“Non di solo pane vive l’uomo”, anche l’uomo migrante; e per chi ha già gustato il pane di vita eterna, cioè per i cattolici che a pieno titolo sono figli della Chiesa e fratelli nostri, Santa Madre Chiesa ha un’attenzione e una dedizione tutta speciale.
Per favorire la difesa, lo sviluppo e la testimonianza della loro fede essa si impegna con ogni sforzo perché questi suoi figli possano aggregarsi in comunità di fede, di culto, di carità e di condivisione, fatte su misura della loro cultura, lingua e tradizione.
In altri termini la Chiesa raccomanda che questi cattolici non abbiano a loro disposizione meno assistenza di quanta ne hanno i cattolici italiani nelle loro parrocchie.
Perciò la Chiesa per i cattolici stranieri ha predisposto una “pastorale specifica”, dotata per quanto possibile di propri operatori pastorali, luoghi di incontro e quanto altro serve per la difesa e la promozione della loro vita cristiana.
Sia ben chiaro che questa pastorale specifica nulla toglie alla competenza e responsabilità dei parroci territoriali; perciò questi cattolici stranieri sono sotto la cura pastorale sia delle parrocchie nel cui ambito risiedono sia del centro pastorale etnico istituito appositamente per loro.
“Centro pastorale etnico” è il termine più generale per indicare le diverse strutture che, secondo l’autorevole indicazione della Santa Sede, sono state individuate per il servizio più efficace da prestare ai cattolici immigrati.
Le linee guida pastorali sono contenute nel documento “Ero forestiero e mi avete ospitato”.
Secondo le varie circostanze e possibilità, può essere costituita dal Vescovo diocesano:
“parrocchia personale”, con competenze simili alla parrocchia territoriale italiana, estesa a tutti i fedeli di una determinata nazionalità, etnia o lingua presenti nella diocesi;
“missione con cura d’anime”, di fatto da equiparare alla parrocchia personale e di solito viene istituita quando il gruppo di cattolici non è ancora bene stabilizzato o non ha ancora una sede adeguata;
“cappellania” con le facoltà riconosciute ai “cappellani” dal Diritto Canonico ed altre facoltà che il Vescovo della diocesi volesse aggiungere. Al cappellano, in genere, la facoltà di celebrare il battesimo e il matrimonio viene conferita dal parroco del luogo.
A queste strutture pastorali che godono di erezione canonica sono da aggiungere altre comunità o
“Centri pastorali”, sorti quasi per generazione spontanea, per iniziativa di qualche sacerdote, religioso o laico italiano o straniero, che ha constatato la necessità e possibilità di prendere una qualche iniziativa per tenere aggregati questi cattolici e scongiurarne la dispersione.
Questi centri non godono di istituzione canonica, ma non manca in diocesi un qualche riconoscimento, se non altro da parte del Direttore diocesano della Migrantes.



