Pellegrini al Santo: da Treviso una bella partecipazione

“Un’assemblea numerosa e gioiosa”: così p. Antonio Ramina, rettore della basilica del Santo, ha salutato i tanti fedeli della diocesi che, guidati dal vescovo Tomasi, dal vescovo emerito Gardin e da una trentina di sacerdoti hanno partecipato all’annuale pellegrinaggio a Padova lo scorso 7 giugno. Nella santa messa si è ricordato un singolare anniversario della vita di S. Antonio, legato alla scoperta della sua capacità di predicazione profonda, avvenuta 800 anni fa a Forlì. E così, partendo da questo episodio della vita del Santo, il vescovo Michele ha sottolineato come “l’incontro con il Signore, la sua Parola, i sacramenti e i poveri hanno letteralmente trasformato Antonio”. La predicazione di Antonio, dunque, è stata strumento “per portare il lieto annunzio ai miseri, per fasciare le piaghe dei cuori spezzati, per liberare dalla schiavitù tante persone private della speranza e del futuro… anche oggi, come allora”. La Parola di Dio che Antonio annunciava è così “fresca acqua per ogni anima assetata”: ecco perché la sua testimonianza è importante anche ai nostri giorni.

“Di lui si può dire quello che abbiamo sentito nella lettura del Profeta Isaia – ha ricordato il Vescovo -. “Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione”. È Sant’Antonio stesso che in uno dei suoi sermoni parla dell’olio della predicazione” e usa l’immagine della “ampolla del Vangelo, da cui viene sparso sulla nostra vita un olio di illuminazione, di forza e di speranza”. E poi Antonio, grazie alla Parola, porta “il lieto annuncio ai poveri, fascia le piaghe dei cuori spezzati, proclama la libertà degli schiavi e la liberazione dei prigionieri, promulga l’anno di grazia del Signore, il giorno di vendetta del nostro Dio”, e noi con lui – ha ricordato il Vescovo -, siamo inviati ad annunciare una Parola che genera “parole e azioni, una vita concreta fatta di comunione e di fraternità con tutti i poveri, i miseri e gli abbandonati, dalla vita e dalla storia; a piegarci sui “drammi di tanta povera gente, sulle nostre ferite quando non sappiamo a chi rivolgerci e invochiamo il Signore per intercessione dei santi per intercessione della Santa Vergine Maria”, trovando fratelli e sorelle che si prendono cura dei nostri cuori e anche noi proviamo a essere balsamo per i cuori di qualcuno”.

Riflettendo ancora sul brano del profeta Isaia il Vescovo Michele ha messo in luce le tante schiavitù di oggi, schiavitù vere, dipendenze, miseria, furti di speranza e di futuro, “a incominciare dai giovani che vengono chiusi in un tempo senza orizzonte, in una vita che non genera più speranza perché si spegne in loro il desiderio di cose grandi”. Ma l’unzione manda il predicatore, il profeta, il cristiano o la cristiana “a promulgare l’anno di grazia del Signore, il giorno di vendetta del nostro Dio”. “Questa è la vendetta, l’unica vendetta di Dio, l’unica possibile: Egli si vendica del male, della tristezza, della sofferenza, del grigiore nella vita, si vendica del senso di essere abbandonati, soli, lontani dalla compagnia degli uomini incapaci di credere nel suo amore – ha sottolineato mons. Tomasi -. L’unica vendetta possibile, non quella che risponde con odio all’odio, non quella che alla guerra risponde con guerra, ma una vendetta che deve cambiare i cuori, che deve cambiare le politiche, che deve cambiare le sorti di questo nostro mondo: l’unica vendetta voluta da Dio, quella dell’amore, quella del perdono, quella della grazia. E tutto questo “per consolare tutti gli afflitti, per dare agli afflitti di Sion una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, veste di lode invece di uno spirito mesto”. “E allora tutti i discepoli del Cristo, quelli toccati dalla grazia di questa unzione, “si chiameranno querce di giustizia,
piantagione del Signore, per manifestare la sua gloria”. Ecco, potremmo essere questo: solide, robuste, piene d’ombra, bellissime querce, ospitali piantagioni piene di vita e di forza, ma anche della leggerezza e dell’eleganza della quercia. Un popolo che insieme possa cantare le lodi di Dio, le lodi alla Parola di Dio”.

La celebrazione si è conclusa con la carezza che il vescovo Michele e i concelebranti hanno lasciato, a nome di tutti, sulla tomba del Santo mentre i fedeli, uscendo dalla basilica, sono stati invitati dal padre rettore a prendere un piccolo pane benedetto, il pane di Sant’Antonio, così da poter essere meglio rinfrancati e sostenuti per affrontare il cammino di ogni giorno.

 

In allegato l’omelia integrale del Vescovo