Moltissimi fedeli – almeno duemila persone – hanno partecipato oggi pomeriggio alle celebrazioni per la festa della “Madonna del colera”, che ha coinciso, quest’anno, con i 100 anni di consacrazione del duomo cittadino che, per l’occasione, dal 15 al 24 settembre, è “chiesa giubilare”. A presiedere la celebrazione eucaristica e la processione con la statua della Madonna il vescovo, mons. Michele Tomasi. Numerosi i sacerdoti che hanno concelebrato con il Vescovo e con il parroco, don Massimo Gallina.
La speranza, la pace, la coesione sociale, la fraternità, la promozione dell’umano, la valorizzazione dei giovani sono tra i temi sviluppati dal vescovo Tomasi nella sua omelia e, al termine della processione, nel saluto alla città, alla presenza delle autorità.
Meditando sul brano del Vangelo, il Vescovo ha ricordato che “nella maternità di Maria, la Chiesa riceve il dono immenso della vicinanza di un amore fiducioso, tenace, incondizionato. Maria, affidata alle cure del discepolo amato (e di ogni discepolo che ama sinceramente Gesù), è proprio lei a prendersi cura di noi, tutti, suoi figli, Lei che diventa per noi dispensatrice di grazie”, “Santa Maria delle grazie”, appunto, il titolo del duomo di San Donà.
“Viviamo in tempi difficili e bui, tanta cattiveria si scatena intorno a noi ed avvelena (a volte goccia a goccia, a volte come un fiume in piena) le nostre menti e i nostri cuori. Inimicizie, lotte senza pietà, guerre condotte senza umanità – la riflessione di mons. Tomasi -. Popoli interi, bambini, deboli e fragili colpiti ed uccisi, torti crudeli e reciproci che crescono in spirali di violenza apparentemente senza fine, tutto questo ci accompagna quotidianamente, e ci lascia attoniti, afflitti dal senso dell’impotenza, ipnotizzati quasi dalla forza del male, bloccati dalla “globalizzazione dell’impotenza”, come ha detto recentemente papa Leone XIV”.
Come non perdere la speranza, in questa situazione? “Se rimaniamo con Maria e con Giovanni sotto la Croce, se viviamo quell’immenso dolore senza scappare, senza fuggire altrove, se restiamo assieme al dolore del mondo – ha sottolineato il Vescovo -, proprio qui riusciremo a ricevere il dono del Risorto, la speranza contro ogni speranza che ci salva e ci rinnova, che sazia la nostra fame di giustizia e la sete di felicità e di bene. Coglieremo, svelata, la menzogna del male, e crederemo, come ancora ci insegna papa Leone, che “la storia è devastata dai prepotenti, ma è salvata dagli umili, dai giusti, dai martiri, nei quali il bene risplende e l’autentica umanità resiste e si rinnova”. Uniamoci al dono di Cristo, fratelli e sorelle. Seguiamo con fiducia l’esempio di Maria, la Donna umile e forte, e facciamoci aiutare da Lei, proteggere da Lei, accompagnare da Lei. Potremo saziare la nostra sete, ma soprattutto diventeremo “una fonte di acqua fresca per gli altri” (DN, 173).
E ricordando la devastazione della Prima guerra mondiale nelle terre lungo il Piave, il vescovo si è augurato “che il grande fiume continui a ricordarci la promessa della benedizione e della vita. E che le nostre chiese continuino ad essere luoghi di invocazione e di supplica, di preghiera di intercessione e di lode. Che le nostre celebrazioni eucaristiche siano scuola della Parola, in cui ci lasciamo plasmare e trasformare dalla forza viva del Vangelo; siano mensa di fraternità da cui nessuno si senta escluso, e incontro con il Cristo vivo e presente tra noi, che si fa vero cibo, vera bevanda”. “Continuiamo a pregare per la pace, la concordia, la comunione. Preghiamo per la rinuncia – nostra e di tutti – a ogni strumento di violenza e di inimicizia, e continuiamo a confermarci gli uni gli altri nella certezza che Dio vuole che ogni persona sia salva. Cerchiamo insieme la verità della nostra esistenza, cerchiamo con perseveranza tutto ciò che ci rende sempre più umani. Il Signore Gesù, fondamento, principio e modello di ogni umanità, ci accompagna e ci guida su questo cammino”.
Una riflessione continuata, poi, nel saluto alla città di San Donà, prima delle benedizione che è seguita alla processione con la statua della Vergine, venerata come donatrice di Grazie e, in particolare, per la grazia della liberazione della città dal colera nel 1855.
“Non stiamo vivendo un momento di folklore, stiamo piuttosto ricordando quanto del nostro passato ci ha posto di fronte a sfide spesso immani e dolorose, e torniamo a rivolgere lo sguardo a quanto ci ha aiutato, sostenuto, resi coesi nell’affrontare le prove. Stiamo rinnovando le ragioni della coesione, che deve essere certamente plurale e pluralista, aperta al contributo di tanti, di tutti, non certamente appannaggio soltanto della comunità cristiana. Ma insieme stiamo affermando che ci sono ragioni buone per vivere insieme, motivi ed ispirazioni che continuino a farci incontrare e a far convergere i nostri sforzi, le nostre menti e le nostre risorse per la costruzione di una città che tuteli, accolga e promuova l’umano in tutte le sue forze”.
“Una città accogliente e aperta – il ritratto delineato
dal Vescovo -, che continui a misurare il suo passo sui piccoli e sui fragili, che accolga e si prenda cura degli ammalati, degli anziani soli, che non si scordi delle fatiche dei profughi e di chi deve fuggire da tragedie epocali. Luogo di vita buona per le persone con diverse abilità, fratelli e sorelle che tanto amore hanno da donare e donano, a tanti spesso distratti da mille preoccupazioni ed affanni. Una città a misura delle giovani generazioni, dei bambini, dei ragazzi e delle ragazze, protagonisti di un presente che soltanto se accolto senza pregiudizi, accompagnato con fedeltà adulta, capito senza scorciatoie, potrà essere generativo di vita e di speranza anche per il futuro”, ha ricordato mons. Tomasi, che ha citato il recente Giubileo dei giovani: “Abbiamo molto da imparare e molto da ricevere dai giovani, e insieme abbiamo la responsabilità di prenderli sul serio, di valorizzarli, di lasciare loro spazio e risorse per poter vivere orizzonti ampi ed infiniti, senza rinchiudere le nostre e le loro speranze in spazi e prospettive troppo limitati e ristretti. In occasione di queste stesse celebrazioni nel 1944, dopo le incursioni aeree e i bombardamenti patiti durante la seconda guerra mondiale, così si ebbe a dire: “Questa festa del 24 Settembre sarà celebrata per sempre dal popolo di S. Donà di Piave, come la festa della pace e della salvezza della Patria. Con questo nome, più che con quello del Colera, noi la tramanderemo ai nostri nepoti (…)”. Possiamo – e dobbiamo certo – mantenere il nome tradizionale, ma la storia che viviamo e il sentimento di umanità ci chiedono di non dimenticare questa nuova prospettiva: festa della pace, salvezza della patria e – aggiungo – impegno di fraternità universale. San Donà – ha concluso il Vescovo – ricorda nella sua carne viva la brutalità e l’orrore della guerra. Si faccia sempre più testimone di pace, sia scuola di concordia, laboratorio di collaborazione creativa per il bene comune. Ciascuno e tutti per la propria parte, con la propria responsabilità”.






