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Figure Pastorali
Le tre figure paatorali fondamentali
Il Direttore diocesano della pastorale migratoria, che solitamente viene chiamato Direttore Diocesano Migrantes, è nella diocesi espressione della sollecitudine del Vescovo e della comunità diocesana per quanto riguarda la pastorale migratoria; cura il collegamento con le altre forze ecclesiali, come pure con quelle civili e istituzionali, anche attraverso una specifica commissione o segretariato; tiene aggiornato il censimento degli stranieri e delle forze pastorali disponibili in diocesi o reperibili altrove; programma con i direttori delle diocesi limitrofe e col direttore regionale eventuali piani pastorali interdiocesani; pone particolare attenzione perché la pastorale specifica riguardante gli immigrati rientri nel quadro generale della pastorale ordinaria della Chiesa locale.
Cappellano o Missionario dei migranti: così è chiamato anche nella recente Istruzione Pontificia “Erga migrantes caritas Christi” il sacerdote addetto alla pastorale migratoria per espresso incarico dell’Ordinario del luogo. Come si è già accennato, non tutti gli operatori pastorali che si dedicano a questo servizio hanno un formale mandato, a tutti però si addice la definizione, formulata nella citata Istruzione e nella Lettera pontificia “Chiesa e mobilità umana”, di “uomo-ponte tra due culture e due mentalità” e questa “funzione di uomo-ponte postula nel cappellano la piena consapevolezza che il suo è un vero ministero missionario, il quale include la disposizione a partecipare permanentemente o almeno con una certa stabilità, alla vicenda migratoria”. Il cappellano e chiunque presti servizio pastorale tra i cattolici stranieri non dovrà limitarsi, per quanto possibile, ai servizi di culto (celebrazione dell’eucarestia e dei sacramenti), essendo fondamentali e talora prioritarie le attività di evangelizzazione sia degli adulti che dei minori e quanto concorre a consolidare la comunità nello spirito di quella partecipazione fraterna che la rende “un cuor solo e un’anima sola”. Si dovrà perciò evitare che la presenza del cappellano nella comunità si riduca alla rapida comparsa di qualche ora, soltanto per la Messa.
Il Coordinatore nazionale della pastorale per determinati gruppi etnici è una figura relativamente nuova; la sua istituzione è stata sollecitata dal moltiplicarsi delle comunità pastorali etniche; e di queste alcune sono molto recenti, con scarsa esperienza e consistenza. Ne risulta la necessità o almeno la grande convenienza di collegarle tra loro, di consolidarle, di favorirne la continuità, di avviare una prassi pastorale che garantisca una certa uniformità tra i vari agenti pastorali. L’importanza del Coordinatore risulta anche dal fatto che la sua nomina viene fatta dal Consiglio Episcopale Permanente della CEI su presentazione della Conferenza Episcopale del Paese di provenienza, sentito il parere della Migrantes. Questa figura, che non comporta alcun ruolo di giurisdizione o di governo all’interno delle singole diocesi, dovrà muoversi in stretto contatto e accordo col direttore diocesano, ciò che del resto si richiede da parte di ogni operatore pastorale, specialmente se risiede fuori della diocesi.
Per i Cattolici Stranieri
“Non di solo pane vive l’uomo”, anche l’uomo migrante; e per chi ha già gustato il pane di vita eterna, cioè per i cattolici che a pieno titolo sono figli della Chiesa e fratelli nostri, Santa Madre Chiesa ha un’attenzione e una dedizione tutta speciale.
Per favorire la difesa, lo sviluppo e la testimonianza della loro fede essa si impegna con ogni sforzo perché questi suoi figli possano aggregarsi in comunità di fede, di culto, di carità e di condivisione, fatte su misura della loro cultura, lingua e tradizione.
In altri termini la Chiesa raccomanda che questi cattolici non abbiano a loro disposizione meno assistenza di quanta ne hanno i cattolici italiani nelle loro parrocchie.
Perciò la Chiesa per i cattolici stranieri ha predisposto una “pastorale specifica”, dotata per quanto possibile di propri operatori pastorali, luoghi di incontro e quanto altro serve per la difesa e la promozione della loro vita cristiana.
Sia ben chiaro che questa pastorale specifica nulla toglie alla competenza e responsabilità dei parroci territoriali; perciò questi cattolici stranieri sono sotto la cura pastorale sia delle parrocchie nel cui ambito risiedono sia del centro pastorale etnico istituito appositamente per loro.
“Centro pastorale etnico” è il termine più generale per indicare le diverse strutture che, secondo l’autorevole indicazione della Santa Sede, sono state individuate per il servizio più efficace da prestare ai cattolici immigrati.
Le linee guida pastorali sono contenute nel documento “Ero forestiero e mi avete ospitato”.
Secondo le varie circostanze e possibilità, può essere costituita dal Vescovo diocesano:
“parrocchia personale”, con competenze simili alla parrocchia territoriale italiana, estesa a tutti i fedeli di una determinata nazionalità, etnia o lingua presenti nella diocesi;
“missione con cura d’anime”, di fatto da equiparare alla parrocchia personale e di solito viene istituita quando il gruppo di cattolici non è ancora bene stabilizzato o non ha ancora una sede adeguata;
“cappellania” con le facoltà riconosciute ai “cappellani” dal Diritto Canonico ed altre facoltà che il Vescovo della diocesi volesse aggiungere. Al cappellano, in genere, la facoltà di celebrare il battesimo e il matrimonio viene conferita dal parroco del luogo.
A queste strutture pastorali che godono di erezione canonica sono da aggiungere altre comunità o
“Centri pastorali”, sorti quasi per generazione spontanea, per iniziativa di qualche sacerdote, religioso o laico italiano o straniero, che ha constatato la necessità e possibilità di prendere una qualche iniziativa per tenere aggregati questi cattolici e scongiurarne la dispersione.
Questi centri non godono di istituzione canonica, ma non manca in diocesi un qualche riconoscimento, se non altro da parte del Direttore diocesano della Migrantes.
Il mondo dei Circhi e dei Luna Park
Ricordo quel pomeriggio del lontano marzo 1931. Alcuni ragazzi dell’oratorio Don Bosco di Reggio Emilia mi vennero a chiamare: “Don Dino, là al Mercato c’è una carovana, c’è gente che piange, una donna sta per morire”. Corsi, senza nulla pensare, soltanto preoccupato di portare i conforti religiosi a quella creatura morente, Fui accolto con tanta cordialità e riconoscenza. Ricordo quel funerale che fu di edificazione a tutta la Parrocchia di S. Pietro.
Quell’episodio, senza accorgermi, segnava una svolta nella mia vita. Poche settimane dopo tornai al Mercato vecchio, quasi sospinto da una forza misteriosa. Due carovane ed una piccola arena all’aperto sostituivano la carovana già partita per altro destino.
Guardavo incuriosito: una donna che stava lavando i panni s’accorse che cercavo qualcosa… “Padre, venga: siamo cristiani anche noi”.
Era la signora Caroli Semiramide, madre dei valenti equilibristi e ginnasti, che molti anni dopo avrebbe finito la sua vita a Scandicci in serenità.
Quel qualcosa di misterioso che era entrato in me e forse anche nei miei amici non si spegneva. Forse la notizia di quel prete incuriosito era passata fra le famiglie solite a fermarsi a Reggio Emilia nel Mercato vecchio… Verso la Pasqua dello stesso anno, un signore, il cav. Manfredi, mi mandò a chiamare e mi propose di preparare alla Pasqua ormai vicina il piccolo Luna Park. Fu una rivoluzione per la mia anima. Incominciai a fare conoscenza con le varie famiglie. Scoprivo un mondo nuovo di gente cordiale e amica
“Venga, padre, siamo cristiani anche noi” Le poche parole di quella povera nomade per giustificare il suo invito, hanno cambiato nel lontano 1931, la vita di un giovane prete, Mons. Dino Torreggiani di Reggio Emilia, come lui stesso ha raccontato più volte. E “quel qualcosa di misterioso” che era entrato in lui, lo spinse a creare una struttura pastorale tutta nuova che fu di fatto l’antesignano della Migrantes: l’OASNI (Opera Assistenza Spirituale Nomadi in Italia) per quelle categorie di persone come i circensi e i fieranti, che considerava “abbandonate” dalla pastorale ordinaria della Chiesa, perché non raggiunte dalle strutture parrocchiali e quindi bisognose di una evangelizzazione ad hoc, fatta di presenza e di condivisione di vita.
La Chiesa come istituzione nel suo insieme prevede una pastorale specifica per gli artisti di strada e si mostra interessata alla loro presenza nella comunità cristiana, alle loro esigenze, alla loro particolare cultura, tanto che per essi esistono un Ufficio nazionale della Migrantes, incaricati diocesani, volontari laici, suore, dediti al loro cammino di fedeli a pieno titolo.
LA CHIESA LOCALE
Il servizio pastorale è, di norma, affidato alla Chiesa locale “visitata” dall’attività del Circo e del Luna Park e degli artisti di strada in genere.
Di fronte al fenomeno della “mobilità” umana, è chiesto alle Chiese locali di “attrezzarsi” per offrire un servizio pastorale alle famiglie e alle persone che “attraversano” il loro territorio attraverso la Migrantes con l’incaricato della pastorale specifico per i Circhi e Luna Park.
Non tutte le Diocesi hanno ottemperato a queste nomine e non di rado l’affidamento di questo servizio è puramente simbolico.
“I circensi e i lunaparchisti che vivono il disagio della continua separazione da un contesto sociale e culturale sono, pur nel breve periodo di permanenza, membri del/a comunità cristiana. Per questo è importante educare le nostre comunità ad assumere anche nei loro confronti quegli atteggiamenti e quei rapporti di vita che sono chiesti da Gesù alla sua Chiesa.
La presenza di circensi e lunaparchisti è dunque un forte richiamo a tutte le Chiese locali affinché superino tentazioni e insidie in contrasto con il Vangelo”.
Così si esprimevaSua Ecc.za Mons. Ennio Antonelli già Segretario Generale della CEI.
Il problema allora non è quello di una copertura di ruoli quanto piuttosto di educare la comunità cristiana alla dimensione dell’accoglienza. Non è, infatti, pensabile che la Chiesa locale possa offrire un servizio pastorale significativo nei confronti delle famiglie del Circo o del Luna Park che permangono nel territorio anche per breve tempo se questa non sviluppa in se stessa una cultura di accoglienza.
MARGINALITA’
È la caratteristica tipica di una società nomade che “sfiora” una società di stanziali.
Nei rapporti con la società
Per vivere i circensi e i lunaparchisti hanno bisogno degli stanziali perché sono i potenziali clienti della propria attività. C’è tuttavia una sorta di separazione tra i due mondi che maturano nei nostri amici l’esperienza della marginalità, o peggio quella della emarginazione.
Per fare qualche esempio: La differenza di scolarizzazione, un ritmo di vita più naturale, la loro struttura sociale e familiare, la multietnicità e una grande tolleranza, non fa comprendere alcuni aspetti della vita sociale come la burocrazia, la previdenza, la politica, il sindacato, lo Stato, ecc.
L’urbanizzazione ha costretto a porre sempre più in periferia le strutture dello spettacolo viaggiante, in luoghi non adeguati, a volte in vere e proprie discariche. Non parliamo poi dei pregiudizi degli uni verso gli altri che nella reciprocità acuiscono il fenomeno della marginalità.
Nei rapporti con la Chiesa
Possiamo sottolineare alcuni aspetti che caratterizzano una situazione di marginalità:
La struttura parrocchiale aiuta la popolazione cristiana stanziale a riconoscersi in una comunità dove celebrare il proprio rapporto con Dio, condividere l’esperienza di fede e approfondirne i contenuti.
Anche per icristiani non praticanti il campanile caratterizza un’identità ed un’appartenenza.
Per la gente del Luna. Park e, soprattutto, per quella del Circo, è impossibile sperimentare il senso dell’appartenenza ad una parrocchia o ad una comunità ecclesiale.
“Dov’è la chiesa più vicina? Quale orario? Chi è il prete?”. Le risposte a queste semplici domande richiedono un po’ di tempo anche per chi cambia casa e cerca di ambientarsi nella nuova situazione; e ancora più tempo perché la nuova chiesa diventi familiare… figuriamoci per chi si trattiene in quella zona per breve tempo!
Il circo arriva in una città ed in una parrocchia, senza troppo preavviso, indipendentemente dai ritmi e dai programmi pastorali della parrocchia e gli impegni del parroco.
Oggi la pastorale è programmata per tempo e l’arrivo di famiglie di uno spettacolo viaggiante non è prevedibile e non può alterare un programma già stabilito. I pregiudizi su di un mondo non conosciuto aumenta la diffidenza degli ecclesiastici; ancora i vecchi raccontano con rammarico l’invito di certi parroci alla popolazione a disertare lo spettacolo ritenuto immorale, con il commento “non siamo cristiani anche noi?”.
Anche di fronte alla richiesta di sacramenti il ventaglio di risposte è variegatissimo, l’atteggiamento conseguente è quello della ricerca del miglior risultato con il minimo impegno.
Una Pastorale speciale
Il servizio pastorale nel mondo del Circo e del Luna Park non può essere valutato solamente come una pastorale “specifica” quanto piuttosto come una pastorale “speciale”. Quando parliamo di una pastorale specifica indichiamo un servizio pastorale rivolto ad una categoria di persone caratterizzata da una vocazione, età, lavoro, situazione, ecc…; le pastorali speciali riguardano invece le persone che si trovano contemporaneamente in queste situazioni diverse e soprattutto caratterizzate da una cultura diversa. Nel caso del Circo e Luna Park e artisti di strada si potrebbe parlare di pastorale specifica perché vi si incontrano diverse età, famiglie, lavoro, espressione artistica, artigianalità, mobilità,e così via Di fatto dobbiamo prendere in considerazione una componente essenziale, che trova radici nell’origine etnica di molte famiglie, nel nomadismo e la con seguente relazione con il mondo degli stanziali, nella cultura che si è venuta formando per uno stile di vita familiare, per una tipologia di lavoro legata allo spettacolo; per questo dobbiamo parlare di una ‘pastorale speciale” in quanto globale e non settoriale, e rivolta a perso ne che per motivi diversi non sono omologabili alle famiglie di una normale parrocchia di città o di campagna e neppure a parrocchia di un territorio etnicamente caratterizzato.
Obiettivi Pastorali
1) Far crescere e far vivere la Chiesa in questa realtà “mobile” (il Circo e il Luna Park, madonnari, bandisti, ecc.) che non ha la possibilità di contatti vitali con le nostre comunità “ferme” (una Chiesa che prega, ascolta e annuncia la Parola, vive la comunione fraterna).
2) Formare in particolare gli artisti ad essere loro stessi evangelizzatori della loro gente, protagonisti della pastorale nel loro ambiente: la famiglia da oggetto a soggetto di pastorale. Questa infatti è di per se stessa luogo di trasmissione di valori, di accoglienza e di solidarietà. Anche nel mondo dello spettacolo, pertanto, la famiglia deve avere un ruolo attivo nell’evangelizzazione e nel cammino di formazione catechistica alla vita liturgica e ai sacramenti dell’iniziazione cristiana, oltre che alla carità in tutte le sue espressioni.
3) Una particolare attenzione viene rivolta ai giovani, che costituiscono una realtà sociale ed ecclesiale di grande rilievo. Sfruttando il dinamismo proprio dell’età e la loro generosità, la Chiesa deve aiutarli a maturare autentiche scelte di fede, che vadano al di là del naturale e tradizionale sentimento religioso che ancora mantengono, in modo da far nascere una società e una cultura impregnate di valori evangelici.
4) Anche la donna deve essere sostenuta ed aiutata nella sua missione di fedele custode e trasmettitrice dei valori e della tradizione cristiana, nel contesto culturale in cui vive, come pure ad essere elemento di unione, di pacificazione e mediazione nella famiglia e tra le famiglie degli artisti.
Orientamenti per una Pastorale degli zingari
L’azione pastorale
L’Ufficio Nazionale per la Pastorale fra i Rom e i Sinti (UNPRES) è l’ultimo anello nella storia della Chiesa Cattolica Italiana con i Sinti e i Rom. Questi sono stati i passaggi fondamentali che lo anno preceduto:
- nel 1952 la Sacra Congregazione Concistoriale prese sotto la sua responsabilità l’azione pastorale di un sacerdote di Reggio Emilia, d. Dino Torreggiani, fondatore di un Istituto secolare, i ‘Servi della Chiesa”, il quale, fin dal 1930, con l’aiuto di collaboratrici dell’Azione Cattolica, si dedicava alla cura spirituale di queste persone. Furono realizzate così l’“Assistenza religiosa agli spettacoli viaggianti ed ai circhi equestri” e la “Missione cattolica degli zingari”.
- Nel 1958 la medesima Congregazione approvò il primo Statuto dello “O.A.S.N.I. (Opera Assistenza Spirituale Nomadi in Italia) e nel 1965 essa venne assunta dalla C.E.I. nella Commissione per le Migrazioni. In questo anno avvennero due fatti significativi per la Chiesa zingara in Italia: una comunità di Piccole sorelle di Gesù andò a vivere in carovana condividendo la vita dei Rom e dei Sinti e per la prima volta a Pomezia, un papa, Paolo VI, si rivolse loro dicendo: “Voi siete nel cuore della Chiesa”.
- Nel 1970, un sacerdote diocesano, d. Mario Riboldi di Milano, mandato dal suo Vescovo ad evangelizzare i Sinti e i Rom, scelse di farlo dall’interno, vivendo con loro. Condividere non fu più solo la scelta legata al carisma di una Congregazione, ma un modo di evangelizzare, ed altri, sacerdoti, religiosi e laici hanno scelto questa via.
SOGGETTI DELL’EVANGELIZZAZIONE
Ambiente privilegiato per l’evangelizzazione è senza dubbio la famiglia. Qui un bambino viene educato ad essere un vero e giusto rom e lo stesso accade alla bambina, qui entrambi imparano la loro dipendenza dal divino e i modi di rapportarsi ad esso, i luoghi preferiti dalla loro parentela per questo incontro e il rispetto, in un certo senso a metà strada fra il divino e l’umano, per i membri della comunità che sono morti.
Atti votivi, pellegrinaggi, benedizioni, maledizioni avvengono in questo contesto che del resto è lo
stesso al quale vengono ricondotte tutte le esperienze vissute fuori dalla comunità per essere veri ficate. Il messaggio evangelico innesta la sua novità su questo impianto antico. Si sintonizza con quegli elementi della vita zingaresca presenti anche nel messaggio stesso, quali la radicalità con cui
viene vissuta ogni situazione (ed il suo contrario) e la precarietà (che rende relativi i momenti belli ed anche quelli brutti).
Sono perciò i genitori, che accolto il messaggio lo ri-esprimono ai loro figli nel trasmettere la Parola, negli atti di culto, nell’insegnamento delle norme di vita per promuovere un cambiamnneto interiore.
Sono sempre i genitori che, dimostrando disponibilità all’ascolto e rispetto per quanto viene trasmesso, rendono credibile il sacerdote o il catechista non-zingaro, mediano e traducono il messaggio nella forma più comprensibile, oppure si dimostrano aperti verso un’altra famiglia o un’altra persona del gruppo che avendo vissuto un’esperienza religiosa più intensa si fa latrice della proposta. I genitori sono comunque i testimoni della fedeltà all’annuncio che hanno a loro volta ricevuto e nei confronti del quale si sono più o meno impegnati.
In modo più lato, anche il gruppo è fonte più attendibile per il rom e questo è uno dei motivi che ha indotto alcuni sacerdoti italiani a postulare la causa di beatifìcazione del gitano spagnolo Céferino
Jimenez Malla, detto “il Pelé”, che avendo concluso con il martirio una vita cristiana esprime un modello per il rom cristiano ed è occasione per una maggior consapevolezza della piena appartenenza di questo popolo alla chiesa cattolica.
La figura dell’Operatore è quella di uomo-ponte tra due culture e due mentalità. La funzione di uomo-ponte postula la piena consapevolezza che il suo è un vero ministero missionario, il quale include:
® la disposizione a “partecipare permanentemente, o almeno con una certa stabilità» alla vita di questo popolo (indicazioni pastorali sulle migrazioni e il turismo 1978) «con il medesimo impulso con cui Cristo, attraverso la sua incarnazione si legò a determinate condizioni sociali, culturali degli uomini con cui visse»(Ad Gentes, n. 10).
® la conoscenza approfondita del gruppo, i responsabili pastorali devono essere «adeguatamente forniti di cognizioni nella stessa lingua e cultura» (indicazioni pastorali sulle migrazioni e il turismo 1978 – cfr. C. D. n. 23) delle persone cui si rivolgono.
L’Azione Pastorale deve tendere a formare dei «gruppi di fedeli che, in possesso del patrimonio culturale della nazione cui appartengono, deve mettere radici nel popolo, da cui germoglino famiglie dotate di spirito evangelico.» (Ad Gentes, 15)
E’ pertanto da preferire un’azione a raggio ridotto, ma approfondita ad un’azione a largo aggio, ma superficiale. Si tenga presente che un’assistenza religiosa saltuaria, in genere richiesta in occasioni particolari quali battesimi e funerali è già prestata dalle singole Chiese locali e che «scopo della evangelizzazione è il cambiamento interiore (…) convertire la coscienza personale e collettiva degli uomini, l’attività nella quale essi sono impegnati, la vita e l’ambiente concreto loro proprio.» (EN, 18).
Chi sono i Rom – Sinti
Coloro che genericamente vengono chiamati “zingari’ sono le persone che chiamano se stesse Rom o Sinti, essendo figli di uno o entrambi i genitori Rom-Sinti. Vedono se stessi come un insieme non
omogeneo di gruppi, li unisce, però, la coscienza di un ‘identità che li distingue dai non-zingar, il collocarsi fra questi come “altri”, l’appartenenza ad un’unica etnia, la lingua originariamente una pur nella variazione degli Imprestiti.
Hanno conservato questa identità nel corso dei secoli, nella convivenza, nella repressione, nell’adattamento alla società ospitante, non avendo mai avuto né cercato un proprio territorio dove abitare.
Comune a tutti è il modo di far cultura, l’appropriarsi di elementi della società che hanno frequentato più a lungo assumendoli con libertà e tramandandoli come propri.
Ne deriva che l’elemento comune è insieme la fonte delle differenze esteriori. In questo modo probabilmente, sono scivolati tra le maglie della cultura dominante quel tanto che era sufficiente per sopravvivere.
Ci sono Sinti e Rom, nomadi ed ex-nomadi, che vivono in Italia da secoli. Pur essendo sparsi su tutto il territorio nazionale, si distinguono nettamente dalla popolazione italiana non-zingara anche se spesso, come i Romje sedentarizzati del Sud, forse per una più pacifica convivenza, tentano di mimetizzarsi fra la gente de/luogo.
Tutte queste persone si sentono etnicamente legate con le altre sparse per l’Europa e fuori, siano Rom o Sinti o Manush o Kalè o Kaolie…, anche se non propriamente già organizzate come popolo, nonostante un riconoscimento dell’ONU.
Pastorale Italiani nel mondo
Emigrazione in diocesi di Treviso
Anche la diocesi di Treviso è stata fortemente interessata nello scorso secolo dal fenomeno dell’emigrazione verso le varie nazioni dell’Europa (Svizzera, Germania, Francia, Belgio, Gran Bretagna), dell’ America del Sud e del Nord e dell’ Australia.
Un dato approssimativo parla di circa 40.000 emigrati di prima generazione che con i discendenti arrivano ai 300 mila provenienti dai paesi della diocesi di Treviso.
Molti di loro fanno riferimento per la propria vita spirituale alle tante missioni cattoliche presenti ancora in molte città del mondo dove rimane considerevole la presenza di immigrati di origine italiana.
Dagli anni settanta (1973) la Diocesi ha provveduto ad un collegamento continuo con gli emigrati mediante l’Associazione “Trevisani nel mondo” , di ispirazione cristiana, per la promozione umana integrale della persona in migrazione” (Statuto, n. 2), costituitasi presso il Centro Diocesano di Pastorale in Casa Toniolo, e tuttora funzionante con oltre 60 Sezioni all’estero e altrettante in Italia e in provincia con gli ex emigrati.
Ruolo fondamentale di guida lo svolge uno dei fondatori, don Canuto Toso.
Alcuni sacerdoti ex missionari presso gli emigranti continuano un prezioso servizio di accompagnamento soprattutto agli emigranti più anziani, attraverso la corrispondenza e la visita periodica alle missioni cattoliche in cui hanno fatto servizio (Francia – Belgio).
Attualmente sono in servizio all’estero per gli emigranti italiani due sacerdoti in Australia, di cui uno in pensione.
Don Canuto Toso è molto attento anche ai “nuovi emigranti”, giovani che per motivi di studio o di lavoro continuano a partire soprattutto verso l’ Inghilterra, ma anche la Germania e l’Australia.
Secondo alcune fonti ogni anno partono dalla provincia di Treviso circa 1000 giovani verso l’estero.
Nella sola Londra sarebbero circa 2500 i giovani studenti o lavoratori provenienti dalla provincia di Treviso.
Sono numerosi anche i trevigiani all’estero, soprattutto nei paesi dell’Est Europa o in Asia, dove molte ditte Venete hanno de-localizzato la produzione dei loro prodotti.