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Marcia diocesana da Onè a Casoni

L’impegno per la pace che nasce… dalla testa, dal cuore e dalle mani di ciascuno

Un migliaio le persone, con una punta di 1.400 nel tratto finale, che hanno scelto di partecipare, domenica pomeriggio, 4 febbraio, alla Marcia per la pace promossa dalla diocesi di Treviso, che si è snodata dal sagrato della chiesa di Oné di Fonte fino al palazzetto dello sport di Casoni di Mussolente, dove il vescovo Michele Tomasi alle 18.30 ha celebrato la messa. Una pace non astratta, quella invocata e raccontata lungo il percorso di quasi 8 chilometri: “La pace che si pensa, si sente, si fa”, lo slogan che ha accompagnato il cammino, con le parole di papa Francesco e le testimonianze di alcune persone nelle diverse tappe.

Promossa dalla diocesi di Treviso, la marcia ha avuto il patrocinio dei Comuni di Fonte, San Zenone degli Ezzelini e Mussolente, i territori attraversati dal percorso, i cui sindaci hanno marciato insieme e hanno portato il loro saluto. Hanno preso parte alla marcia anche mons. Claudio Dalla Zuanna, arcivescovo di Beira, in Mozambico, i sindaci dei territori coinvolti e alcuni rappresentati di “Assisi Città della pace”.

Il vescovo Tomasi alla partenza da Oné di Fonte ha ringraziato tutti i presenti ricordando che “siamo insieme in cammino per dire che vogliamo impegnarci per la pace, che siamo disposti a portare in questo servizio la nostra intelligenza “naturale”, umana, che tiene insieme testa, cuore e mani. Siamo disposti a muoverci per essere persone di pace con gli strumenti che il Signore ci dona. Lui ha donato la sua vita, proviamo anche noi a donarci gli uni gli altri. Insieme è più facile”. Un percorso agevolato, lungo strade, viottoli e piazze, da una bella presenza di volontari (quasi 200) e di Forze dell’ordine.

“In questo itinerario abbiamo messo a tema le tre intelligenze: della mente, del cuore e delle mani. Prendendo spunto dal messaggio di papa Francesco, ci siamo chiesti in che modo la pace si deve pensare, si deve sentire e si deve fare – spiega don Paolo Magoga, direttore dell’ufficio diocesano di Pastorale sociale e del lavoro -. Abbiamo riflettuto sull’importanza delle nuove tecnologie (come fa il Papa nel suo Messaggio per la pace di quest’anno, dedicato all’Intelligenza artificiale), che però non possono dettare le regole del gioco della vita personale e comunitaria. Abbiamo dato spazio, attraverso alcune testimonianze, a diverse voci di chi lavora con la tecnologia e ce ne ha illustrato l’utilità e il vantaggio, ma anche i rischi, e abbiamo ascoltato persone, in particolare dei giovani, che ci hanno ricordato anche che realtà come il Creato, i poveri, le persone vittime della guerra ci possono aprire ad altre intelligenze, quelle che spalancano il cuore”.

A intervenire nelle varie tappe, accompagnati dai canti dei gruppi locali, sono stati Giuliano Volpato, presidente della Società Cooperativa ELKA, specializzata nella produzione e nella progettazione di schede elettroniche, che ha parlato di “intelligenza artificiale”, Sergio e Anastasia (Volontari della “Associazione incontri con la natura don Paolo Chiavacci”), che hanno raccontato i progetti di salvaguardia e valorizzazione del Creato; una signora ucraina ha raccontato il dramma della guerra nel suo Paese; gli scout del Clan Arcobaleno di Mussolente, che hanno raccontato la loro esperienza estiva di un campo di servizio in Albania, accanto alle religiose Discepole del Vangelo che vivono a Bilisht, a pochi chilometri dal confine con la Grecia: incontri con le famiglie, servizio ai poveri, animazione per i bambini sono tra le attività vissute dai giovani; e poi la testimonianza del Gruppo 1° settembre, che ha raccontato la storia della “Luce di Betlemme”, che anche lo scorso dicembre, nonostante il conflitto in atto in Terra santa, è arrivata in Europa e nel resto del mondo, in una staffetta e condivisione molto importanti, per dire che la pace è un valore senza tempo e senza confini, ma soprattutto che inizia da ciascuno di noi.

La conclusione a Casoni di Mussolente, per la messa al palazzetto dello sport, presieduta dal Vescovo e concelebrata da mons. Dalla Zuanna e da altri undici sacerdoti: 850 le persone presenti, tra cui sette sindaci. La messa è stata animata da rappresentanti di una decina di corali diverse delle varie parrocchie della zona. Presente anche un gruppo di persone sorde che hanno seguito la celebrazione grazie all’interprete.

“Come fa con la suocera di Pietro, il Signore ci prende per mano e ci fa alzare, ci fa tornare alla pienezza della nostra esistenza, ci riporta alla vita, alla relazione, al servizio degli altri” ha detto nell’omelia il vescovo Michele, che ha confessato la propria gioia per la presenza di molti giovani e bambini. “La nostra preghiera per la pace trasforma la vita, fa vincere il bene e potrà donare al mondo la pace” ha aggiunto. Anche il vescovo di Beira (Mozambico), Claudio Dalla Zuanna ha salutato i presenti e, dopo aver condiviso alcune riflessioni sulla situazione del Paese africano, ha invitato tutti a esercitare il proprio impegno e ruolo per essere costruttori di pace.

Lungo il percorso, a ciascun partecipante, sono stati consegnati tre nastri di colore diverso: azzurro, che rappresenta l’intelligenza della mente, rosso, l’intelligenza del cuore, oro, che l’intelligenza delle mani. Al termine della messa sono stati intrecciati a formare un portachiavi. “Abbiamo pensato a questo simbolo – spiegano gli organizzatori – per dire che ci può essere pace solo nell’intreccio delle tre dimensioni che ci rendono umani e ci permettono di costruire, vivere e portare la pace nel mondo. Inoltre, l’intreccio dei tre nastri non è possibile realizzarlo da soli, bisogna essere in due: la pace è possibile solo unendo le nostre forze”.

 


Accoglienza senza dimora: arrivati i primi sei ospiti negli spazi del Seminario messi a disposizione dalla Diocesi

I primi sei ospiti sono arrivati ieri sera, 16 gennaio. Ad aspettarli c’erano gli operatori della cooperativa La Esse che gestiscono la nuova accoglienza, in un ambiente del Seminario vescovile, voluta dalla diocesi di Treviso e coordinata dalla Caritas, per rispondere all’emergenza delle persone senza dimora presenti in città. Si tratta delle persone che fino a due giorni fa dormivano nella chiesa di Santa Maria del Sile. Li hanno accompagnati il parroco, don Giovanni Kirschner, e alcuni volontari della comunità che in queste settimane si sono presi cura di loro.

Già da stasera entreranno le altre persone senza dimora, che erano in attesa di essere accolte nella Casa della carità, coprendo così il totale dei posti.

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Dodici letti, sei accostati a una parete e sei alla parete opposta, in una stanza grande e calda. E’ così che si presentava martedì sera lo spazio di accoglienza, una delle stanze del complesso che ospitava fino a pochi anni fa i corsi universitari per operatori della moda. Sul fondo, un grande specchio dove c’è una traccia degli studenti, che prima di andarsene hanno lasciato disegni e messaggi positivi, quasi un “lascito” ai nuovi arrivati.

Accanto a ciascun letto una sedia per gli effetti personali. Poggiati sul letto, preparato con lenzuola colorate, un piumino, dei prodotti per l’igiene personale, una coppia di asciugamani. Al centro della sala i tavoli per la prima colazione, sul fondo la macchina del caffè e un microonde. Una “casa” per le notti più fredde.


Accoglienza di persone senza fissa dimora: la diocesi mette a disposizione un ambiente del Seminario

Un’accoglienza di dodici posti per persone senza fissa dimora negli spazi del Seminario vescovile: è l’iniziativa della diocesi di Treviso per contribuire a dare una risposta al momento di particolare difficoltà che sta toccando in questo periodo la città. La settimana prossima, infatti, le persone attualmente accolte nella chiesa di Santa Maria sul Sile e altre che erano in attesa di un’accoglienza nel dormitorio della Casa della Carità gestito da Caritas Tarvisina, troveranno sistemazione per la notte in alcuni locali del Seminario, attualmente liberi, e messi a disposizione dalla diocesi.

Si tratta di ambienti autonomi dal Seminario, con accesso indipendente dall’esterno, forniti di servizi e di quanto necessario a una dignitosa sistemazione di queste persone in difficoltà. Uno spazio a sé, a tutela della vita ordinaria della comunità del Seminario, delle attività dei giovani seminaristi e di tutte le iniziative culturali e formative che si svolgono all’interno del Seminario durante il giorno e la sera, ma soprattutto a tutela degli ospiti stessi, dei quali va salvaguardata la tranquillità e la riservatezza.

L’esperienza, della durata di qualche mese, sarà coordinata dalla Caritas diocesana e accompagnata da operatori della cooperativa La Esse, che hanno esperienza in questo campo avendo gestito in passato il dormitorio di via Pasubio, oltre ad avere l’apporto di volontari qualificati.

“E’ il segno di una presenza della Chiesa trevigiana in un momento di particolare difficoltà per la situazione di queste persone, aggravata dal freddo – sottolinea don Bruno Baratto, coordinatore ad interim delle attività di Caritas Tarvisina -. Tutti sappiamo che la soluzione a questi particolari problemi è responsabilità primariamente dello Stato e delle Amministrazioni locali; tuttavia, la comunità cristiana, da sempre impegnata accanto alle diverse povertà, a livello diocesano e soprattutto nelle parrocchie, con tante iniziative e volontari straordinari, ha voluto fare questa scelta di ulteriore vicinanza. L’auspicio è che soluzioni strutturali per il futuro siano individuate per tempo, senza ritrovarci a dare risposte emergenziali in pieno inverno”.

Questa accoglienza si aggiunge a quella offerta attraverso la Caritas tarvisina, che in Casa della carità in via Venier ospita già da alcuni anni 18 persone senza fissa dimora.

Vescovi del Nordest su migrazioni: il fenomeno richiede a tutti ripensamenti, scelte “profetiche” e passi in avanti

Migrazioni e migranti come fenomeno epocale e incontro di persone e popoli: è stato questo il tema, affrontato da più versanti, della “due giorni” di confronto e approfondimento che ha impegnato i Vescovi del Triveneto insieme a 3 rappresentanti di ciascuna Diocesi della Regione – sacerdoti, diaconi e fedeli laici -, a Cavallino (Venezia) presso la Casa diocesana di spiritualità S. Maria Assunta. “L’altro è sempre colto insieme come una risorsa e come una minaccia – ha affermato mons. Enrico Trevisi, Vescovo di Trieste, nell’introdurre i lavori -. Siamo legati all’altro. Gli altri possono essere fratelli oppure amici oppure sconosciuti, siamo in una stretta interdipendenza eppure gli altri ben presto risultano un legame che riduce la nostra aspirazione di autonomia, indipendenza e libertà. L’incontro, il confronto, il conflitto, l’integrazione sono sempre stati un problema con esiti diversificati e contraddittori. Ma dalla paura si può passare ad un ripensamento della propria identità, da raccontare e testimoniare allo straniero che arriva. Allo straniero va raccontato e testimoniato il Paese in cui si trova con i suoi valori condivisi. Bisogna ripensare la propria identità e saperla raccontare ai nuovi arrivati come anche ai giovani che, per certi versi, sembrano stranieri alla nostra cultura di provenienza”.

Sulle dimensioni del fenomeno – che in Italia e nelle nostre regioni si intreccia con il progressivo calo demografico e l’invecchiamento della popolazione – e su come governare le migrazioni è intervenuto il prof. Stefano Allievi (sociologo dell’Università di Padova) che ha indicato alcune linee che dovrebbero essere opportunamente perseguite per affrontare seriamente la questione: “O sapremo ricreare canali di immigrazione regolare, che oggi non esistono più, o continueremo a nuotare nel mare dei problemi dell’immigrazione irregolare. E’ giusto controllare i confini, è compito dello Stato ed è importante sapere chi entra e chi esce, ma questo non significa costruire muri. Bisogna saper ascoltare le paure, parlare con gli altri, ascoltare gli altri e saper raccontare agli italiani quello che veramente succede. E si tratta anche di uscire dalla distinzione in categorie, tra richiedenti asilo e migranti economici (di cui c’è molto bisogno). L’accoglienza va governata e non ci si può limitare ad essa, ci vogliono politiche di integrazione – dall’imparare la lingua all’inserimento nel tessuto culturale di un Paese, dal fornire strumenti all’offrire riconoscimenti importanti anche sul piano simbolico (ad esempio la cittadinanza alle seconde generazioni) – e bisogna essere disposti a spendere risorse per questo; non si possono avere accoglienza ed integrazione a costo zero. Più integrazione significa più sicurezza”. Ed ha, infine, ribadito l’importanza che la Chiesa mantiene e può avere sempre più, per la sua autorevolezza, nell’incidere sul dibattito pubblico e nei rapporti con le realtà istituzionali e la politica.

Don Antonio Bortuzzo (biblista della Diocesi di Trieste) ha, quindi, ripercorso parole e racconti della Sacra Scrittura da cui emergono il rapporto con il “forestiero”, le ragioni e le riletture in chiave teologica del migrare di popoli, famiglie (compresa la Sacra Famiglia) e persone nella storia, invitando a rivedere – alla luce delle pagine bibliche e con spirito di discernimento – l’epoca attuale, provando anche a comprendere come sia possibile trasformare cammini spesso segnati da morte, odio, conflitti e tragedie in percorsi e “porte” di speranza.

Vi è stata poi la testimonianza di mons. Domenico Mogavero (Vescovo emerito di Mazara del Vallo) che, sulla base dell’esperienza diretta nella Diocesi siciliana che ha guidato per oltre 15 anni fino al 2022, ha raccontato come le comunità cristiane possono e sono sempre più provocate ad essere luogo e occasione di incontro per genti provenienti da più parti: “C’è da avviare nella Chiesa una riflessione più ampia a partire dal fenomeno migratorio per ripensare, alla luce della realtà, un nuovo modo di dialogare con il mondo a cui raccontare la freschezza e la bellezza del Vangelo. Il rapporto con i migranti, che sono volti concreti e non oggetti, esca finalmente dalla marginalità pastorale o dall’emergenza per farli entrare di diritto nella nostra agenda pastorale e nella vita delle nostre Chiese”. Mons. Mogavero ha indicato alcune possibili linee pastorali – creare occasioni di carità solidale e di “ecumenismo della carità”, favorire l’inserimento e la partecipazione di persone e famiglie migranti cattoliche nelle comunità, la purificazione del linguaggio e il coraggio di alcune scelte profetiche – ed ha, infine, aggiunto: “L’integrazione è sempre un punto d’arrivo, un processo non breve che deve rimuovere sospetti e diffidenze e richiede dialogo, condivisione e – come stato intermedio – dei percorsi di inclusione e convivenza pacifica”.

L’intervento conclusivo è stato svolto da mons. Michele Tomasi, Vescovo di Treviso e delegato per la Pastorale sociale del Triveneto, che ha sottolineato la necessità di saper inquadrare il fenomeno migratorio nel suo orizzonte più ampio – che tiene conto anche degli scenari demografici e di mobilità umana – e comprendere che tale ambito tocca in profondità la vita e l’identità delle comunità cristiane: “Vale la pena, allora, affrontare le paure e le sfide con il metodo e lo stile di chi accende delle luci per cominciare a togliere qualche paura, di chi sa perseguire l’inclusività e la compassione, la capacità di incontrare le persone e condividere le esperienze. Siamo, infatti, convinti che tale fenomeno abbia un forte potenziale ri-generativo per le nostre comunità ecclesiali e civili”.

Nel corso della “due giorni” la Delegazione Caritas del Nordest ha presentato ai Vescovi un rapporto aggiornato sull’impegno e sulle “fatiche” che le Caritas di questa Regione affrontano nell’accoglienza dei migranti, in base alle diverse tipologie previste di accoglienza e alla metodologia scelta per una accoglienza diffusa e ben strutturata. Nel documento sono indicate anche criticità e questioni aperte: la crescente precarietà di condizione dei richiedenti asilo, la gravità dell’emergenza abitativa (anche per motivi burocratici), la fatica nel rapporto con gli Enti pubblici – talora inteso in una logica meramente strumentale – e la “solitudine” nella quale le Caritas si trovano spesso ad operare anche all’interno delle stesse comunità cristiane, chiamate sempre più ad educare all’ascolto, all’accoglienza, al discernimento e a favorire la creazione di legami e collaborazioni trasversali.

I Vescovi, durante i momenti di dibattito, hanno espresso la consapevolezza del passo in avanti che la vastità e il perdurare strutturale del fenomeno migratorio – non visto più solo come problema ma come risorsa –  richiedono alle Chiese del Nordest, a partire dal contributo delle Commissioni regionali, sia negli aspetti di vita pastorale e annuncio missionario del Vangelo sia nelle relazioni con credenti e non credenti, con persone e comunità, nel dibattito pubblico e con i vari soggetti della vita politica, economica, culturale e lavorativa dei nostri territori. Hanno, infine, espresso l’auspicio che da parte delle istituzioni ed autorità civili siano posti al più presto segni concreti che aiutino migranti e comunità locali a favorire – nel rispetto, nella concordia e per esigenze di bene comune – l’inclusione ed una pacifica convivenza, ad esempio cominciando a prevedere modalità semplificate e con meno “pesi” burocratici negli ingressi regolari, nella concessione e nel rinnovo dei permessi di soggiorno ed anche offrendo il riconoscimento della cittadinanza a quanti da tempo vivono, sono nati o studiano nel nostro Paese.


Epifania con le comunità di migranti cattolici

“Liberi di scegliere se migrare o restare”: secondo l’appello di papa Francesco per la 109ª giornata del migrante e del rifugiato, l’ufficio diocesano per le Migrazioni invita a partecipare nel giorno dell’Epifania all’Eucaristia presieduta dal vescovo Michele in cattedrale alle ore 10.30, animata come ogni anno dai rappresentanti delle comunità cattoliche di migranti presenti in diocesi. E’ ancora una volta un’occasione per permettere allo Spirito Santo di «fare comunione nella diversità, armonizzando le differenze senza mai imporre una uniformità che spersonalizza». Tutti sono invitati a partecipare.

Funerale di don Edy Savietto: sabato 30 dicembre alle 10.30 in cattedrale a Treviso

Si terranno sabato 30 dicembre, alle ore 10.30, nella cattedrale di Treviso, le esequie di don Edy Savietto, sacerdote diocesano, “fidei donum” in Brasile (diocesi di Roraima), morto improvvisamente lo scorso 20 dicembre, nella sua casa di Pacaraima. La celebrazione sarà presieduta dal vescovo Tomasi. L’annuncio è stato dato a tutti i sacerdoti diocesani sabato 23, nel pomeriggio, dal vicario per il clero, mons. Donato Pavone:

“Cari confratelli, l’urna con le ceneri di don Edy Savietto giungerà in Diocesi nella parrocchia di Olmi, dove venerdì 29 dicembre dalle ore 8.00 sarà possibile sostare in preghiera e dove alla sera alle ore 20.30 verrà recitato il S. Rosario. Sabato 30 dicembre alle ore 9.15 l’urna sarà nella Cattedrale di Treviso, dove alle ore 10.30 saranno celebrate le esequie, presiedute dal Vescovo Michele. La tumulazione avverrà nella cappella dei sacerdoti del Cimitero di Montebelluna. Le ceneri saranno accolte da un momento di preghiera e di saluto da parte della Comunità in Duomo a Montebelluna alle ore 14.30. Continuiamo a pregare”.

La messa esequiale in Brasile è stata celebrata giovedì 21 dicembre a Boa Vista (Diocesi di Roraima), seguita in diretta nella nostra diocesi da moltissime persone, grazie al collegamento approntato dalla diocesi di Roraima.

La celebrazione delle esequie dalla cattedrale di Treviso sarà trasmessa in diretta streaming sul canale YouTube della diocesi.

Le offerte

Per onorare con un gesto concreto la memoria di don Edy, la famiglia e il Centro missionario propongono di devolvere offerte per i progetti avviati da don Edy in Brasile. Bonifico bancario con destinatario: DIOCESI DI TREVISO – Centro Missionario. Causale: “Brasile, Roraima, Progetti Pacaraima – don Edy” Banca INTESA SAN PAOLO – IBAN: IT43Z0306912080100000002506

 


Don Bruno Baratto nominato coordinatore “ad interim” della Caritas di Treviso

“Ho chiesto a don Bruno Baratto di essere coordinatore delle attività pastorali di Caritas tarvisina, ad interim, per alcune settimane”: con queste parole il vescovo Michele Tomasi, questa mattina, 19 dicembre, nel corso degli auguri natalizi con i direttori e il personale degli uffici di Curia, ha dato l’annuncio di una scelta attesa, dopo la morte, lo scorso 1° novembre, di don Davide Schiavon, direttore della Caritas diocesana. Una scelta non ancora definitiva, ma importante, “per garantire lo svolgimento ordinato delle attività della Caritas diocesana”, ha sottolineato il Vescovo, che ha voluto ringraziare don Antonio Mensi e Andrea Pozzobon, rispettivamente vicario e delegato per le Collaborazioni pastorali, per l’opera instancabile svolta in questo periodo accanto al personale della Caritas.

Il Vescovo ha motivato la scelta di don Baratto, che rimane direttore dell’ufficio diocesano Migrantes, sottolineando la vicinanza del suo attuale impegno con la cura alla prossimità a cui è chiamata la Caritas. Un profilo istituzionale, il suo, che ben si adatta a fare da “traghetto” in questo periodo delicato, ha sottolineato il Vescovo, “ma don Bruno è anche e soprattutto una persona che stimo per le sue capacità e che ritengo la più adatta a questo compito”. In questo tempo si potrà pensare a come strutturare la presenza, la direzione, la guida e il lavoro della Caritas diocesana, ha detto mons. Tomasi, perché sia “all’altezza dei tempi che cambiano, per trovare stimoli sempre nuovi per le comunità cristiane per rispondere alle sfide e per vivere la carità del Signore”.

“Accolgo questo incarico, propostomi dal Vescovo, con senso di responsabilità per la situazione in cui si trova attualmente la Caritas diocesana, e per debito di riconoscenza e di reciproca stima con don Davide – dice don Bruno Baratto -. Cercherò di inserirmi nella rete di relazioni e di servizi con delicatezza e passione, per far sì che possiamo continuare a servire coloro che hanno più bisogno, che sono presenza viva e provocante del Signore Gesù”.

Al termine dell’annuncio, il Vescovo ha voluto ringraziare operatori e volontari della Caritas, che sono stati colpiti più da vicino dal lutto, per il loro servizio fatto di competenza e amore.

Messa della vigilia di Natale con il Vescovo all’autostazione dei bus: promuovono Ceis, Caritas e Sant’Egidio

Sarà una celebrazione del tutto speciale quella della Vigilia di Natale alle ore 18.30 all’autostazione di via Lungosile Mattei a Treviso. Monsignor Tomasi, vescovo di Treviso, ha scelto di presiedere la messa in una zona notoriamente marginale e delicata della città e di avere al suo fianco alcune delle realtà cittadine che più si occupano di persone in situazioni di difficoltà: Ceis Treviso – cooperativa che gestisce nella Marca strutture di accoglienza, sostegno terapeutico e riabilitazione per persone con problemi di dipendenze e salute mentale -, Caritas Tarvisina – organismo pastorale della Diocesi di Treviso – e Comunità di Sant’Egidio di Treviso – storica realtà dedita al sostegno degli ultimi. La messa sarà concelebrata da don Matteo Volpato, parroco di Fiera e Selvana, nonché assistente spirituale di Ceis Treviso, e saranno presenti i vertici, i professionisti, i volontari e gli utenti delle tre realtà organizzatrici. Un luogo simbolico per ribadire la vicinanza ai soggetti più svantaggiati ed emarginati della cittadinanza. Per questo l’invito a partecipare, da parte degli organizzatori, è rivolto a tutti i trevigiani e le trevigiane, per sentirsi più vicini nel momento di speciale condivisione del Natale.

“Siamo davvero grati a monsignor Tomasi per aver accolto la nostra proposta di una messa a cielo aperto con i nostri ragazzi e con gli amici di Caritas e Comunità di Sant’Egidio – spiega Luca Sartorato, presidente di Ceis Treviso -. Crediamo possa essere un segnale positivo e conciliante per l’intera cittadinanza trevigiana, un nuovo piccolo passo per ricucire i margini al cuore pulsante della comunità, soprattutto in un’occasione di raccoglimento e fratellanza come quella del Natale”.

Fonte: Comunicato stampa

“Testimoniare la diakonia dell’accoglienza”: dichiarazione congiunta dei Vescovi “di confine” tra Italia e Slovenia

“Le tragiche notizie che giungono dalla Terra del Signore portano anche fra di noi le conseguenze di quella che nel 2014 proprio a Redipuglia Papa Francesco definì una ‘terza guerra mondiale combattuta a pezzi’”. Lo scrivono, in una dichiarazione congiunta, mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, arcivescovo di Gorizia, mons. Enrico Trevisi, vescovo di Trieste, e mons. Jurij Bizjak, vescovo di Koper. Ricordando che “in questi giorni si sono tornati a considerare anche i confini fra Italia e a Slovenia come luoghi da presidiare”, i tre presuli evidenziano: “Pur comprendendo le ragioni alle basi di queste decisioni degli Stati, non possiamo non ricordare – guardando alla storia di queste nostre terre – che le nostre popolazioni sono state capaci di trasformare le divisioni e le differenze culturali, linguistiche, storiche in occasione di memoria reciprocamente donata. E così proprio i confini si sono trasformati in luogo di incontro e di accrescimento reciproco come testimonia, fra l’altro, la scelta di fare di NovaGorica, insieme a Gorizia, la Capitale europea della cultura 2025”.
Mons. Redaelli, mons. Trevisi e mons. Bizjak aggiungono: “Il transito di tanti fratelli che giungono nelle nostre terre percorrendo la rotta balcanica deve continuare per noi ad essere non motivo di preoccupazione ma stimolo a testimoniare ogni giorno, senza interruzione e con rinnovato vigore, quella diakonia dell’accoglienza a cui siamo chiamati e di cui, come credenti, saremo chiamati a rendere ragione”.
“Affidiamo a Maria, regina della pace che le nostre popolazioni pregano in tanti santuari da MonteSanto – Svetagora a Monte Grisa, il nostro impegno per essere costruttori di pace”, concludono i tre presuli.


Fiere di san Luca: messa con il Vescovo che ha incontrato i lavoratori e le loro famiglie

La messa con i lavoratori delle giostre, alle Fiere di san Luca, a Treviso, è una tradizione che si ripete ogni anno (sospesa solo durante la pandemia), promossa dall’ufficio diocesano Migrantes. Ma quest’anno, per la prima volta, la messa è stata presieduta dal vescovo di Treviso, Michele Tomasi, che si è intrattenuto poi con i giostrai e con le loro famiglie e ha accettato l’invito a fare un giro sulla ruota panoramica.
Commentando il Vangelo della festa di san Luca (l’invio, per la predicazione, dei 72 discepoli, a due a due, con l’invito a non portare troppe cose con sé), mons. Tomasi ha ricordato l’importanza di viaggiare leggeri, come i lavoratori delle Fiere fanno.
“Viaggiare leggeri nella vita significa cercare sempre l’essenziale – ha detto -, ciò che dà senso all’esistenza. E il Vangelo ci insegna che questo essenziale è sempre e solo l’amore, la capacità di accogliere, di perdonare, di sostenere, di portare vita. Anche nel vostro caso, nel vostro lavoro, si vedono le luci, i colori, non la fatica che a volte questa vita richiede, fatta di spostamenti, di condizioni a volte difficili, come quando eravate bloccati nel tempo della pandemia. Che il Signore continui ad accompagnare il vostro cammino, il vostro impegno per la gioia delle persone, in un momento in cui sembra che siano la tristezza e il male a vincere. Ma ha già vinto il Signore, il male è sconfitto – ha concluso il Vescovo -, e allora ci sarà la gioia. Forse ci saranno delle belle giostre nel luogo dell’eternità beata, perché quello che ci aiuta a tornare fanciulli, è quello che ci rende partecipi del Regno di Dio”.
A concelebrare con il vescovo il direttore dell’ufficio Migrantes, don Bruno Baratto, don Marco Cagnin, referente dell’ufficio Migrantes per i giostrai, il parroco di Fiera, don Matteo Volpato e don Mirko Dalla Torre, direttore ufficio Migrantes della diocesi di Vittorio Veneto e assistente triveneto per i fieranti e i circensi.