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In diocesi Treviso…

Nel territorio della nostra diocesi vivono circa 1500/2000 persone di origine Rom o Sinti, sono famiglie che per lo più risiedono in case private o comunali, o in alcuni piccoli “campi” e sono tutti o quasi di nazionalità italiana.
I nomadi di altre nazioni sono pochi e per lo più di passaggio, diretti o verso le città più grandi o verso altre nazioni.

I Rom e Sinti sono quasi tutti cattolici, anche se non mancano persone che fanno parte di altri gruppi religiosi quali i testimoni di Geova.

Verso di loro non mancano pregiudizi e diffidenze anche da parte di sacerdoti, ma allo stesso tempo ci sono esperienze significative di vicinanza, di incontro e di sostegno nelle difficoltà, da parte di parrocchie, laici, e religiosi.

Assieme alla Caritas, ad alcuni sacerdoti e laici volontari abbiamo elaborato un piccolo progetto che mira all’incontro e alla condivisione della fede e della vita.

L’attenzione che anima questo progetto, che continua un’azione già in atto grazie ad alcuni sacerdoti, laici e religiosi, è più pastorale che assistenziale: si cerca di stabilire una relazione di fiducia e stima reciproca, nella quale essi possano sentirsi riconosciuti come persone e figli di Dio. Dentro questa relazione a volte entrano anche interventi di carità legati al bisogno di una casa, del lavoro, degli alimenti o più in generale e più frequentemente di mediazione con i servizi sociali dei Comuni e dell’ASL.
Non di rado si creano occasioni informali o organizzate di catechesi, ascolto della Parola e in qualche caso di celebrazione dei sacramenti.
Spesso la gente o i preti ci chiedono: ma che cosa andate a fare? di solito rispondiamo che andiamo a stare con loro, a incontrarli, per cercare di gettare un ponte tra noi e loro, con un popolo che per storia e cultura è quello più lontano da noi, anche se vive in mezzo a noi dal 1400. I rom e i sinti sono l’etnia per il quale gli italiani nutrono il maggior sospetto e diffidenza e che quindi subisce la discriminazione e l’emarginazione peggiore. Basti far notare che quando vanno in cerca di lavoro i rom e i sinti sono gli unici che devono nascondere la loro vera identità, in quanto se le aziende sapessero che sei uno zingaro non ti assumerebbero mai. Ciò non accade per nessun altra popolazione straniera presente in Italia.
In questo senso l’appello più forte che ci viene da loro non è rispondere ai loro bisogni materiali, che pure spesso sono gravi: la vita media è sicuramente più breve della nostra di almeno 10 anni, c’è un tasso più elevato di alcolismo, malattie mentali e delinquenza. Nonostante tutto questo, ci sembra che la richiesta più forte, sottesa a tutte le altre, sia in realtà quella di essere riconosciuti come persone e popolo di pari dignità.

L’impegno della Migrantes, che coordina questo progetto, in collaborazione con la Caritas, è quello di favorire in tutte le parrocchie una maggiore conoscenza della realtà dei Rom e Sinti e di mostrare percorsi virtuosi di vicinanza e attenzione.

Appuntamenti

8 APRILE, giornata internazionale dei Rom (data del 1° Congresso Mondiale fatto nel 1971). In occasione di questa giornata sono organizzate manifestazioni culturali dappertutto nel mondo.
2 AGOSTO, giornata internazionale in commemorazione dei Rom e dei Sinti vittime dell’Olocausto (Samudaripen). Nel 1945 tremila membri della comunità Rom furono massacrati ad Auschwitz-Birkenau.

L’azione pastorale

L’Ufficio Nazionale per la Pastorale fra i Rom e i Sinti (UNPRES) è l’ultimo anello nella storia della Chiesa Cattolica Italiana con i Sinti e i Rom. Questi sono stati i passaggi fondamentali che lo anno preceduto:
  • nel 1952 la Sacra Congregazione Concistoriale prese sotto la sua responsabilità l’azione pastorale di un sacerdote di Reggio Emilia, d. Dino Torreggiani, fondatore di un Istituto secolare, i ‘Servi della Chiesa”, il quale, fin dal 1930, con l’aiuto di collaboratrici dell’Azione Cattolica, si dedicava alla cura spirituale di queste persone. Furono realizzate così l’“Assistenza religiosa agli spettacoli viaggianti ed ai circhi equestri” e la “Missione cattolica degli zingari”.
  •  Nel 1958 la medesima Congregazione approvò il primo Statuto dello “O.A.S.N.I. (Opera Assistenza Spirituale Nomadi in Italia) e nel 1965 essa venne assunta dalla C.E.I. nella Commissione per le Migrazioni. In questo anno avvennero due fatti significativi per la Chiesa zingara in Italia: una comunità di Piccole sorelle di Gesù andò a vivere in carovana condividendo la vita dei Rom e dei Sinti e per la prima volta a Pomezia, un papa, Paolo VI, si rivolse loro dicendo: “Voi siete nel cuore della Chiesa”.
  • Nel 1970, un sacerdote diocesano, d. Mario Riboldi di Milano, mandato dal suo Vescovo ad evangelizzare i Sinti e i Rom, scelse di farlo dall’interno, vivendo con loro. Condividere non fu più solo la scelta legata al carisma di una Congregazione, ma un modo di evangelizzare, ed altri, sacerdoti, religiosi e laici hanno scelto questa via.
SOGGETTI DELL’EVANGELIZZAZIONE
Ambiente privilegiato per l’evangelizzazione è senza dubbio la famiglia. Qui un bambino viene educato ad essere un vero e giusto rom e lo stesso accade alla bambina, qui entrambi imparano la loro dipendenza dal divino e i modi di rapportarsi ad esso, i luoghi preferiti dalla loro parentela per questo incontro e il rispetto, in un certo senso a metà strada fra il divino e l’umano, per i membri della comunità che sono morti.
Atti votivi, pellegrinaggi, benedizioni, maledizioni avvengono in questo contesto che del resto è lo
stesso al quale vengono ricondotte tutte le esperienze vissute fuori dalla comunità per essere veri ficate. Il messaggio evangelico innesta la sua novità su questo impianto antico. Si sintonizza con quegli elementi della vita zingaresca presenti anche nel messaggio stesso, quali la radicalità con cui
viene vissuta ogni situazione (ed il suo contrario) e la precarietà (che rende relativi i momenti belli  ed anche quelli brutti).
Sono perciò i genitori, che accolto il messaggio lo ri-esprimono ai loro figli nel trasmettere la Parola, negli atti di culto, nell’insegnamento delle norme di vita per promuovere un cambiamnneto interiore.
Sono sempre i genitori che, dimostrando disponibilità all’ascolto e rispetto per quanto viene trasmesso, rendono credibile il sacerdote o il catechista non-zingaro, mediano e traducono il messaggio nella forma più comprensibile, oppure si dimostrano aperti verso un’altra famiglia o un’altra persona del gruppo che avendo vissuto un’esperienza religiosa più intensa si fa latrice della proposta. I genitori sono comunque i testimoni della fedeltà all’annuncio che hanno a loro volta ricevuto e nei confronti del quale si sono più o meno impegnati.
In modo più lato, anche il gruppo è fonte più attendibile per il rom e questo è uno dei motivi che ha indotto alcuni sacerdoti italiani a postulare la causa di beatifìcazione del gitano spagnolo Céferino
Jimenez Malla, detto “il Pelé”, che avendo concluso con il martirio una vita cristiana esprime un modello per il rom cristiano ed è occasione per una maggior consapevolezza della piena appartenenza di questo popolo alla chiesa cattolica.
La figura dell’Operatore è quella di uomo-ponte tra due culture e due mentalità. La funzione di uomo-ponte postula la piena consapevolezza che il suo è un vero ministero missionario, il quale include:
®    la disposizione a “partecipare permanentemente, o almeno con una certa stabilità» alla vita di questo popolo (indicazioni pastorali sulle migrazioni e il turismo 1978) «con il medesimo impulso con cui Cristo, attraverso la sua incarnazione si legò a determinate condizioni sociali, culturali degli uomini con cui visse»(Ad Gentes, n. 10).
®    la conoscenza approfondita del gruppo, i responsabili pastorali devono essere «adeguatamente forniti di cognizioni nella stessa lingua e cultura» (indicazioni pastorali sulle migrazioni e il turismo 1978 – cfr. C. D. n. 23) delle persone cui si rivolgono.
L’Azione Pastorale deve tendere a formare dei «gruppi di fedeli che, in possesso del patrimonio culturale della nazione cui appartengono, deve mettere radici nel popolo, da cui germoglino famiglie dotate di spirito evangelico.» (Ad Gentes, 15)
E’ pertanto da preferire un’azione a raggio ridotto, ma approfondita ad un’azione a largo aggio, ma superficiale. Si tenga presente che un’assistenza religiosa saltuaria, in genere richiesta in occasioni particolari quali battesimi e funerali è già prestata dalle singole Chiese locali e che «scopo della evangelizzazione è il cambiamento interiore (…) convertire la coscienza personale e collettiva degli uomini, l’attività nella quale essi sono impegnati, la vita e l’ambiente concreto loro proprio.» (EN, 18).

Chi sono i Rom – Sinti

Coloro che genericamente vengono chiamati “zingari’ sono le persone che chiamano se stesse Rom o Sinti, essendo figli di uno o entrambi i genitori Rom-Sinti. Vedono se stessi come un insieme non
omogeneo di gruppi, li unisce, però, la coscienza di un ‘identità che li distingue dai non-zingar, il collocarsi fra questi come “altri”, l’appartenenza ad un’unica etnia, la lingua originariamente una pur nella variazione degli Imprestiti.
Hanno conservato questa identità nel corso dei secoli, nella convivenza, nella repressione, nell’adattamento alla società ospitante, non avendo mai avuto né cercato un proprio territorio dove abitare.
Comune a tutti è il modo di far cultura, l’appropriarsi di elementi della società che hanno frequentato più a lungo assumendoli con libertà e tramandandoli come propri.
Ne deriva che l’elemento comune è insieme la fonte delle differenze esteriori. In questo modo probabilmente, sono scivolati tra le maglie della cultura dominante quel tanto che era sufficiente per sopravvivere.
Ci sono Sinti e Rom, nomadi ed ex-nomadi, che vivono in Italia da secoli. Pur essendo sparsi su tutto il territorio nazionale, si distinguono nettamente dalla popolazione italiana non-zingara anche se spesso, come i Romje sedentarizzati del Sud, forse per una più pacifica convivenza, tentano di mimetizzarsi fra la gente de/luogo.
Tutte queste persone si sentono etnicamente legate con le altre sparse per l’Europa e fuori, siano Rom o Sinti o Manush o Kalè o Kaolie…, anche se non propriamente già organizzate come popolo, nonostante un riconoscimento dell’ONU.