Author: acecchin

Migrazioni, documento di Caritas e Migrantes del Triveneto: “Non è un’emergenza, ma una realtà da comprendere e accompagnare”

Una lettura del fenomeno migratorio a partire dai territori del Nordest propone alle comunità cristiane nuovi percorsi di accoglienza, ascolto, integrazione e collaborazione

Il fenomeno migratorio non è una parentesi emergenziale, ma uno degli elementi che stanno caratterizzando il cambiamento profondo delle nostre società. È questa la prospettiva di fondo del documento “Il fenomeno migratorio nel Nord-Est. Sfide e opportunità per le comunità e il territorio”, elaborato congiuntamente, in questi mesi, dalle Delegazioni Caritas e Migrantes del Triveneto e che porta la data della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato del 27 settembre 2026.

Il documento – qui allegato nella sua versione integrale – nasce dall’esperienza concreta maturata nelle diocesi e nei territori e propone anzitutto di «partire dalla realtà»: dai cambiamenti sociali, dalle paure, dalle difficoltà e dalle risorse presenti nelle comunità. Tra le questioni più urgenti viene indicata quella della casa, che riguarda insieme migranti e giovani italiani, in un contesto nel quale il mondo produttivo segnala contemporaneamente una crescente necessità di lavoratori in numerosi settori.

Un secondo nodo riguarda il modo in cui le migrazioni vengono raccontate. Il documento invita a distinguere dati e percezioni, senza negare le paure e le difficoltà ma evitando che stereotipi, semplificazioni e una comunicazione orientata prevalentemente al conflitto trasformino lo straniero in una minaccia. Da qui l’invito a «disarmare» il linguaggio e a passare da una cultura dell’indifferenza a una «cultura delle differenze» e, quindi, alla «convivialità delle differenze».

Il testo affronta inoltre le politiche migratorie italiane ed europee, sottolineando la necessità di superare una logica prevalentemente emergenziale e di costruire una prospettiva più lungimirante, capace di collegare migrazione, lavoro, scuola, sanità, abitazione e sviluppo dei territori. Particolare attenzione è dedicata al nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato in applicazione nel giugno 2026, del quale vengono evidenziate alcune criticità e interrogativi dal punto di vista della tutela delle persone più vulnerabili.

Ma la riflessione proposta non si limita all’analisi. La seconda parte offre alle comunità cristiane dei veri e propri “cantieri di lavoro”: educare all’accoglienza, all’ascolto e al discernimento; favorire collaborazioni tra comunità, istituzioni e realtà sociali; promuovere un linguaggio rispettoso; valorizzare le buone pratiche già presenti e svilupparne di nuove. Le comunità cristiane, e in particolare le Caritas, sono chiamate soprattutto a essere «catalizzatori di reti territoriali», mettendo in relazione persone, istituzioni e competenze.

Il documento raccoglie anche parecchie esperienze già attive: sostegno linguistico e scolastico, accompagnamento abitativo e lavorativo, servizi a bassa soglia, utilizzo di strutture ecclesiali, accoglienza diffusa, corridoi umanitari, universitari e lavorativi, oltre alla valorizzazione di canoniche e immobili non più utilizzati.

Particolarmente significativo è il dato complessivo che emerge dalle rilevazioni delle Caritas diocesane: almeno 2.600 persone sono accolte direttamente dalle diocesi del Triveneto, mentre circa 80 immobili di proprietà diocesana e circa 200 immobili parrocchiali risultano messi a disposizione dell’accoglienza. Sono numerose, inoltre, le comunità quotidianamente impegnate nella sensibilizzazione, nell’accompagnamento e nella presenza accanto alle persone migranti.

Il documento si conclude con una prospettiva di speranza: i dati e le esperienze raccolte – affermano Caritas e Migrantes – mostrano che nel Triveneto non si parte da zero. La sfida è ora alimentare e diffondere quanto già esiste, ripartendo dalla fede e dalla carità per riscoprire una Chiesa capace di prossimità e un territorio nel quale accoglienza, fraternità e responsabilità condivisa possano diventare elementi concreti della convivenza.

In allegato il documento integrale


“Siamo Chiesa delle genti, scambio vivente di doni, siamo profezia e presente di pace”: in cattedrale a Treviso Epifania con la festa dei popoli

All’interno della celebrazione il Vescovo ha conferito il mandato missionario a don Giuseppe Danieli, in partenza come “fidei donum” per la diocesi di Roraima, in Brasile

Oltre un migliaio le persone che hanno gremito la cattedrale di Treviso, questa mattina, per la solennità dell’Epifania del Signore. Un unico popolo dalle molte lingue, esperienze e colori, come ha ricordato il vescovo, Michele Tomasi, in quella che da molti anni viene vissuta come la “messa dei popoli”. Davvero molti i sacerdoti concelebranti. Presenti anche le autorità, dal sindaco di Treviso, Mario Conte, al presidente del Consiglio comunale, Antonio Dotto, dall’assessora Gloria Tessarollo alla consigliera Antonella Tocchetto, e poi il vicario del Questore, Domenico De Maio, e il viceprefetto aggiunto, Giacomo Toma.

Dai canti alle letture, alle preghiere nelle diverse lingue del mondo, la celebrazione è stata animata dalle comunità cattoliche di lingua straniera presenti in diocesi, coordinate dall’ufficio di Pastorale delle migrazioni.  Presente anche l’associazione dei Trevisani nel mondo.

Numerosi i riferimenti alla pace e alla convivenza che arricchisce, negli interventi e nelle preghiere. All’inizio della celebrazione, nel suo saluto, don Silvano Perissinotto, neodirettore dell’ufficio ha ricordato che “in quest’anno giubilare, assieme a papa Francesco e a tutta la Chiesa siamo chiamati ad aprire le porte che possono aiutarci a vivere da fratelli e sorelle nel mondo – un mondo dove disgraziatamente ancora troppe sono le guerre e le differenze fra le genti – e anche qui da noi, nel territorio della nostra diocesi e nelle nostre comunità cristiane. Aprire e non chiudere. Aprire, motivati e sorretti dal Vangelo e da quella speranza che non delude, scoprendo i volti di cristiani provenienti da tutto il mondo e che cercano vita, famiglia, lavoro, futuro vivendo qui da noi, celebrando la domenica, giorno del Signore e giorno della comunità. Attraverso questi fratelli e sorelle si aprono poi altre porte, perché ogni comunità è aperta ad altre comunità e realtà, con gioie e anche con fatiche. Con le comunità cattoliche qui riunite, e a nome loro, ringrazio le autorità qui presenti, consapevoli che mantenere le porte aperte è possibile con il contributo e il servizio di ognuno, secondo i compiti affidati, per il bene comune e nel rispetto dei diritti e dei doveri di ciascuno”.

All’interno della celebrazione il vescovo ha affidato il mandato missionario a don Giuseppe Danieli, in partenza per la diocesi di Roraima (Brasile), dove operava don Edy Savietto, mancato improvvisamente un anno fa. E proprio don Giuseppe ha proclamato il Vangelo in portoghese.

Riflettendo sui doni preziosi e simbolici – oro, incenso e mirra – portati al Bambino Gesù dai saggi venuti dal lontano oriente, il Vescovo ha ricordato i passi della Scrittura in cui sono menzionati: “Tutta la storia del rapporto di Dio con il suo popolo, la relazione che Dio decide di stringere in questa storia, per la salvezza e la gioia di tutta l’umanità, risuona e risplende nei segni dei doni portati dai Magi. I Magi rappresentano la piena e assoluta gratuità della risposta di un’umanità che sa guardare al cielo e riesce a scrutare il mistero profondo della vita, e che si mette in cammino per portare doni gratuiti alla gratuità assoluta di Dio, che si coinvolge pienamente e definitivamente con la storia degli uomini creati e salvati, solo e unicamente per amore. Gratuitamente. È un incontro di sovrabbondanza piena e feconda, che avviene nella povertà – che è tutta dono – di Gesù custodito da Maria – ha sottolineato mons. Tomasi -. Un incontro che sta avvenendo qui, ora”.

“Siamo Chiesa radunata dalle genti, e siamo Chiesa delle genti. Lo stesso corpo – ha ricordato il Vescovo – senza distinzione di eredità o di promessa, di dignità e di valore, ma nella ricchezza molteplice di doni viventi e vari. Siamo sovrabbondanza di esperienze condivise. Siamo le genti che da tutto il mondo arricchiscono dei loro colori, delle loro lingue e della loro sapienza di vita la nostra comunità trevigiana; siamo i trevigiani che in tutto il mondo portano la bellezza, l’intelligenza e la dedizione imparate nelle famiglie e nelle comunità di questa nostra bella terra, in passato difficile, sempre generosa. Siamo uno scambio vivente di doni, pagine di Vangelo scritte nell’esistenza quotidiana di tanti uomini e donne che, mossi dall’amore di Dio e dalla Parola, si mettono in cammino per essere testimonianza di vita pienamente umana, dignità infinita nel tempo e per l’eternità. Siamo Chiesa vivente che invia e che riceve doni, doni che sono persone mosse ed animate dalla disponibilità alla rinuncia di sé, senza condizioni. Schiera innumerevole di messaggeri di liete parole e di vita nuova. Oggi don Giuseppe (grazie per la tua disponibilità, per il tuo farti dono), appena ieri don Edy, assieme ai tanti e alle tante partiti fino ai confini della terra, e ai tanti che accoglieremo tra noi”.

Echeggiando le parole del profeta Isaia, una invocazione forte per la pace e la fraternità: “Alziamo gli occhi intorno e guardiamo la profezia della pace, guardiamo i figli e le figlie vicini e lontani, e tutti fratelli e sorelle. Siamo profezia, siamo presente di pace, siamo compito per il futuro, siamo dono gratuito, suscitato dal dono infinito dell’amore di Dio Padre in Cristo Gesù Signore”.

Dopo gli abbracci, le foto e gli auguri, la festa si è spostata nell’oratorio della parrocchia di Silea.

 

Pubblichiamo l’omelia integrale del Vescovo:

Omelia nella solennità dell’Epifania del Signore

«Festa dei popoli»

6 gennaio 2025 – Cattedrale di Treviso

Dal lontano oriente i Magi hanno visto spuntare la stella del re dei Giudei, e si sono messi in camino verso Gerusalemme. A Gerusalemme, tra coloro che avrebbero dovuto attendere con trepidazione, con ansia addirittura la venuta del re atteso, nessuno si era accorto di nulla: non il re violento e prepotente, non i sacerdoti o gli scribi, custodi della sapienza di Israele, depositari della promessa.

Tutti rimangono turbati dalla visita di questi uomini che vengono da lontano.

Erode finge interesse, e invia i Magi come se li mandasse in avanscoperta, per andare poi anche lui a prostrarsi davanti al nuovo nato, ad adorarlo. Degli altri, nessuno si muove.

I Magi si rimettono in cammino. Per niente turbati – loro – provano piuttosto “una gioia grandissima”. Arrivano alla casa dove trovano “il bambino e Maria sua madre”, si prostrano ed adorano. Ed aprono i loro scrigni.

Sì, è proprio così: nel popolo santo nessuno si muove per andare in cerca del proprio re (non sono nemmeno curiosi, dunque, sono soltanto “turbati”), mentre questi saggi venuti dal lontano oriente portano addirittura con sé dei doni. Doni preziosi, doni pensati e procurati prima della partenza, portati con sé nel lungo e pericoloso viaggio, custoditi con cura.

Vorrei gettare con voi uno sguardo un po’ più ravvicinato su questi doni preziosi e simbolici.

Oro, incenso e mirra.

Oro e incenso sono spesso menzionati insieme nelle Scritture: dal tempio in cui l’altare dell’incenso è tutto d’oro, e dal sommo sacerdote paragonato ad oro e incenso, fino alle profezie di Isaia, nelle quali uno stuolo di cammelli invade Gerusalemme portando oro e incenso, segno delle immense ricchezze dell’oriente.

Mirra ed incenso sono invece associate l’una all’altro nel Cantico dei Cantici per descrivere la fragranza e la meraviglia del profumo dell’amata, e la mirra descrive l’amato che profuma il cuore dell’amata. E la Sapienza, che ha piantato la sua tenda in Israele, è paragonata a profumo di mirra scelta e a nuvola di incenso nella tenda.

Ma la mirra è usata anche nei riti funebri: secondo il Vangelo di Giovanni il corpo di Gesù calato dalla croce sarà trattato con “trenta chili di miscela di mirra e di aloe” (Gv 19,39), e a Gesù in croce verrà posto sulle labbra “vino mescolato a mirra”, secondo il racconto di Marco (Mc 15,23).

Ricchezze portate al Re, profumi che impreziosiscono la relazione di amore tra l’amato e l’amata e fra Dio e il popolo, e la cura pietosa del corpo del crocifisso amato: tutto questo risuona e risplende nei segni dei doni portati dai Magi, tutta la storia del rapporto di Dio con il suo popolo, la relazione che Dio decide di stringere in questa storia per la salvezza e la gioia di tutta l’umanità.

I Magi rappresentano la piena e assoluta gratuità della risposta di un’umanità che sa guardare al cielo e riesce a scrutare il mistero profondo della vita, e che si mette in cammino per portare doni gratuiti alla gratuità assoluta di Dio, che si coinvolge pienamente e definitivamente con la storia degli uomini creati e salvati, solo ed unicamente per amore. Gratuitamente.

È un incontro di sovrabbondanza piena e feconda, che avviene nella povertà – che è tutta dono – di Gesù custodito da Maria.

Ma questo incontro sta avvenendo qui, ora.

“Le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo

e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo”. Così scrive san Paolo agli Efesini (e a noi).

 Siamo Chiesa radunata dalle genti, e siamo Chiesa delle genti. Lo stesso corpo senza distinzione di eredità o di promessa, di dignità e di valore, ma nella ricchezza molteplice di doni viventi e vari. Oro, incenso e mirra.

 Siamo sovrabbondanza di esperienze condivise. Siamo le genti che da tutto il mondo arricchiscono dei loro colori, delle loro lingue e della loro sapienza di vita la nostra comunità trevigiana; siamo i trevigiani che in tutto il mondo portano la bellezza, l’intelligenza e la dedizione imparate nelle famiglie e nelle comunità di questa nostra bella terra, in passato difficile, sempre generosa. Oro, incenso e mirra.

 Siamo uno scambio vivente di doni, pagine di Vangelo scritte nell’esistenza quotidiana di tanti uomini e donne che, mossi dall’amore di Dio e dalla Parola, si mettono in cammino per essere testimonianza di vita pienamente umana, dignità infinita nel tempo e per l’eternità.

Siamo Chiesa vivente che invia e che riceve doni, doni che sono persone mosse ed animate dalla disponibilità alla rinuncia di sé, senza condizioni. Schiera innumerevole di messaggeri di liete parole e di vita nuova. Oggi don Giuseppe (grazie per la tua disponibilità, per il tuo farti dono), appena ieri don Edy, assieme ai tanti e alle tante partiti fino ai confini della terra, e ai tanti che accoglieremo tra noi. Oro, incenso e mirra.

Assieme al profeta Isaia diciamoci ancora:

“Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio. Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore, perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te, verrà a te la ricchezza delle genti”.

Alziamo gli occhi intorno e guardiamo la profezia della pace, guardiamo i figli e le figlie vicini e lontani, e tutti fratelli e sorelle.

Siamo profezia, siamo presente di pace, siamo compito per il futuro, siamo dono gratuito, suscitato dal dono infinito dell’amore di Dio Padre in Cristo Gesù Signore. Oro, incenso e mirra.

 

 


Messa dell’Epifania con le comunità di lingua straniera e invio missionario di don Giuseppe Danieli

Lunedì 6 gennaio 2025, alle 10.30, nella cattedrale di Treviso, il vescovo Michele Tomasi presiederà la celebrazione eucaristica nella solennità dell’Epifania del Signore.

La “messa dei popoli” sarà animata, come da tradizione, dalle comunità cattoliche di lingua straniera presenti in diocesi, coordinate dall’ufficio di Pastorale delle migrazioni: sono le comunità nigeriana, brasiliana, latinoamericana di lingua spagnola, filippina, ghanese, africana francofona, srilankese, indiana, ucraina, rumena e albanese. Saranno presenti anche i “Trevisani nel mondo”. Quattro i cori impegnati: italiano, filippino, brasiliano, ghanese. Una celebrazione ricca delle lingue, dei canti, dei colori degli abiti tradizionali e delle bandiere delle diverse nazionalità. A concelebrare con il Vescovo ci saranno anche i sacerdoti stranieri che accompagnano, nella diocesi di Treviso, le singole comunità. In questi mesi il vescovo Michele sta facendo la sua visita pastorale proprio alle comunità cattoliche di fedeli immigrati.

All’interno della celebrazione, il Centro missionario curerà anche l’invio di don Giuseppe Danieli, che riceverà dal Vescovo il mandato missionario. Don Giuseppe, infatti, si unirà ai confratelli “fidei donum” di Padova e Vicenza nella chiesa di Boa Vista in Roraima (Brasile), dove operava don Edy Savietto, mancato improvvisamente un anno fa: un segno importante di collaborazione e di scambio tra Chiese sorelle. In omaggio alla terra brasiliana il Vangelo sarà annunciato in portoghese.

La festa, dopo la messa, sarà nell’oratorio parrocchiale di Silea.


Fiere di san Luca: messa con il vescovo venerdì 18 ottobre

Torna anche quest’anno l’incontro del vescovo di Treviso, Michele Tomasi, con i lavoratori delle giostre e con le loro famiglie, alle Fiere di san Luca. Mons. Tomasi presiederà domani, venerdì 18 ottobre, la celebrazione eucaristica alle ore 11, nel capannone in Prato della Fiera, a Treviso. A concelebrare con lui ci saranno il nuovo direttore dell’ufficio diocesano Migrantes, don Silvano Perissinotto, don Marco Cagnin, responsabile del settore che si rivolge ai fieranti e ai circensi per la diocesi di Treviso, don Mirko Dalla Torre, direttore Migrantes della diocesi di Vittorio Veneto, e il parroco di Sant’Ambrogio di Fiera, don Matteo Volpato.

L’iniziativa è promossa dall’ufficio diocesano Migrantes, dalla parrocchia di Sant’Ambrogio di Fiera e dalle Fiere di San Luca.


Migrazioni e missioni: in ascolto per aprire porte

Domenica 29 settembre la Chiesa universale ha celebrato la 110ª Giornata mondiale dei migranti e dei rifugiati. Questo anniversario ci ricorda che – come ha scritto papa Francesco nella lettera di presentazione della giornata – tutta la Chiesa è pellegrina, anzi che è migrante perché siamo tutti in cammino verso il Regno dei cieli. Il mondo, la terra, la vita, ci sono stati dati in dono da Dio, li abbiamo ricevuti da Lui, e siamo chiamati allora a gestirli e a curarli da fratelli e sorelle, non da padroni. Quello che ci aspetta è un percorso di continua conversione, che riguarda ogni battezzato e tutta la comunità dei credenti, soprattutto in questo tempo, in una storia spesso segnata da violenze, guerre e da linguaggi di esclusione, di razzismo e di diffidenza. In questo contesto mi sembra importante ricordare che anche la Chiesa di Treviso non resta alla finestra a guardare. Uno degli aspetti – non l’unico – importante della cura del migrante è quello che la Chiesa da anni offre nell’accoglienza e nell’accompagnamento delle comunità cattoliche di lingua straniera presenti sul nostro territorio. Personalmente, se l’esperienza di missionario “fidei donum” è stata ed è un grande dono, lo è ora anche il fatto di scoprire che c’è l’altra faccia della medaglia e cioè dei cristiani che provengono dall’America Latina, dall’Africa, dall’Asia, dall’Europa dell’est, e che abitano, lavorano, hanno famiglia e celebrano la stessa fede cattolica qui a Treviso. Questa scoperta fa nascere alcune domande. Le nostre comunità cristiane, che hanno espresso ed esprimono un grande slancio missionario, sono capaci di accoglienza e di ricezione del dono della fede da chi viene da un’altra parte del mondo? Siamo capaci di metterci in ascolto della vita di queste persone che hanno lasciato o continuano a lasciare i loro Paesi per trovare un futuro migliore in Italia? Una delle parole forti del mondo missionario italiano di questi ultimi anni è stata “aprire il libro della missione”, invitando i cattolici italiani e le nostre comunità a mettersi in ascolto dei missionari e delle realtà missionarie “ad gentes”. Oggi noi possiamo aprire questo libro mettendoci anche in ascolto dei cattolici che vengono a lavorare nel nostro Paese. Aprire questo dialogo, aprire questa porta, potrebbe aiutarci ad aprirne anche altre, verso il dialogo ecumenico e interreligioso e verso l’impegno sociale e civile, per il riconoscimento dei diritti e dei doveri. Alcune di queste comunità sono seguite da preti provenienti dai loro stessi Paesi d’origine. Attualmente la diocesi di Treviso ne ospita quasi una decina: don Jean-Baptiste Zihalirwa Kalimba (per i cattolici africani francofoni), don Michael Obuo Mensah Fobi (per i cattolici ghanesi), don Udoka  Mgbe’ Okechukwu (per i cattolici nigeriani), don Lucien Vasile Mihut (per i cattolici rumeni di rito bizantino), don Oleg Grygorets (per i cattolici ucraini di rito bizantino), don Carlito Garcia (per i cattolici filippini), don John Poochakkattil Joseph (per i cattolici indiani di rito siro-malabarese e siro-malankarese). Don Luigi dal Bello, parroco di Monastier e già “fidei donum” in Cile e in Paraguay, segue i cattolici di lingua spagnola provenienti dall’America Latina. Vanno ricordati anche alcuni preti cattolici che risiedono in diocesi vicine: don Thusitha Solangaarachchi (dalla diocesi di Venezia, per i cattolici dello Sry-Lanka), don Giuseppe Feng Bo (dalla diocesi di Padova, per i cattolici cinesi) e don Nicivaldo De Oliveira Evangelista (dalla diocesi di Vittorio Veneto, per i cattolici brasiliani). Desidero, infine, ringraziare alcuni di questi fratelli sacerdoti che, dopo un tempo prolungato di servizio qui da noi, ritornano nei loro rispettivi Paesi: don Michael che rientra in Ghana dopo 10 anni di apostolato e don Thusitha, che rientra nello Sri Lanka dopo 4 anni. Come sostituto di don Michael è già arrivato don Gabriel Kofi Sekyere, mentre a Venezia è arrivato anche il sostituto di don Thusitha e cioè don Amila Ravinde Vanderwall. Un grazie riconoscente a chi parte e un benvenuto a chi è arrivato. (don Silvano Perissinotto)

Foto di gruppo per i sacerdoti che accompagnano le comunità cattoliche di lingua straniera presenti in diocesi


“Dio cammina con il suo popolo”: domenica 29 settembre giornata mondiale del migrante e del rifugiato

La Chiesa celebra ogni anno, nell’ultima domenica di settembre, la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, una tradizione iniziata nel 1914 e giunta quest’anno alla sua 110ª edizione. Questa giornata rappresenta un’occasione significativa per esprimere vicinanza e solidarietà a tutte quelle persone che, per molteplici ragioni, sono costrette a spostarsi e a vivere in condizioni di vulnerabilità. È un momento per pregare per loro e riflettere sulle opportunità che la migrazione può offrire.
Per l’edizione del 2024, che si tiene il 29 settembre, il tema scelto da papa Francesco è “Dio cammina con il suo popolo”. Il Pontefice, richiamando la dimensione sinodale della Chiesa, sottolinea come l’intera comunità dei fedeli sia in cammino, proprio come i migranti di oggi, verso la nostra patria ultima, il Regno dei Cieli.
Papa Francesco invita i cristiani a riscoprire la natura itinerante della Chiesa, identificando nei migranti un’immagine viva del popolo di Dio in cammino verso la terra promessa. In questo senso, il Papa afferma che “Dio precede e accompagna il cammino del suo popolo e di tutti i suoi figli di ogni tempo e luogo”, non solo camminando con loro, ma anche in loro, specialmente nei più poveri, emarginati e vulnerabili. Incontrare il migrante, dunque, diventa un modo per incontrare Cristo stesso, che bussa alla nostra porta nelle vesti dell’affamato, del forestiero, del malato e del carcerato, offrendoci così un’opportunità di salvezza.

 

Il Messaggio del Papa per la Giornata

 

La preghiera di papa Francesco

Dio, Padre onnipotente,
noi siamo la tua Chiesa pellegrina
in cammino verso il Regno dei Cieli.
Abitiamo ognuno nella sua patria,
ma come fossimo stranieri.
Ogni regione straniera è la nostra patria,
eppure ogni patria per noi è terra straniera.
Viviamo sulla terra,
ma abbiamo la nostra cittadinanza in cielo.
Non permettere che diventiamo padroni
di quella porzione del mondo
che ci hai donato come dimora temporanea.
Aiutaci a non smettere mai di camminare,
assieme ai nostri fratelli e sorelle migranti,
verso la dimora eterna che tu ci hai preparato.
Apri i nostri occhi e il nostro cuore
affinché ogni incontro con chi è nel bisogno,
diventi un incontro con Gesù, tuo Figlio e nostro Signore. Amen

 

Il sussidio liturgico, con le preghiere dei fedeli, preparato dalla Fondazione Migrantes nazionale

In allegato il numero di Migranti Press dedicato alla Giornata

 


Venerdì 22 marzo a Treviso la veglia per i martiri contemporanei

Anche quest’anno la Comunità di Sant’Egidio di Treviso, mantenendo fede all’impegno preso nel Grande Giubileo del 2000, aiuta ad introdurci nelle celebrazioni della Settimana Santa con la veglia di preghiera ecumenica dei martiri contemporanei, vissuti nel secolo scorso e fino ai giorni nostri: fratelli e sorelle appartenenti alle diverse confessioni cristiane, appartenenti ad ogni stato di vita, che nei cinque continenti hanno vissuto nella loro carne i misteri pasquali che tra qualche settimana celebreremo, persone che sono state fatte oggetto di persecuzioni, privazione della libertà religiosa e della vita.

Nella grande veglia del 2000 al Colosseo, venne sottolineato come il gran numero di cristiani uccisi o perseguitati nel Novecento fosse un continente ancora da esplorare, un patrimonio condiviso da ogni confessione cristiana.
L’appuntamento, sostenuto dall’ufficio diocesano per l’Ecumenismo e il dialogo è per venerdì 22 marzo alle 20.30 nella chiesa di San Martino Urbano, a Treviso, assieme ai rappresentanti delle Comunità ortodosse romena e moldava.


Tratta di persone: a Treviso una mostra e tanti incontri per sensibilizzare sul tema

L’équipe diocesana “Non si tratta”, anche quest’anno, organizza una serie di eventi per sensibilizzare sul tema della tratta di esseri umani.
Si inizia con la mostra fotografica di Stefania Prandi “Le madri lontane”, racconto per immagini delle donne rumene e bulgare che vengono in Italia a lavorare come braccianti per garantire un futuro ai figli. La giornalista e fotografa racconta la loro fatica e il dolore della distanza dai loro figli. Affrontano condizioni spesso disumane. Violenza, ingiustizia, soprusi e povertà sono i regolatori delle giornate lavorative. A casa, le bambine e i bambini restano con le nonne e diventano, per il tempo della lontananza, «orfani bianchi».

Sabato e domenica, 9 e 10, 16 e 17, 23 e 24 marzo, dalle 11 alle 19 a Treviso, nell’oratorio Oikos in via Canoniche 7 (dietro al duomo). Inaugurazione l’8 marzo alle 17.30.

Sempre l’8 marzo, inoltre, Prandi incontrerà gli studenti del Collegio Pio X, all’interno di un percorso di sensibilizzazione sul tema della tratta di persone condotto dall’équipe “Non si tratta”. Il 15 marzo ci sarà anche un corso di formazione degli insegnanti di Religione cattolica delle scuole superiori in collaborazione con l’ufficio Irc, con Mirta dal Pra che, il 16 marzo alle 10.30, terrà un incontro aperto sulle relazioni con i migranti. Sabato 23 alle 17.30, musiche e testi dal reportage di Prandi, con la partecipazione del Vescovo. Gli ultimi due eventi, sempre in oratorio. Informazioni a nonsitrattatreviso@gmail.com.


“Un pane per amor di Dio”: per una Quaresima di condivisione con i nostri missionari

Inizia con il mercoledì delle Ceneri la tradizionale colletta “Un pane per amor di Dio”, che caratterizza ogni anno la Quaresima di fraternità. Da questo segno di condivisione, solidarietà e partecipazione viene di fatto il sostegno principale ai nostri missionari e missionarie fidei donum (e non solo) nel loro servizio al Vangelo e ai poveri in altre Chiese.
La colletta è un’iniziativa della nostra Chiesa diocesana, unisce tutte le comunità e i singoli credenti in un gesto di fede e di carità e sostiene le iniziative dei nostri missionari in Paraguay, in Brasile o in Ciad. Tutti i progetti, ma anche le iniziative e il sostegno alla vita ordinaria della missione, fanno conto proprio sulle collette che come diocesi sosteniamo nei tempi forti.
A volte sembra più “efficace” passare attraverso singoli micro-progetti, le parrocchie cercano il contatto diretto e personale con il singolo missionario, ma la colletta di Quaresima, come anche quella di Avvento, vuole, invece, superare rischi di personalismi o particolarismi, e ricollocare dentro una dimensione ecclesiale anche la nostra generosità.
Da parte di chi dona chiede il coraggio di fidarsi e di sentirsi parte di una Chiesa che condivide non solo la dimensione materiale, ma anche il cammino di fede, la prospettiva comune di evangelizzare e lasciarsi evangelizzare. Certo, questo chiede che, oltre al donare, ci sia, poi, anche l’incontro, l’ascolto, il dialogo con le altre Chiese sorelle. Da parte di chi riceve chiede di individuare gli interventi più necessari e sostenibili per la vita di quella Chiesa, interventi sostenuti non solo dalla creatività e disponibilità del missionario, ma di una Chiesa locale che individua le proprie urgenze ed esigenze su cui lei per prima, come comunità credente, si mette in gioco. In entrambi i casi apre alla solidarietà e cooperazione tra Chiese.
Quest’anno, la locandina richiama il testo di Marco, che pone la domanda ai suoi discepoli: “Quanti pani avete?” (Mc 8,5). Una domanda che segue l’incontro della donna la cui figlia è posseduta dallo spirito immondo. E’ la donna che alla provocazione “non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”, viene, invece, elogiata da Gesù per la risposta chiara e decisa: “Anche i cagnolini mangiano le briciole!”. Il testo segue anche l’episodio della guarigione del sordomuto, con l’invito ad “aprirsi”, e a comunicare correttamente. In fondo ci ricorda che alla domanda: “Quanti pane avete?” rispondono coloro che hanno fatto prima esperienza di guarigione, e ora sono disposti, nel “mettersi alla ricerca del pane”, ad annunciare, testimoniare un dono più grande, un dono da condividere. Alla domanda rispondono coralmente i discepoli: “Sette!”, è la “pienezza”, la totalità di quanto serve alla moltitudine, a tutti. E’ un dono. Non è Pietro ad avere sette pani, neppure Giacomo, né Giovanni… I pani stanno nelle mani “di tutti”; è insieme, e insieme a Gesù, che “non manca nulla!”. E’ insieme, in un dono condiviso, che tutti possono mangiare in abbondanza e nutrire la nostra fede che diventa sequela di Gesù.
Per unirci alla solidarietà della nostra Chiesa diocesana, con le Chiese sorelle in cui sono presenti i nostri missionari, possiamo anche ricorrere all’Iban di Banca Etica intestato al Centro missionario diocesano: IT61K0501812000000011423993 causale colletta “Un pane per amor di Dio 2024”. (don Gianfranco Pegoraro, direttore del Centro missionario diocesano)

Articolo in uscita nel numero della “Vita del popolo” del 18 febbraio

Locandina in allegato


Don Luigi Cecchin, una santità a servizio dei poveri: aperta in Brasile la causa di beatificazione

Un numero straordinario di persone, fedeli laici, sacerdoti, religiosi, autorità civili, ha partecipato martedì 6 febbraio, nella cattedrale di Limoeiro, in Brasile, all’apertura della causa di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio don Luigi Cecchin, sacerdote “fidei donum” della nostra diocesi, ma “figlio adottato, e tanto amato e venerato” della diocesi di Nazaré, come lo ha definito il vescovo Francisco de Assis Dantas De Lucena. Una celebrazione eucaristica, seguita dal rito con la lettura del Decreto di introduzione della causa, l’insediamento e il giuramento dei membri del Tribunale diocesano che giudicheranno sull’esemplarità della vita di don Luigi. Era presente anche una delegazione della nostra diocesi, con don Livio Buso e don Luca Biasini, parroco e vicario parrocchiale di San Martino di Lupari, e con alcuni membri dell’associazione Avatem, fondata per sostenere a distanza i ragazzi dell’Istituto padre Luigi Cecchin di Limoeiro, nella diocesi di Nazaré.
Registrato alla nascita, l’11 dicembre 1924, all’anagrafe di San Martino di Lupari, don Luigi è, poi, cresciuto frequentando la parrocchia di Galliera Veneta. Dopo vent’anni di ministero nella nostra diocesi come cappellano e come padre spirituale nel Seminario diocesano, il 6 febbraio 1969 sbarcò in Brasile, al porto di Rio de Janeiro. Il 26 maggio arrivò, in corriera e con solo una valigetta nera in mano, a Limoeiro, località dello Stato del Pernambuco, nel nordest del Brasile, luogo di grande povertà.
Si fece povero tra i poveri e operò sostenuto da tanti amici in Italia, che hanno permesso l’educazione e la formazione di moltissimi bambini e ragazzi che don Luigi – pe. Luìs, per la gente – accoglieva nel “Centro di formazione dei minori”, fondato da lui nel 1970, e che ora porta il suo nome. Per più di quarant’anni don Luigi ha svolto il suo ministero presbiterale in Brasile. L’ultimo viaggio in Italia, nel 2010, per delle cure. Il biglietto era di “andata e ritorno”, ma il viaggio della vita lo portò alla Casa del Padre mentre era ospite del fratello Angelo a Mussolente, assistito dalla famiglia e dal suo vescovo, mons. Severino Batista de França, che arrivò per accompagnarlo nei suoi ultimi giorni di vita. Dopo la sua morte, don Luigi fu subito riportato a Limoeiro, tra la sua gente. Tutta la città lo accompagnò nel funerale il lunedì di Pasqua. Sepolto nella sua parrocchia, accanto all’altare della chiesa di San Sebastiano, la sua tomba è stata fin da subito luogo di preghiera. La gente di Limoeiro lo chiamava “o santinho”, il piccolo santo. La raccolta di testimonianze sulla sua persona, sia dal Brasile che dall’Italia, è già corposa. Il 21 settembre 2023 è arrivato il “nihil obstat” da parte del Dicastero per le cause dei Santi per procedere all’apertura dell’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù e la fama di santità di don Luigi, Servo di Dio.
E così, a 55 anni esatti dal giorno del suo arrivo in terra brasiliana, la fase diocesana è stata aperta in un clima di festa e di gioia, nel rendimento di grazie al Signore per la vita di don Luigi, alla presenza di circa 1.200 persone (con molte altre collegate in diretta, anche dall’Italia), di moltissimi sacerdoti e di tre vescovi: oltre mons. Francisco, hanno concelebrato anche il suo predecessore, mons. De França, vescovo emerito, che nel 2010 riportò “a casa” don Luigi, e padre Dino Marchiò, vescovo emerito di Caruaru, diocesi nello Stato del Pernambuco.
Il vescovo Francisco, durante la celebrazione eucaristica, ha letto il messaggio a lui rivolto dal nostro Vescovo, nel quale mons. Tomasi esprime gioia e gratitudine per l’avvio della causadi beatificazione di don Luigi. Il Vescovo riconosce come sia “un grande dono anche per tutta la nostra diocesi, e in particolare per il nostro presbiterio diocesano, sapere che l’amore e la dedizione ministeriale vissuti da don Luigi continuano a essere fecondi, fino al punto da far scaturire nel popolo, che Lui ha amato e servito, il desiderio che la Chiesa ne possa riconoscere ufficialmente il cammino di santità. La santità, dunque, è un cammino possibile: è la stessa missione che Dio ci ha affidato”, scrive il Vescovo, citando gli scritti di don Luigi e il magistero di papa Francesco, e ricordando che non esiste cammino di santità senza appartenere a un popolo: “E questo vale tanto più per un pastore, che, come fratello tra fratelli, alimenta con la sua vita santa il cammino di santità del popolo che gli è affidato, e nel contempo viene nutrito e sorretto nel suo ministero dal Signore attraverso i segni di santità presenti quel popolo”.
“La memoria della vita don Luigi – l’augurio finale di mons. Tomasi -, continuerà a favorire la comunione tra le nostre Chiese sorelle, nel ricordo di quello scambio di doni che le nostre Chiese di Treviso e Nazaré hanno vissuto nella loro storia; a rinnovare in noi lo slancio apostolico e missionario di Cristo, il Buon Pastore d’amore; ad amare i poveri, quali primi destinatari del Vangelo”. (Alessandra Cecchin)

Servizio in uscita nella “Vita del popolo” dell’11 febbraio 2024