi è stato osservato che questa poteva essere però la stagione della maturità e della sapienza. In verità la maturità cristiana e la sapienza evangelica non vengono automaticamente dal passare degli anni, ma hanno bisogno della impegnativa disponibilità a lasciarsi continuamente plasmare e riplasmare dal vangelo. Dubito di esserci riuscito.

Ecco dunque le ragioni della mia confusione e del mio imbarazzo. Il quale mi fa arrossire ancora di più se mi metto – come devo mettermi – di fronte al Signore che mi ha chiamato e mi ha inviato. E le indicazioni che mi ha dato, inviandomi, sono quelle assai esigenti date ai primi inviati: «Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone… Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (cf. Mt 10,8-10). Insomma, mi è stato detto: vai spoglio di tutto e ricco solo della disponibilità a donare te stesso; come ha fatto Lui. E qui non dubito ma sono certo di non esserci riuscito.

Pensando a questi dieci anni mi veniva alla mente una scena frequente fino a 30 o 35 anni fa, quando si usava la macchina da scrivere, poi felicemente rimpiazzata dal computer. Dopo un certo numero di errori si strappava con disappunto il foglio dalla macchina, se ne infilava un altro e si scriveva tutto da capo. Certo, constatando errori e insufficienze, non ho chiesto di rifare il mio decennio a Treviso; ho usato per me con rassegnazione le celebri parole di Pilato: Quod scripsi, scripsi: Quel che ho scritto, ho scritto (Gv 19,22), accettando le mie varie sgrammaticature evangeliche o il mio mancato rispetto della sintassi cristiana.

Sento però il bisogno di chiedere perdono a questa chiesa. Come papa Francesco subito dopo la sua elezione a vescovo di Roma ha invocato su di sé la preghiera benedicente della sua chiesa, io ora chiedo su di me l’assoluzione dalle mie colpe da parte della chiesa di Treviso. Sapendo di non poter dire: la prossima volta farò meglio.

Ad una mia certa ritrosia di fronte alla proposta di questa celebrazione, mi è stato detto, forse con santa astuzia, che era per ringraziare il Signore. Questo mi ha preso in contropiede: a ringraziare il Signore, sì, proprio sì, ci sto. Sento il bisogno di farlo. Perché al di là di tutto e nonostante qualche rammarico, questo decennio trevigiano è stato per me un grande dono. Ho imparato molto, soprattutto a riconoscere maggiormente la bontà, la tenerezza e i tanti doni di Dio. Moltissimi dei quali, devo dire, mi hanno raggiunto attraverso questa chiesa, ovvero grazie alle persone che in essa ho avuto la grazia di incontrare, conoscere e amare.

Entrando in diocesi, il 7 febbraio 2010, avevo detto (non è bello citarsi, ma concedètemelo): «Considero questo essere e operare con voi, che per me oggi inizia e che avverrà per il tempo che il Signore disporrà, una nuova grazia che Egli mi dona, che si aggiunge ai molti altri doni che Egli ha elargito alla mia esistenza». Avevo previsto bene. Il tempo disposto dal Signore ora lo conosciamo, si sta concludendo, e io posso e devo dire che riconosco la grazia di essere stato e di aver operato con voi, non solo, in qualche misura, per voi.

Ho cercato di esprimere in sintesi i doni ricevuti dal Signore in e attraverso questa chiesa di Treviso nell’intervista che mi è stato fatta dal settimanale diocesano. Lo dico non per chiedervi di leggerla (è anche un po’ lunga), ma per non prolungare questo momento.

Ho chiesto invece che si leggesse il brano della lettera di Paolo ai Colossesi che ha costituito la prima lettura (Col 1,3-14). Paolo dice: ho conosciuto la vostra fede in Cristo Gesù e la vostra carità; l’annuncio del Vangelo ha portato in voi frutto; e io prego che continuiate a portare frutto in ogni opera buona, crescendo nella conoscenza di Dio. Ecco, la chiesa di Treviso è per me come la comunità di Colossi per Paolo, per la quale anch’io rendo grazie a Dio. Si dirà: e problemi? nessuno? Qualcosa c’è anche su questo nell’intervista citata. Ma ora è il momento della gratitudine.

Quanti grazie dovrei dire! E quante persone mi vengono in mente, amabili, umili, davvero credenti, generose, dalle quali emanava bontà e profumo di vangelo; compresi i vari «Èpafra – scrive Paolo – nostro compagno nel ministero». Mi riferisco ai preti e ai diaconi di questa diocesi. Da molti di loro ho imparato. Grazie carissimi fratelli, ministri ordinati, appartenenti a varie generazioni; vi porto nel cuore.

Permettetemi allora, per restare tra i preti, con una sorta di operazione sintetica, di dire un grazie tutto particolare almeno a chi mi ha aiutato da vicino: ai due vicari generali, mons. Rizzo e mons. Cevolotto; ai tre vicari per il coordinamento della pastorale, mons. Buso, mons. Bonomo, mons. Salviato; ai tre rettori dei Seminari: mons. Carnio, don Guidolin, mons. Brugnotto. E poi lasciatemi dire grazie ai tre preti che hanno maggiormente portato il peso delle mie piccole o grandi manie e delle mie impazienze: mi riferisco i miei tre segretari, don Paolo, don Alessandro e don Matteo. Grazie della vostra laboriosa pazienza. Ma vi avevo scelti bene.

Un grazie desidero esprimerlo anche ai vescovi emeriti, e non solo per aver voluto essere presenti questa sera: mons. Magnani e mons. Bottari; e il pensiero va anche a mons. Daniel. E già che ci sono, invio anche un saluto cordialissimo e un augurio affettuoso a mons. Michele Tomasi, che tra sedici giorni prenderà il mio posto. E anche lui è un altro dono.

Ho potuto scegliere anche il brano evangelico che è stato proclamato (Gv 14,1-9a). Qualcuno avrà intuito perché.

Anzitutto perché Gesù ci dice che egli ci prepara un posto nella casa del Padre, per poter essere anche noi dove è lui. Io mi sento sempre più interessato a questo tema e si fa sempre più viva per me la preoccupazione di non perdere quel posto.

In secondo luogo perché Gesù si dichiara la via, la verità, la vita; chi vede lui vede il Padre; e chi incontra davvero lui incontrerà davvero per sempre il Padre. E possiamo aggiungere: incontra anche la verità di se stesso.

Più di qualcuno, scrivendo su di me in questi giorni, ha richiamato il mio motto episcopale: Domini pulchritudine correpti: avvinti, conquistati dalla bellezza del Signore. Mi sarebbe piaciuto aiutare di più a conoscere, a gustare e a farsi illuminare e affascinare da tale bellezza. Ma forse vi sono riuscito poco a causa della mia insufficiente o troppo flebile testimonianza. Ma lasciatemi dirlo per l’ultima volta: Gesù è la salvezza, è lui la vita, è il maestro, è il compimento di ogni promessa veramente affidabile, è il passaggio decisivo per ogni autentica esperienza cristiana. E lo dico con le parole, che spesso ho citato, di papa Francesco: «Non è la stessa cosa aver conosciuto Gesù o non conoscerlo, non è la stessa cosa camminare con Lui o camminare a tentoni» (Evangelii gaudium 266).

Questo è anche il mio augurio: quello di camminare con Lui, e camminare insieme tra voi, nella comunione. Ci sarò anch’io, in disparte, nella preghiera.

Ancora grazie e che il Signore vi accompagni.

IL VIDEO INTEGRALE DELLA MESSA

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Il giuramento del vescovo Tomasi

Con il palmo della mano sulla Sacra Scrittura, il vescovo eletto di Treviso Michele Tomasi ha pronunciato lunedì 2 settembre di fronte al vescovo Ivo Muser la professione di fede e il giuramento di fedeltà alla Sede Apostolica prima dell’ordinazione episcopale. Si tratta di un atto formale previsto dal diritto canonico in vista dell’inizio del nuovo servizio da vescovo.
Nel Centro pastorale a Bolzano, monsignor Tomasi ha letto la formula nell’ambito dell’Ora media (la preghiera a metà del giorno) recitata nella cappella privata del vescovo Muser. Nel testo, il vescovo eletto dichiara la propria fedeltà al Papa, alla Chiesa e l’impegno a svolgere il suo servizio a fianco della comunità. Erano presenti come testimoni il vicario generale Eugen Runggaldier e il decano del duomo di Bressanone Ulrich Fistill. Presente anche il cancelliere diocesano Leo Haas.
“Questo è un atto semplice ma significativo, è la promessa di voler essere sempre un uomo di fede“, ha detto il vescovo Muser rivolto al vescovo eletto. E monsignor Muser ha rimarcato l’augurio più bello per un futuro vescovo: “Vivere la nostra fede cristiana con tutta la comunità. Noi ti accompagniamo a Treviso con la nostra amicizia e la nostra fede“, ha concluso Muser. L’ordinazione a vescovo di Michele Tomasi, come noto, è in programma sabato 14 settembre alle ore 12 nel duomo di Bressanone. Alla cerimonia tutti i fedeli sono invitati, dall’Alto Adige come dal Veneto. Una volta che gli ospiti con il pass avranno preso posto, ci sarà l’ingresso libero per tutti i fedeli che vorranno partecipare. La celebrazione sarà trasmessa in diretta televisiva su Telechiara.
Il nuovo vescovo farà il suo ingresso a Treviso domenica 6 ottobre alle ore 16.

Celebrazioni liturgiche: la preghiera per i nostri pastori

Secondo quanto affermano la normativa liturgica (decreto Cum de nomine Episcopi della Congregazione per il Culto divino [05.09.1972] e l’Ordinamento Generale del Messale Romano [Editio typica III, 2000, n. 149], nella Preghiera eucaristica va nominato il vescovo diocesano o colui che è a esso equiparato a norma del diritto. Pertanto, fino al giorno della presa di possesso del nuovo Vescovo, verrà ricordato il vescovo Gianfranco Agostino con le parole: «il nostro papa Francesco e il nostro vescovo Gianfranco Agostino». In quanto amministratore apostolico, infatti, gli sono state attribuite le facoltà pari a quelle del vescovo diocesano.
La designazione del nuovo Vescovo è un fatto ecclesiale molto importante. Pertanto nelle domeniche, nelle feste e nelle solennità che precedono il giorno dell’ingresso e della presa di possesso del nuovo Vescovo, in ogni assemblea liturgica raccolta in preghiera, si riserverà una speciale intenzione per il Vescovo eletto, mons. Michele Tomasi, come pure una preghiera di ringraziamento per il vescovo Gianfranco Agostino.

Queste sono le intenzioni di preghiera proposte:

  • «O Dio, che nella tua grande bontà hai scelto il vescovo Michele a presiedere la nostra Chiesa di Treviso, fa’ che con la franchezza e la fiducia degli Apostoli edifichi il tuo popolo nella verità del Vangelo. Preghiamo»
  • «O Dio, che ricompensi con il tuo amore gli operai del Vangelo, benedici il vescovo Gianfranco Agostino per il servizio episcopale che ha svolto nella nostra Diocesi e ricolmalo della tua grazia. Preghiamo»
    Ogni fedele è invitato a fare proprie queste intenzioni anche nella preghiera personale.
    sorella Monica Marighetto
    direttrice dell’Ufficio liturgico