UNA SOCIETA’ CHE DEVE RI-ACCORDARSI

Per una Laicità sostenibile e rispettosa

I tristi fatti di questo nostro tempo (dalla Francia alla Germania al Belgio e non solo) riportano alla ribalta, da una parte i segnali di uno scontro in atto da tempo tra gruppi estremisti e la civiltà occidentale, e dall’altra la necessità di ripensare e riflettere seriamente sull’idea di un multiculturalismo e di una convivenza pacifica che sembrano essere i pilastri di una società globale, nella quale viviamo.
La scuola, da sempre terreno di incontro e confronto costruttivi, deve cercare di costruire incessantemente nuovi ponti e occasioni concrete per avvicinare le culture, le religioni e il patrimonio di valori nella ricchezza dei costumi e delle tradizioni di paesi diversi e di popoli capaci di alternative culturali piuttosto interessanti.
Non è la prima volta che ciò accade lungo la storia, generando tensioni e scontri anche profondi, alla ricerca di nuove soluzioni e nuovi equilibri nel solco della pluralità.
Sempre si pone di fronte a noi un’alternativa: rifiutare l’idea di un mondo globale, spesso ingiusto, per rinchiuderci i mille localismi oppure se vogliamo costruirlo con una forte tensione utopica e con lo sforzo di un difficile e delicato dialogo da comporre e ricomporre con tenacia, anche se spesso siamo interconnessi con i media e negli affari, ma siamo lontani nell’essere comunità solidale e nell’affermazione sincera di valori comuni.
A tutti è offerto uno spazio per tentare l’incontro con l’altro e alla scuola il compito di costruire con realismo e pazienza una nuova idea di convivenza e di bene comune, che non patisca un restringimento violento delle libertà fondamentali e nemmeno che produca forme di discriminazione in cui la scuola non può in nessun modo essere coinvolta. Un lavoro che muova i suoi passi verso l’inclusione e rifletta con attenzione sulle possibili fratture, che mai generano vita sociale solida e armoniosa. In questo senso è opportuno ripensare criticamente anche il concetto di Laicità nel nostro paese, senza pregiudizi o derive ideologiche. Attorno a questo concetto le società moderne cercano di trovare un nuovo coagulante e di costruire il nuovo modello di società per il futuro.
E’ qui che spesso in questi anni di servizio nella scuola e nella mia esperienza di educatore e insegnante, ho ascoltato convinzioni, modi di pensare e approcci molto diversi tra loro.
Il primo vorrebbe un una laicità capace di salvare lo spazio pubblico inibendo tutte le forme di grande partecipazione e coinvolgimento personali; si produce così, come qualcuno l’ha chiamata, una “laicità da laboratorio” in cui i legami e i nuovi equilibri sono costruiti su giudizi presunti, o assemblati con criteri fortemente selettivi. Penso a questo riguardo la sottovalutazione delle convinzioni religiose messe tra parentesi, all’abolizione dai documenti delle appartenenze di ogni tipo, la sostituzione delle feste non conformi al protocollo di neutralità, come il Natale o la festa della mamma; si promuovono le giornate della gentilezza per suggerire surrettiziamente antropologie discutibili che possono creare confusione dell’identità sessuale come il fenomeno GENDER. Si uniforma il pensiero rimasto asciutto e pulito da idee poco convenienti, secondo le logiche del pensiero dominante. Mi domando se questa possa essere una forzatura del pensiero e quali conseguenze porti. Ho notato ad esempio che molte delle cose che oggi non si vogliono dire o non si possono dire in pubblico passano per la comunicazione virtuale percepita dai giovani come più libera e corrispondente al loro modo di sentire. In ambito scolastico mi sono sempre chiesto perché una scuola pubblica paritaria non debba godere degli stessi benefici di quelle “statali” o perché un docente che in esse insegna debba avere un punteggio di concorso più basso? Una laicità ben impacchettata, capace di generare senza colpo ferire disuguaglianze mostruose.
Il secondo approccio cerca la costruzione di una nuova “Agorà” o di un nuovo “portico dei gentili” nelle quali le differenze e i diversi saperi possono dialogare e crescere insieme, anche alle convinzioni più “partigiane”, alla ricerca di un bene comune. Una prospettiva in cui le esperienze e perfino le convinzioni politiche e le varie conoscenze possono emergere per incontrarsi e dibattere con arguzia e impegno, senza delegittimazioni troppo precoci. Così facendo, da prospettive diverse, si cerca di suscitare il riappropriarsi di convinzioni e idee che possono stimolare il percorso esistenziale, per addizione e confronto e non per semplice sottrazione. Nemmeno questa strada appare semplice da percorrere, ma certamente sembra la più propizia e la più rispettosa.
La prima strada, spesso preferita, produce molte volte nei nostri ragazzi tentativi fiacchi e poco stimolanti, smarrimento della coscienza, estraniamento, mancanza di identità, incertezza e inerzia. Continuando per questa strada possiamo suggerire tranquillamente una imparzialità di facciata che li renda accettabili al nostro mondo, ma rischiamo di allontanarci dai loro aneliti e dalle loro grandi aspirazioni. Corriamo il rischio di anestetizzali pur sottolineando, paradossalmente, l’importanza di una partecipazione al mondo della scuola e alla società, ma con canoni prestabiliti e molto inclini all’ideologia del nostro tempo (correttezza, ma non verità). Sempre su questa linea la sintesi più convincente da tentare sembra essere il relativismo (e lo scetticismo di fondo) oppure quella di un politeismo di valori, forse anche promettente, ma poco costruttivo e integrato, dal momento che troppi aspetti sono stati messi tra parentesi.
Una scuola alleata maggiormente con il mondo e con “l’umano” sembra essere il proposito da dover suggerire sempre convintamente, come molti docenti fanno quotidianamente nel loro impegno educativo.
Ricercare strade per far incontrare e dialogare saperi con progetti interdisciplinari coraggiosi e rispettosi delle convinzioni individuali, potrebbe essere il compito prezioso da perseguire per stimolare generazioni alla ricerca di un bene comune possibile e condivisibile, in una società che per alcuni versi sta incrementando il potenziale di aggressività e di scontro e corre il rischio di una standardizzazione del comportamento individuale.