Questa mattina, 3 novembre, nella chiesa parrocchiale di Frescada, si è tenuto il funerale di don Siro Zorzi, il parroco di Frescada e Dosson mancato improvvisamente nella notte tra martedì e mercoledì della scorsa settimana. Moltissimi fedeli in chiesa, sul sagrato e nella sala parrocchiale adiacente hanno accompagnato l’ultimo saluto nella preghiera e nella commozione. Oltre 150 i sacerdoti concelebranti con il vescovo Michele; hanno concelebrato, inoltre, il vescovo di Piacenza Bobbio, mons. Adriano Cevolotto, e l’arcivescovo emerito di Udine, mons. Andrea Bruno Mazzocato.
L’omelia del vescovo Michele ha messo in luce il dolore per la morte improvvisa di un sacerdote nel pieno del ministero, la sua umanità, ha ricordato i 39 anni di ministero di don Siro e le comunità nelle quali lo ha svolto, la concretezza, l’ironia, la passione per le persone e la capacità di farsi vicino a ciascuno. “Il servo, che per tanti anni ha portato agli altri l’invito di Dio, lo riceve per sé: Vieni, è pronto”, l’immagine ripresa dal Vangelo. Alle comunità che hanno perso il loro pastore, ha ricordato proprio le parole di don Siro al suo ingresso, il 6 dicembre 2025: “Vi aveva lasciato le istruzioni per la navigazione: tenere sempre a bordo la bussola, che è il Vangelo; tenere la prua nella giusta direzione; e tenere le vele spiegate, perché senza il soffio dello Spirito Santo si può remare quanto si vuole, ma non si va molto avanti”.
L’omelia integrale:
Carissimi familiari di don Siro, cari confratelli nell’episcopato, nel sacerdozio e nel diaconato, care comunità di Dosson e di Frescada, e voi che siete venuti da Biancade, da Porcellengo, da Istrana, Ospedaletto e Villanova, da Maerne, da Nervesa e da altre comunità, voi tutti amici di don Siro.
Ancora una volta ci troviamo a salutare un prete, un parroco morto nel pieno del suo ministero. Il dolore per la perdita di don Siro è grande, e ci vengono a fatica parole che non siano vuote o intrise di sofferenza.
Le lasciamo accogliere, sostenere e purificare dalla Parola di Dio, che anche nella tenebra più oscura illumina almeno qualche passo del nostro cammino, e si fa pane spezzato nell’Eucaristia. E la Parola che la liturgia di oggi ci consegna – non scelta da noi, ma ricevuta, come il pane di ogni giorno – sembra parlare proprio di lui.
Paolo, scrivendo ai Filippesi, canta il cammino di Gesù, invitandoci ad avere in noi “gli stessi sentimenti di Cristo Gesù”: un movimento che scende dalla gloria del cielo sino alla condizione di servo, e poi ancora più in basso: “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte”. In questo abbassamento si delinea la forma di ogni vita cristiana, e in modo particolare della vita di un prete. La vita di don Siro ha assunto questa forma nei trentanove anni di ministero: Assistente del settore Giovani dell’Azione Cattolica, Direttore dell’ufficio diocesano di Pastorale giovanile, poi parroco a Porcellengo, a Istrana, Ospedaletto e Villanova, a Maerne, e infine qui, a Dosson e a Frescada. Ogni passaggio è stato uno svuotamento: lasciare luoghi, volti, abitudini, sicurezze, per ricominciare altrove.
Lo scorso 6 dicembre eravamo in tanti qui, per il suo ingresso. A sessantaquattro anni ripartiva da capo, in due comunità insieme, dopo aver accolto senza esitazioni la mia richiesta. Con quel suo modo di parlare per immagini vi disse che cambiare parrocchia è come cambiare mezzo di trasporto: “salgo su queste due nuove barche”. Confidava di essere un buon ammiraglio, ma aggiunse subito che all’inizio aveva solo da imparare da voi, equipaggio esperto: “quindi, voi mi condurrete”.
Un ammiraglio che si mette alla scuola del suo equipaggio: ecco un riflesso concreto dei “sentimenti di Cristo”. Il proprio posto non è un possesso da difendere, ma un servizio da imparare.
E poi c’è quel “fino alla morte”, che oggi ci pesa più di tutto. Ma l’inno ci dice che Cristo è già sceso fino al punto più basso, dentro la morte dell’uomo. Non c’è notte, non c’è stanza chiusa dove Lui non sia arrivato prima di noi. E la strada che scende non finisce lì: “Per questo Dio lo esaltò”. L’ultimo passaggio di don Siro non è stato vuoto di Dio, la meta è la vita in Lui.
Nel Vangelo, durante un banchetto in casa di un fariseo, un commensale esclama: “Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!”. Gesù risponde con una parabola. Un uomo prepara una grande cena e manda il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti cominciano a scusarsi: ho comprato un campo, ho comprato cinque paia di buoi, mi sono appena sposato.
Non sono cose cattive: la terra, gli animali, il lavoro, la famiglia sono le cose più care alla nostra gente. Don Siro era un prete concreto, legato alla terra e innamorato del creato; appassionato di trattori (e non solo), sapeva che cosa vale un campo e quanta fatica costa lavorarlo. Proprio per questo sapeva che anche le cose buone possono diventare una scusa, che si può essere così pieni di cose di per sé giuste, da non avere più posto per l’invito. E quanti ha invitato a scegliere il meglio, in modi diversi: a volte burberi, ma sempre pieni di amore concreto e sincero.
Il padrone di casa non si arrende: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia”. È il cuore della parabola, che mostra il cuore stesso di Dio: il desiderio ostinato che nessuno manchi alla sua tavola.
Il prete è quel servo: non il padrone della casa, ma l’inviato che ripete: “Venite, è pronto”. Don Siro lo ha detto a ogni Eucaristia. E lo ha detto andando per le strade – lui, che le strade le amava, anche in sella alla sua moto.
Nei tanti messaggi di questi giorni ritorna sempre lo stesso ritratto: l’insegnante di religione, i campi scuola, le moto e i trattori, l’accompagnamento dei fidanzati e delle famiglie. E poi il sorriso, la risata contagiosa, la battuta pronta, quel gusto dell’ironia e del paradosso che rendeva vicina la fede, anche attraverso omelie semplici, ma piene di amore e di verità. Era stimato persino da chi in chiesa non metteva piede.
Una mamma di Dosson mi ha affidato un ricordo, chiedendo che potesse risuonare qui. Il 18 aprile scorso, alla Prima Confessione dei bambini, c’era anche la sua bimba, che non parla e comunica con segni, gesti e sguardi. La mamma l’aveva accompagnata all’altare, pronta a tradurre. Ma don Siro le disse di andare: “Ci arrangiamo noi due, vero?”. E la bimba, con la mano, gli fece segno di sì. Da lontano la mamma li ha visti parlarsi, ciascuno a modo suo, e poi pregare insieme, con una naturalezza sorprendente. Alla fine un pollice alzato e un abbraccio pieno di tenerezza. Quel giorno don Siro non ha visto un problema, ma una bambina, e tanto gli è bastato per trovare il modo di arrivare a lei.
È proprio questo il mistero che Paolo canta ai Filippesi. Il Figlio di Dio non ha preteso che fossimo noi a salire fino a Lui: è sceso Lui nel nostro mondo, imparando la nostra lingua, i nostri gesti, i nostri limiti. Ogni volta che un cristiano si fa così vicino da trovare la strada per arrivare all’altro, i sentimenti di Cristo diventano carne. E la casa del Padre si riempie davvero, anche di chi non ha parole per farsi sentire e non riesce a bussare.
Oggi il servo che per tanti anni ha portato agli altri l’invito di Dio lo riceve per sé: “Vieni, è pronto”. Sono certo che non ha cercato scuse. Affidiamo al Padre ciò che in lui è rimasto incompiuto, perché la sua misericordia lo accolga e lo faccia sedere alla mensa del Regno.
L’assenza di don Siro ci pesa. Mancherà ai suoi familiari e ai suoi amici. Mancherà a te, caro don Oscar: “troppo poco siamo stati insieme”, mi hai scritto. Mancherà a voi, comunità di Dosson e Frescada, e non sarà facile. Ma al suo ingresso vi aveva lasciato le istruzioni per la navigazione: tenere sempre a bordo la bussola, che è il Vangelo; tenere la prua nella giusta direzione; e tenere le vele spiegate, perché senza il soffio dello Spirito Santo si può remare quanto si vuole, ma non si va molto avanti.
Cari fratelli preti: la partenza improvvisa di un fratello ci fa male, suscita le reazioni più diverse, pone domande. Ci chiede però di vegliare gli uni sugli altri e di custodire la fraternità del nostro presbiterio come un dono e una responsabilità.
Il giorno dell’ingresso queste comunità hanno augurato a don Siro di essere, come Giovanni Battista, voce della Parola e amico dello Sposo. L’amico dello Sposo – dice il Vangelo – esulta di gioia alla voce dello Sposo. Che egli possa ora ascoltare quella voce, senza più distanza.
- Funerale don Siro Zorzi – Fotofilm Treviso
- Funerale don Siro Zorzi – Fotofilm Treviso
- Funerale don Siro Zorzi – Fotofilm Treviso
- Funerale don Siro Zorzi – Fotofilm Treviso
- Funerale don Siro Zorzi – Fotofilm Treviso
- Funerale don Siro Zorzi – Fotofilm Treviso
- Funerale don Siro Zorzi – Fotofilm Treviso
- Funerale don Siro Zorzi – Fotofilm Treviso
- Funerale don Siro Zorzi – Fotofilm Treviso
- Funerale don Siro Zorzi – Fotofilm Treviso
- Funerale don Siro Zorzi – Fotofilm Treviso
- Funerale don Siro Zorzi – Fotofilm Treviso
- Funerale don Siro Zorzi – Fotofilm Treviso
- Funerale don Siro Zorzi – Fotofilm Treviso




















