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“Siamo Chiesa delle genti, scambio vivente di doni, siamo profezia e presente di pace”: in cattedrale a Treviso Epifania con la festa dei popoli

All’interno della celebrazione il Vescovo ha conferito il mandato missionario a don Giuseppe Danieli, in partenza come “fidei donum” per la diocesi di Roraima, in Brasile

Oltre un migliaio le persone che hanno gremito la cattedrale di Treviso, questa mattina, per la solennità dell’Epifania del Signore. Un unico popolo dalle molte lingue, esperienze e colori, come ha ricordato il vescovo, Michele Tomasi, in quella che da molti anni viene vissuta come la “messa dei popoli”. Davvero molti i sacerdoti concelebranti. Presenti anche le autorità, dal sindaco di Treviso, Mario Conte, al presidente del Consiglio comunale, Antonio Dotto, dall’assessora Gloria Tessarollo alla consigliera Antonella Tocchetto, e poi il vicario del Questore, Domenico De Maio, e il viceprefetto aggiunto, Giacomo Toma.

Dai canti alle letture, alle preghiere nelle diverse lingue del mondo, la celebrazione è stata animata dalle comunità cattoliche di lingua straniera presenti in diocesi, coordinate dall’ufficio di Pastorale delle migrazioni.  Presente anche l’associazione dei Trevisani nel mondo.

Numerosi i riferimenti alla pace e alla convivenza che arricchisce, negli interventi e nelle preghiere. All’inizio della celebrazione, nel suo saluto, don Silvano Perissinotto, neodirettore dell’ufficio ha ricordato che “in quest’anno giubilare, assieme a papa Francesco e a tutta la Chiesa siamo chiamati ad aprire le porte che possono aiutarci a vivere da fratelli e sorelle nel mondo – un mondo dove disgraziatamente ancora troppe sono le guerre e le differenze fra le genti – e anche qui da noi, nel territorio della nostra diocesi e nelle nostre comunità cristiane. Aprire e non chiudere. Aprire, motivati e sorretti dal Vangelo e da quella speranza che non delude, scoprendo i volti di cristiani provenienti da tutto il mondo e che cercano vita, famiglia, lavoro, futuro vivendo qui da noi, celebrando la domenica, giorno del Signore e giorno della comunità. Attraverso questi fratelli e sorelle si aprono poi altre porte, perché ogni comunità è aperta ad altre comunità e realtà, con gioie e anche con fatiche. Con le comunità cattoliche qui riunite, e a nome loro, ringrazio le autorità qui presenti, consapevoli che mantenere le porte aperte è possibile con il contributo e il servizio di ognuno, secondo i compiti affidati, per il bene comune e nel rispetto dei diritti e dei doveri di ciascuno”.

All’interno della celebrazione il vescovo ha affidato il mandato missionario a don Giuseppe Danieli, in partenza per la diocesi di Roraima (Brasile), dove operava don Edy Savietto, mancato improvvisamente un anno fa. E proprio don Giuseppe ha proclamato il Vangelo in portoghese.

Riflettendo sui doni preziosi e simbolici – oro, incenso e mirra – portati al Bambino Gesù dai saggi venuti dal lontano oriente, il Vescovo ha ricordato i passi della Scrittura in cui sono menzionati: “Tutta la storia del rapporto di Dio con il suo popolo, la relazione che Dio decide di stringere in questa storia, per la salvezza e la gioia di tutta l’umanità, risuona e risplende nei segni dei doni portati dai Magi. I Magi rappresentano la piena e assoluta gratuità della risposta di un’umanità che sa guardare al cielo e riesce a scrutare il mistero profondo della vita, e che si mette in cammino per portare doni gratuiti alla gratuità assoluta di Dio, che si coinvolge pienamente e definitivamente con la storia degli uomini creati e salvati, solo e unicamente per amore. Gratuitamente. È un incontro di sovrabbondanza piena e feconda, che avviene nella povertà – che è tutta dono – di Gesù custodito da Maria – ha sottolineato mons. Tomasi -. Un incontro che sta avvenendo qui, ora”.

Siamo Chiesa radunata dalle genti, e siamo Chiesa delle genti. Lo stesso corpo – ha ricordato il Vescovo – senza distinzione di eredità o di promessa, di dignità e di valore, ma nella ricchezza molteplice di doni viventi e vari. Siamo sovrabbondanza di esperienze condivise. Siamo le genti che da tutto il mondo arricchiscono dei loro colori, delle loro lingue e della loro sapienza di vita la nostra comunità trevigiana; siamo i trevigiani che in tutto il mondo portano la bellezza, l’intelligenza e la dedizione imparate nelle famiglie e nelle comunità di questa nostra bella terra, in passato difficile, sempre generosa. Siamo uno scambio vivente di doni, pagine di Vangelo scritte nell’esistenza quotidiana di tanti uomini e donne che, mossi dall’amore di Dio e dalla Parola, si mettono in cammino per essere testimonianza di vita pienamente umana, dignità infinita nel tempo e per l’eternità. Siamo Chiesa vivente che invia e che riceve doni, doni che sono persone mosse ed animate dalla disponibilità alla rinuncia di sé, senza condizioni. Schiera innumerevole di messaggeri di liete parole e di vita nuova. Oggi don Giuseppe (grazie per la tua disponibilità, per il tuo farti dono), appena ieri don Edy, assieme ai tanti e alle tante partiti fino ai confini della terra, e ai tanti che accoglieremo tra noi”.

Echeggiando le parole del profeta Isaia, una invocazione forte per la pace e la fraternità: “Alziamo gli occhi intorno e guardiamo la profezia della pace, guardiamo i figli e le figlie vicini e lontani, e tutti fratelli e sorelle. Siamo profezia, siamo presente di pace, siamo compito per il futuro, siamo dono gratuito, suscitato dal dono infinito dell’amore di Dio Padre in Cristo Gesù Signore”.

Dopo gli abbracci, le foto e gli auguri, la festa si è spostata nell’oratorio della parrocchia di Silea.

 

Pubblichiamo l’omelia integrale del Vescovo:

Omelia nella solennità dell’Epifania del Signore

«Festa dei popoli»

6 gennaio 2025 – Cattedrale di Treviso

Dal lontano oriente i Magi hanno visto spuntare la stella del re dei Giudei, e si sono messi in camino verso Gerusalemme. A Gerusalemme, tra coloro che avrebbero dovuto attendere con trepidazione, con ansia addirittura la venuta del re atteso, nessuno si era accorto di nulla: non il re violento e prepotente, non i sacerdoti o gli scribi, custodi della sapienza di Israele, depositari della promessa.

Tutti rimangono turbati dalla visita di questi uomini che vengono da lontano.

Erode finge interesse, e invia i Magi come se li mandasse in avanscoperta, per andare poi anche lui a prostrarsi davanti al nuovo nato, ad adorarlo. Degli altri, nessuno si muove.

I Magi si rimettono in cammino. Per niente turbati – loro – provano piuttosto “una gioia grandissima”. Arrivano alla casa dove trovano “il bambino e Maria sua madre”, si prostrano ed adorano. Ed aprono i loro scrigni.

Sì, è proprio così: nel popolo santo nessuno si muove per andare in cerca del proprio re (non sono nemmeno curiosi, dunque, sono soltanto “turbati”), mentre questi saggi venuti dal lontano oriente portano addirittura con sé dei doni. Doni preziosi, doni pensati e procurati prima della partenza, portati con sé nel lungo e pericoloso viaggio, custoditi con cura.

Vorrei gettare con voi uno sguardo un po’ più ravvicinato su questi doni preziosi e simbolici.

Oro, incenso e mirra.

Oro e incenso sono spesso menzionati insieme nelle Scritture: dal tempio in cui l’altare dell’incenso è tutto d’oro, e dal sommo sacerdote paragonato ad oro e incenso, fino alle profezie di Isaia, nelle quali uno stuolo di cammelli invade Gerusalemme portando oro e incenso, segno delle immense ricchezze dell’oriente.

Mirra ed incenso sono invece associate l’una all’altro nel Cantico dei Cantici per descrivere la fragranza e la meraviglia del profumo dell’amata, e la mirra descrive l’amato che profuma il cuore dell’amata. E la Sapienza, che ha piantato la sua tenda in Israele, è paragonata a profumo di mirra scelta e a nuvola di incenso nella tenda.

Ma la mirra è usata anche nei riti funebri: secondo il Vangelo di Giovanni il corpo di Gesù calato dalla croce sarà trattato con “trenta chili di miscela di mirra e di aloe” (Gv 19,39), e a Gesù in croce verrà posto sulle labbra “vino mescolato a mirra”, secondo il racconto di Marco (Mc 15,23).

Ricchezze portate al Re, profumi che impreziosiscono la relazione di amore tra l’amato e l’amata e fra Dio e il popolo, e la cura pietosa del corpo del crocifisso amato: tutto questo risuona e risplende nei segni dei doni portati dai Magi, tutta la storia del rapporto di Dio con il suo popolo, la relazione che Dio decide di stringere in questa storia per la salvezza e la gioia di tutta l’umanità.

I Magi rappresentano la piena e assoluta gratuità della risposta di un’umanità che sa guardare al cielo e riesce a scrutare il mistero profondo della vita, e che si mette in cammino per portare doni gratuiti alla gratuità assoluta di Dio, che si coinvolge pienamente e definitivamente con la storia degli uomini creati e salvati, solo ed unicamente per amore. Gratuitamente.

È un incontro di sovrabbondanza piena e feconda, che avviene nella povertà – che è tutta dono – di Gesù custodito da Maria.

Ma questo incontro sta avvenendo qui, ora.

Le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo

e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo”. Così scrive san Paolo agli Efesini (e a noi).

 Siamo Chiesa radunata dalle genti, e siamo Chiesa delle genti. Lo stesso corpo senza distinzione di eredità o di promessa, di dignità e di valore, ma nella ricchezza molteplice di doni viventi e vari. Oro, incenso e mirra.

 Siamo sovrabbondanza di esperienze condivise. Siamo le genti che da tutto il mondo arricchiscono dei loro colori, delle loro lingue e della loro sapienza di vita la nostra comunità trevigiana; siamo i trevigiani che in tutto il mondo portano la bellezza, l’intelligenza e la dedizione imparate nelle famiglie e nelle comunità di questa nostra bella terra, in passato difficile, sempre generosa. Oro, incenso e mirra.

 Siamo uno scambio vivente di doni, pagine di Vangelo scritte nell’esistenza quotidiana di tanti uomini e donne che, mossi dall’amore di Dio e dalla Parola, si mettono in cammino per essere testimonianza di vita pienamente umana, dignità infinita nel tempo e per l’eternità.

Siamo Chiesa vivente che invia e che riceve doni, doni che sono persone mosse ed animate dalla disponibilità alla rinuncia di sé, senza condizioni. Schiera innumerevole di messaggeri di liete parole e di vita nuova. Oggi don Giuseppe (grazie per la tua disponibilità, per il tuo farti dono), appena ieri don Edy, assieme ai tanti e alle tante partiti fino ai confini della terra, e ai tanti che accoglieremo tra noi. Oro, incenso e mirra.

Assieme al profeta Isaia diciamoci ancora:

Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio. Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore, perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te, verrà a te la ricchezza delle genti”.

Alziamo gli occhi intorno e guardiamo la profezia della pace, guardiamo i figli e le figlie vicini e lontani, e tutti fratelli e sorelle.

Siamo profezia, siamo presente di pace, siamo compito per il futuro, siamo dono gratuito, suscitato dal dono infinito dell’amore di Dio Padre in Cristo Gesù Signore. Oro, incenso e mirra.

 

 


Messa dell’Epifania con le comunità di lingua straniera e invio missionario di don Giuseppe Danieli

Lunedì 6 gennaio 2025, alle 10.30, nella cattedrale di Treviso, il vescovo Michele Tomasi presiederà la celebrazione eucaristica nella solennità dell’Epifania del Signore.

La “messa dei popoli” sarà animata, come da tradizione, dalle comunità cattoliche di lingua straniera presenti in diocesi, coordinate dall’ufficio di Pastorale delle migrazioni: sono le comunità nigeriana, brasiliana, latinoamericana di lingua spagnola, filippina, ghanese, africana francofona, srilankese, indiana, ucraina, rumena e albanese. Saranno presenti anche i “Trevisani nel mondo”. Quattro i cori impegnati: italiano, filippino, brasiliano, ghanese. Una celebrazione ricca delle lingue, dei canti, dei colori degli abiti tradizionali e delle bandiere delle diverse nazionalità. A concelebrare con il Vescovo ci saranno anche i sacerdoti stranieri che accompagnano, nella diocesi di Treviso, le singole comunità. In questi mesi il vescovo Michele sta facendo la sua visita pastorale proprio alle comunità cattoliche di fedeli immigrati.

All’interno della celebrazione, il Centro missionario curerà anche l’invio di don Giuseppe Danieli, che riceverà dal Vescovo il mandato missionario. Don Giuseppe, infatti, si unirà ai confratelli “fidei donum” di Padova e Vicenza nella chiesa di Boa Vista in Roraima (Brasile), dove operava don Edy Savietto, mancato improvvisamente un anno fa: un segno importante di collaborazione e di scambio tra Chiese sorelle. In omaggio alla terra brasiliana il Vangelo sarà annunciato in portoghese.

La festa, dopo la messa, sarà nell’oratorio parrocchiale di Silea.


Fiere di san Luca: messa con il vescovo venerdì 18 ottobre

Torna anche quest’anno l’incontro del vescovo di Treviso, Michele Tomasi, con i lavoratori delle giostre e con le loro famiglie, alle Fiere di san Luca. Mons. Tomasi presiederà domani, venerdì 18 ottobre, la celebrazione eucaristica alle ore 11, nel capannone in Prato della Fiera, a Treviso. A concelebrare con lui ci saranno il nuovo direttore dell’ufficio diocesano Migrantes, don Silvano Perissinotto, don Marco Cagnin, responsabile del settore che si rivolge ai fieranti e ai circensi per la diocesi di Treviso, don Mirko Dalla Torre, direttore Migrantes della diocesi di Vittorio Veneto, e il parroco di Sant’Ambrogio di Fiera, don Matteo Volpato.

L’iniziativa è promossa dall’ufficio diocesano Migrantes, dalla parrocchia di Sant’Ambrogio di Fiera e dalle Fiere di San Luca.


“Dio cammina con il suo popolo”: domenica 29 settembre giornata mondiale del migrante e del rifugiato

La Chiesa celebra ogni anno, nell’ultima domenica di settembre, la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, una tradizione iniziata nel 1914 e giunta quest’anno alla sua 110ª edizione. Questa giornata rappresenta un’occasione significativa per esprimere vicinanza e solidarietà a tutte quelle persone che, per molteplici ragioni, sono costrette a spostarsi e a vivere in condizioni di vulnerabilità. È un momento per pregare per loro e riflettere sulle opportunità che la migrazione può offrire.
Per l’edizione del 2024, che si tiene il 29 settembre, il tema scelto da papa Francesco è “Dio cammina con il suo popolo”. Il Pontefice, richiamando la dimensione sinodale della Chiesa, sottolinea come l’intera comunità dei fedeli sia in cammino, proprio come i migranti di oggi, verso la nostra patria ultima, il Regno dei Cieli.
Papa Francesco invita i cristiani a riscoprire la natura itinerante della Chiesa, identificando nei migranti un’immagine viva del popolo di Dio in cammino verso la terra promessa. In questo senso, il Papa afferma che “Dio precede e accompagna il cammino del suo popolo e di tutti i suoi figli di ogni tempo e luogo”, non solo camminando con loro, ma anche in loro, specialmente nei più poveri, emarginati e vulnerabili. Incontrare il migrante, dunque, diventa un modo per incontrare Cristo stesso, che bussa alla nostra porta nelle vesti dell’affamato, del forestiero, del malato e del carcerato, offrendoci così un’opportunità di salvezza.

 

Il Messaggio del Papa per la Giornata

 

La preghiera di papa Francesco

Dio, Padre onnipotente,
noi siamo la tua Chiesa pellegrina
in cammino verso il Regno dei Cieli.
Abitiamo ognuno nella sua patria,
ma come fossimo stranieri.
Ogni regione straniera è la nostra patria,
eppure ogni patria per noi è terra straniera.
Viviamo sulla terra,
ma abbiamo la nostra cittadinanza in cielo.
Non permettere che diventiamo padroni
di quella porzione del mondo
che ci hai donato come dimora temporanea.
Aiutaci a non smettere mai di camminare,
assieme ai nostri fratelli e sorelle migranti,
verso la dimora eterna che tu ci hai preparato.
Apri i nostri occhi e il nostro cuore
affinché ogni incontro con chi è nel bisogno,
diventi un incontro con Gesù, tuo Figlio e nostro Signore. Amen

 

Il sussidio liturgico, con le preghiere dei fedeli, preparato dalla Fondazione Migrantes nazionale

In allegato il numero di Migranti Press dedicato alla Giornata

 


Tratta di persone: a Treviso una mostra e tanti incontri per sensibilizzare sul tema

L’équipe diocesana “Non si tratta”, anche quest’anno, organizza una serie di eventi per sensibilizzare sul tema della tratta di esseri umani.
Si inizia con la mostra fotografica di Stefania Prandi “Le madri lontane”, racconto per immagini delle donne rumene e bulgare che vengono in Italia a lavorare come braccianti per garantire un futuro ai figli. La giornalista e fotografa racconta la loro fatica e il dolore della distanza dai loro figli. Affrontano condizioni spesso disumane. Violenza, ingiustizia, soprusi e povertà sono i regolatori delle giornate lavorative. A casa, le bambine e i bambini restano con le nonne e diventano, per il tempo della lontananza, «orfani bianchi».

Sabato e domenica, 9 e 10, 16 e 17, 23 e 24 marzo, dalle 11 alle 19 a Treviso, nell’oratorio Oikos in via Canoniche 7 (dietro al duomo). Inaugurazione l’8 marzo alle 17.30.

Sempre l’8 marzo, inoltre, Prandi incontrerà gli studenti del Collegio Pio X, all’interno di un percorso di sensibilizzazione sul tema della tratta di persone condotto dall’équipe “Non si tratta”. Il 15 marzo ci sarà anche un corso di formazione degli insegnanti di Religione cattolica delle scuole superiori in collaborazione con l’ufficio Irc, con Mirta dal Pra che, il 16 marzo alle 10.30, terrà un incontro aperto sulle relazioni con i migranti. Sabato 23 alle 17.30, musiche e testi dal reportage di Prandi, con la partecipazione del Vescovo. Gli ultimi due eventi, sempre in oratorio. Informazioni a nonsitrattatreviso@gmail.com.


“Un pane per amor di Dio”: per una Quaresima di condivisione con i nostri missionari

Inizia con il mercoledì delle Ceneri la tradizionale colletta “Un pane per amor di Dio”, che caratterizza ogni anno la Quaresima di fraternità. Da questo segno di condivisione, solidarietà e partecipazione viene di fatto il sostegno principale ai nostri missionari e missionarie fidei donum (e non solo) nel loro servizio al Vangelo e ai poveri in altre Chiese.
La colletta è un’iniziativa della nostra Chiesa diocesana, unisce tutte le comunità e i singoli credenti in un gesto di fede e di carità e sostiene le iniziative dei nostri missionari in Paraguay, in Brasile o in Ciad. Tutti i progetti, ma anche le iniziative e il sostegno alla vita ordinaria della missione, fanno conto proprio sulle collette che come diocesi sosteniamo nei tempi forti.
A volte sembra più “efficace” passare attraverso singoli micro-progetti, le parrocchie cercano il contatto diretto e personale con il singolo missionario, ma la colletta di Quaresima, come anche quella di Avvento, vuole, invece, superare rischi di personalismi o particolarismi, e ricollocare dentro una dimensione ecclesiale anche la nostra generosità.
Da parte di chi dona chiede il coraggio di fidarsi e di sentirsi parte di una Chiesa che condivide non solo la dimensione materiale, ma anche il cammino di fede, la prospettiva comune di evangelizzare e lasciarsi evangelizzare. Certo, questo chiede che, oltre al donare, ci sia, poi, anche l’incontro, l’ascolto, il dialogo con le altre Chiese sorelle. Da parte di chi riceve chiede di individuare gli interventi più necessari e sostenibili per la vita di quella Chiesa, interventi sostenuti non solo dalla creatività e disponibilità del missionario, ma di una Chiesa locale che individua le proprie urgenze ed esigenze su cui lei per prima, come comunità credente, si mette in gioco. In entrambi i casi apre alla solidarietà e cooperazione tra Chiese.
Quest’anno, la locandina richiama il testo di Marco, che pone la domanda ai suoi discepoli: “Quanti pani avete?” (Mc 8,5). Una domanda che segue l’incontro della donna la cui figlia è posseduta dallo spirito immondo. E’ la donna che alla provocazione “non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”, viene, invece, elogiata da Gesù per la risposta chiara e decisa: “Anche i cagnolini mangiano le briciole!”. Il testo segue anche l’episodio della guarigione del sordomuto, con l’invito ad “aprirsi”, e a comunicare correttamente. In fondo ci ricorda che alla domanda: “Quanti pane avete?” rispondono coloro che hanno fatto prima esperienza di guarigione, e ora sono disposti, nel “mettersi alla ricerca del pane”, ad annunciare, testimoniare un dono più grande, un dono da condividere. Alla domanda rispondono coralmente i discepoli: “Sette!”, è la “pienezza”, la totalità di quanto serve alla moltitudine, a tutti. E’ un dono. Non è Pietro ad avere sette pani, neppure Giacomo, né Giovanni… I pani stanno nelle mani “di tutti”; è insieme, e insieme a Gesù, che “non manca nulla!”. E’ insieme, in un dono condiviso, che tutti possono mangiare in abbondanza e nutrire la nostra fede che diventa sequela di Gesù.
Per unirci alla solidarietà della nostra Chiesa diocesana, con le Chiese sorelle in cui sono presenti i nostri missionari, possiamo anche ricorrere all’Iban di Banca Etica intestato al Centro missionario diocesano: IT61K0501812000000011423993 causale colletta “Un pane per amor di Dio 2024”. (don Gianfranco Pegoraro, direttore del Centro missionario diocesano)

Articolo in uscita nel numero della “Vita del popolo” del 18 febbraio

Locandina in allegato


Don Luigi Cecchin, una santità a servizio dei poveri: aperta in Brasile la causa di beatificazione

Un numero straordinario di persone, fedeli laici, sacerdoti, religiosi, autorità civili, ha partecipato martedì 6 febbraio, nella cattedrale di Limoeiro, in Brasile, all’apertura della causa di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio don Luigi Cecchin, sacerdote “fidei donum” della nostra diocesi, ma “figlio adottato, e tanto amato e venerato” della diocesi di Nazaré, come lo ha definito il vescovo Francisco de Assis Dantas De Lucena. Una celebrazione eucaristica, seguita dal rito con la lettura del Decreto di introduzione della causa, l’insediamento e il giuramento dei membri del Tribunale diocesano che giudicheranno sull’esemplarità della vita di don Luigi. Era presente anche una delegazione della nostra diocesi, con don Livio Buso e don Luca Biasini, parroco e vicario parrocchiale di San Martino di Lupari, e con alcuni membri dell’associazione Avatem, fondata per sostenere a distanza i ragazzi dell’Istituto padre Luigi Cecchin di Limoeiro, nella diocesi di Nazaré.
Registrato alla nascita, l’11 dicembre 1924, all’anagrafe di San Martino di Lupari, don Luigi è, poi, cresciuto frequentando la parrocchia di Galliera Veneta. Dopo vent’anni di ministero nella nostra diocesi come cappellano e come padre spirituale nel Seminario diocesano, il 6 febbraio 1969 sbarcò in Brasile, al porto di Rio de Janeiro. Il 26 maggio arrivò, in corriera e con solo una valigetta nera in mano, a Limoeiro, località dello Stato del Pernambuco, nel nordest del Brasile, luogo di grande povertà.
Si fece povero tra i poveri e operò sostenuto da tanti amici in Italia, che hanno permesso l’educazione e la formazione di moltissimi bambini e ragazzi che don Luigi – pe. Luìs, per la gente – accoglieva nel “Centro di formazione dei minori”, fondato da lui nel 1970, e che ora porta il suo nome. Per più di quarant’anni don Luigi ha svolto il suo ministero presbiterale in Brasile. L’ultimo viaggio in Italia, nel 2010, per delle cure. Il biglietto era di “andata e ritorno”, ma il viaggio della vita lo portò alla Casa del Padre mentre era ospite del fratello Angelo a Mussolente, assistito dalla famiglia e dal suo vescovo, mons. Severino Batista de França, che arrivò per accompagnarlo nei suoi ultimi giorni di vita. Dopo la sua morte, don Luigi fu subito riportato a Limoeiro, tra la sua gente. Tutta la città lo accompagnò nel funerale il lunedì di Pasqua. Sepolto nella sua parrocchia, accanto all’altare della chiesa di San Sebastiano, la sua tomba è stata fin da subito luogo di preghiera. La gente di Limoeiro lo chiamava “o santinho”, il piccolo santo. La raccolta di testimonianze sulla sua persona, sia dal Brasile che dall’Italia, è già corposa. Il 21 settembre 2023 è arrivato il “nihil obstat” da parte del Dicastero per le cause dei Santi per procedere all’apertura dell’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù e la fama di santità di don Luigi, Servo di Dio.
E così, a 55 anni esatti dal giorno del suo arrivo in terra brasiliana, la fase diocesana è stata aperta in un clima di festa e di gioia, nel rendimento di grazie al Signore per la vita di don Luigi, alla presenza di circa 1.200 persone (con molte altre collegate in diretta, anche dall’Italia), di moltissimi sacerdoti e di tre vescovi: oltre mons. Francisco, hanno concelebrato anche il suo predecessore, mons. De França, vescovo emerito, che nel 2010 riportò “a casa” don Luigi, e padre Dino Marchiò, vescovo emerito di Caruaru, diocesi nello Stato del Pernambuco.
Il vescovo Francisco, durante la celebrazione eucaristica, ha letto il messaggio a lui rivolto dal nostro Vescovo, nel quale mons. Tomasi esprime gioia e gratitudine per l’avvio della causadi beatificazione di don Luigi. Il Vescovo riconosce come sia “un grande dono anche per tutta la nostra diocesi, e in particolare per il nostro presbiterio diocesano, sapere che l’amore e la dedizione ministeriale vissuti da don Luigi continuano a essere fecondi, fino al punto da far scaturire nel popolo, che Lui ha amato e servito, il desiderio che la Chiesa ne possa riconoscere ufficialmente il cammino di santità. La santità, dunque, è un cammino possibile: è la stessa missione che Dio ci ha affidato”, scrive il Vescovo, citando gli scritti di don Luigi e il magistero di papa Francesco, e ricordando che non esiste cammino di santità senza appartenere a un popolo: “E questo vale tanto più per un pastore, che, come fratello tra fratelli, alimenta con la sua vita santa il cammino di santità del popolo che gli è affidato, e nel contempo viene nutrito e sorretto nel suo ministero dal Signore attraverso i segni di santità presenti quel popolo”.
“La memoria della vita don Luigi – l’augurio finale di mons. Tomasi -, continuerà a favorire la comunione tra le nostre Chiese sorelle, nel ricordo di quello scambio di doni che le nostre Chiese di Treviso e Nazaré hanno vissuto nella loro storia; a rinnovare in noi lo slancio apostolico e missionario di Cristo, il Buon Pastore d’amore; ad amare i poveri, quali primi destinatari del Vangelo”. (Alessandra Cecchin)

Servizio in uscita nella “Vita del popolo” dell’11 febbraio 2024


L’Islam e la fraternità umana: intervista a don Giulio Osto e don Virgilio Sottana, di ritorno dal IV Congresso internazionale “Islam and human fraternity” ad Abu Dhabi

Due docenti della Facoltà teologica del Triveneto hanno partecipato ad Abu Dhabi al IV Congresso internazionale “Islam and human fraternity” (4-7 febbraio 2024), promosso da Pluriel (Piattaforma universitaria per la ricerca sull’islam in Europa e Libano), per studiare gli impatti del Documento sulla fratellanza umana, a cinque anni dalla firma da parte di Papa Francesco e del Grande Imam Al-Tayyib.

Don Virgilio Sottana (membro del gruppo di ricerca di Roma-Gregoriana di Pluriel e docente dell’Istituto superiore di Scienze religiose di Belluno-Feltre, Treviso, Vittorio Veneto) e don Giulio Osto (docente dell’Istituto superiore di Scienze religiose di Padova) riportano quanto è emerso dai lavori tenuti nella capitale degli Emirati Arabi.

L’intervista è pubblicata sul sito della Facoltà teologica del Triveneto a questo link https://www.fttr.it/lislam-e-la-fraternita-umana/

Sono molti gli spunti che vengono dall’interazione con altre competenze e prospettive. In particolare, viene evidenziato che il concetto di “fraternità” sta offrendo un contributo significativo nel ripensare la convivenza umana, non solo dal punto di vista religioso, ma anche a livello socio-culturale, giuridico e geopolitico.

«È stata sottolineata più volte – affermano – l’esigenza di chiarire il concetto di cittadinanza che assume contorni molto diversi a seconda del contesto e del retroterra culturale e religioso. Ciò che va promosso è innanzitutto un approccio alle minoranze nel senso di una valorizzazione delle differenze e della tutela della pluralità. La prospettiva sostenuta è quella di una cittadinanza sempre più inclusiva (inclusive citizenship)».

Una questione centrale è quella che interpella cristiani e musulmani a comprendere la fraternità a partire dalla propria tradizione di appartenenza, ma in dialogo con le comprensioni gli uni degli altri. In questa prospettiva «la riflessione teologica deve riscoprire il valore costitutivo della condivisione di vita e della preghiera tra credenti, come luogo teologico decisivo per una teologia non solo interreligiosa, ma dialogale, ripensata cioè tenendo conto dell’altro, pur nella fedeltà e rispetto della propria identità».

La priorità della formazione è la prima cosa che da tempo è coltivata e sottolineata da tutti coloro che si occupano di dialogo interreligioso. Al congresso si è accennato a due luoghi, in particolare, quello della scuola e della famiglia.

Infine, «una buona pratica da favorire rimane quella di occasioni di incontro concreto tra cristiani e musulmani, e altri credenti, a partire dalle reciproche festività, da momenti di scambio interculturale e da iniziative promosse insieme, per una mutua conoscenza reale. Sono sempre le persone a incontrarsi, più che le religioni».


L’Islam e la fraternità umana: intervista a don Giulio Osto e don Virgilio Sottana, di ritorno dal Congresso internazionale ad Abu Dhabi

Due docenti della Facoltà teologica del Triveneto hanno partecipato ad Abu Dhabi al IV Congresso internazionale “Islam and human fraternity” (4-7 febbraio 2024), promosso da Pluriel (Piattaforma universitaria per la ricerca sull’islam in Europa e Libano), per studiare gli impatti del Documento sulla fratellanza umana, a cinque anni dalla firma da parte di Papa Francesco e del Grande Imam Al-Tayyib.

Don Virgilio Sottana (membro del gruppo di ricerca di Roma-Gregoriana di Pluriel e docente dell’Istituto superiore di Scienze religiose di Belluno-Feltre, Treviso, Vittorio Veneto) e don Giulio Osto (docente dell’Istituto superiore di Scienze religiose di Padova) riportano quanto è emerso dai lavori tenuti nella capitale degli Emirati Arabi.

L’intervista è pubblicata sul sito della Facoltà teologica del Triveneto a questo link https://www.fttr.it/lislam-e-la-fraternita-umana/

Sono molti gli spunti che vengono dall’interazione con altre competenze e prospettive. In particolare, viene evidenziato che il concetto di “fraternità” sta offrendo un contributo significativo nel ripensare la convivenza umana, non solo dal punto di vista religioso, ma anche a livello socio-culturale, giuridico e geopolitico.

«È stata sottolineata più volte – affermano – l’esigenza di chiarire il concetto di cittadinanza che assume contorni molto diversi a seconda del contesto e del retroterra culturale e religioso. Ciò che va promosso è innanzitutto un approccio alle minoranze nel senso di una valorizzazione delle differenze e della tutela della pluralità. La prospettiva sostenuta è quella di una cittadinanza sempre più inclusiva (inclusive citizenship)».

Una questione centrale è quella che interpella cristiani e musulmani a comprendere la fraternità a partire dalla propria tradizione di appartenenza, ma in dialogo con le comprensioni gli uni degli altri. In questa prospettiva «la riflessione teologica deve riscoprire il valore costitutivo della condivisione di vita e della preghiera tra credenti, come luogo teologico decisivo per una teologia non solo interreligiosa, ma dialogale, ripensata cioè tenendo conto dell’altro, pur nella fedeltà e rispetto della propria identità».

La priorità della formazione è la prima cosa che da tempo è coltivata e sottolineata da tutti coloro che si occupano di dialogo interreligioso. Al congresso si è accennato a due luoghi, in particolare, quello della scuola e della famiglia.

Infine, «una buona pratica da favorire rimane quella di occasioni di incontro concreto tra cristiani e musulmani, e altri credenti, a partire dalle reciproche festività, da momenti di scambio interculturale e da iniziative promosse insieme, per una mutua conoscenza reale. Sono sempre le persone a incontrarsi, più che le religioni».


Marcia diocesana da Onè a Casoni

L’impegno per la pace che nasce… dalla testa, dal cuore e dalle mani di ciascuno

Un migliaio le persone, con una punta di 1.400 nel tratto finale, che hanno scelto di partecipare, domenica pomeriggio, 4 febbraio, alla Marcia per la pace promossa dalla diocesi di Treviso, che si è snodata dal sagrato della chiesa di Oné di Fonte fino al palazzetto dello sport di Casoni di Mussolente, dove il vescovo Michele Tomasi alle 18.30 ha celebrato la messa. Una pace non astratta, quella invocata e raccontata lungo il percorso di quasi 8 chilometri: “La pace che si pensa, si sente, si fa”, lo slogan che ha accompagnato il cammino, con le parole di papa Francesco e le testimonianze di alcune persone nelle diverse tappe.

Promossa dalla diocesi di Treviso, la marcia ha avuto il patrocinio dei Comuni di Fonte, San Zenone degli Ezzelini e Mussolente, i territori attraversati dal percorso, i cui sindaci hanno marciato insieme e hanno portato il loro saluto. Hanno preso parte alla marcia anche mons. Claudio Dalla Zuanna, arcivescovo di Beira, in Mozambico, i sindaci dei territori coinvolti e alcuni rappresentati di “Assisi Città della pace”.

Il vescovo Tomasi alla partenza da Oné di Fonte ha ringraziato tutti i presenti ricordando che “siamo insieme in cammino per dire che vogliamo impegnarci per la pace, che siamo disposti a portare in questo servizio la nostra intelligenza “naturale”, umana, che tiene insieme testa, cuore e mani. Siamo disposti a muoverci per essere persone di pace con gli strumenti che il Signore ci dona. Lui ha donato la sua vita, proviamo anche noi a donarci gli uni gli altri. Insieme è più facile”. Un percorso agevolato, lungo strade, viottoli e piazze, da una bella presenza di volontari (quasi 200) e di Forze dell’ordine.

“In questo itinerario abbiamo messo a tema le tre intelligenze: della mente, del cuore e delle mani. Prendendo spunto dal messaggio di papa Francesco, ci siamo chiesti in che modo la pace si deve pensare, si deve sentire e si deve fare – spiega don Paolo Magoga, direttore dell’ufficio diocesano di Pastorale sociale e del lavoro -. Abbiamo riflettuto sull’importanza delle nuove tecnologie (come fa il Papa nel suo Messaggio per la pace di quest’anno, dedicato all’Intelligenza artificiale), che però non possono dettare le regole del gioco della vita personale e comunitaria. Abbiamo dato spazio, attraverso alcune testimonianze, a diverse voci di chi lavora con la tecnologia e ce ne ha illustrato l’utilità e il vantaggio, ma anche i rischi, e abbiamo ascoltato persone, in particolare dei giovani, che ci hanno ricordato anche che realtà come il Creato, i poveri, le persone vittime della guerra ci possono aprire ad altre intelligenze, quelle che spalancano il cuore”.

A intervenire nelle varie tappe, accompagnati dai canti dei gruppi locali, sono stati Giuliano Volpato, presidente della Società Cooperativa ELKA, specializzata nella produzione e nella progettazione di schede elettroniche, che ha parlato di “intelligenza artificiale”, Sergio e Anastasia (Volontari della “Associazione incontri con la natura don Paolo Chiavacci”), che hanno raccontato i progetti di salvaguardia e valorizzazione del Creato; una signora ucraina ha raccontato il dramma della guerra nel suo Paese; gli scout del Clan Arcobaleno di Mussolente, che hanno raccontato la loro esperienza estiva di un campo di servizio in Albania, accanto alle religiose Discepole del Vangelo che vivono a Bilisht, a pochi chilometri dal confine con la Grecia: incontri con le famiglie, servizio ai poveri, animazione per i bambini sono tra le attività vissute dai giovani; e poi la testimonianza del Gruppo 1° settembre, che ha raccontato la storia della “Luce di Betlemme”, che anche lo scorso dicembre, nonostante il conflitto in atto in Terra santa, è arrivata in Europa e nel resto del mondo, in una staffetta e condivisione molto importanti, per dire che la pace è un valore senza tempo e senza confini, ma soprattutto che inizia da ciascuno di noi.

La conclusione a Casoni di Mussolente, per la messa al palazzetto dello sport, presieduta dal Vescovo e concelebrata da mons. Dalla Zuanna e da altri undici sacerdoti: 850 le persone presenti, tra cui sette sindaci. La messa è stata animata da rappresentanti di una decina di corali diverse delle varie parrocchie della zona. Presente anche un gruppo di persone sorde che hanno seguito la celebrazione grazie all’interprete.

“Come fa con la suocera di Pietro, il Signore ci prende per mano e ci fa alzare, ci fa tornare alla pienezza della nostra esistenza, ci riporta alla vita, alla relazione, al servizio degli altri” ha detto nell’omelia il vescovo Michele, che ha confessato la propria gioia per la presenza di molti giovani e bambini. “La nostra preghiera per la pace trasforma la vita, fa vincere il bene e potrà donare al mondo la pace” ha aggiunto. Anche il vescovo di Beira (Mozambico), Claudio Dalla Zuanna ha salutato i presenti e, dopo aver condiviso alcune riflessioni sulla situazione del Paese africano, ha invitato tutti a esercitare il proprio impegno e ruolo per essere costruttori di pace.

Lungo il percorso, a ciascun partecipante, sono stati consegnati tre nastri di colore diverso: azzurro, che rappresenta l’intelligenza della mente, rosso, l’intelligenza del cuore, oro, che l’intelligenza delle mani. Al termine della messa sono stati intrecciati a formare un portachiavi. “Abbiamo pensato a questo simbolo – spiegano gli organizzatori – per dire che ci può essere pace solo nell’intreccio delle tre dimensioni che ci rendono umani e ci permettono di costruire, vivere e portare la pace nel mondo. Inoltre, l’intreccio dei tre nastri non è possibile realizzarlo da soli, bisogna essere in due: la pace è possibile solo unendo le nostre forze”.