Una cattedrale gremita di fedeli, tra cui moltissimi giovani, per l’ordinazione diaconale, sabato pomeriggio, 18 aprile, di Matteo Mason e Francesco Boz Jacob. Amici, famigliari, comunità di origine e di servizio, in tanti hanno voluto partecipare alla gioia per l’Eccomi di questi due giovani.
Numerosi i sacerdoti che hanno concelebrato con il vescovo Michele, il quale, nell’omelia, ha riflettuto sul brano del Vangelo della terza domenica del tempo di Pasqua, che racconta dell’incontro dei due discepoli di Emmaus con Gesù, lungo la via.
Spesso il sentimento ecclesiale contemporaneo somiglia a quello di Cleopa e del suo compagno, ha sottolineato il Vescovo: una discussione animata, ma amara, segnata dal rimpianto per sogni che sembrano traditi e da una realtà – quella di una Chiesa talvolta percepita come irrilevante o affaticata, segnata da tante delusioni – che pare smentire le promesse del Vangelo.
“Come i due discepoli sappiamo cosa sta succedendo – ha ricordato mons. Tomasi -. Sappiamo la speranza spesso rinnovata di una vita secondo il Vangelo, la promessa affascinante delle parole di Gesù, e di qualche loro convincente annuncio ed interpretazione, il futuro atteso di relazioni buone, di una casa accogliente, di comunità dinamiche e vitali. Ma sono passati giorni, anni, e il Messia resta crocifisso, forse non era Lui quello che attendevamo, forse la Chiesa non è quel luogo che speravamo. Ci hanno raccontato, alcune donne, di averlo incontrato vivo, dopo la risurrezione. Ci hanno parlato di annunci di angeli. Ci hanno raccontato che alla tomba non l’hanno visto. Alle volte sembra proprio questa la nostra esperienza di vita dopo aver sentito e vissuto l’annuncio della risurrezione. L’annuncio è bello, ma troppo bello per essere vero. Ci crediamo, è certo, ma facciamo così fatica a trarne conseguenze pratiche, concrete, di vita reale”.
Tuttavia, proprio in questo scenario di cuori lenti a credere, si inserisce il rimprovero salutare dello sconosciuto, di Gesù. “Non è necessario il modo di amare di Cristo, per la nostra vita, per la nostra storia, per le nostre storie? Non è questo che ha risuonato quando abbiamo incontrato, in un modo o in un altro, il Signore Gesù nella nostra vita? Non era quello che ci aveva toccato quando abbiamo mosso i primi passi e abbiamo lasciato qualcosa di bello, di importante, di umanamente promettente per metterci alla sequela del Vangelo?”, le domande del Vescovo.
“Oggi tocca a voi, Francesco, Matteo”: con il loro “sì”, infatti, i due giovani testimoniano di essere andati oltre la delusione e il rimprovero salutare di Gesù, lasciandosi raggiungere da quella Parola che riscalda il cuore e restituisce coraggio. “Ricordateci con la vostra disponibilità a donarvi a Lui, e a diventare servi con Lui: è Gesù che ci spiega Gesù. È la Parola che illumina la Parola. È la preghiera che salva, letteralmente, la vita”.
Il Vescovo ha ricordato i cardini della vita diaconale, che i candidati hanno promesso di abbracciare: la preghiera attraverso la Liturgia delle Ore: non una formalità o un compito da misurare in minuti, ma un “continuo risvegliarsi” per cercare Cristo nelle Scritture e restare in comunione con tutto il corpo di Cristo che è la Chiesa; l’Eucaristia come forma di vita: “Sarete voi a invitare quotidianamente il Signore a fermarsi a casa con voi. Coltiverete il desiderio di una relazione autentica e calorosa con Lui. Gli chiederete di fermarsi con voi ad ogni sera reale o figurata della vita, ad ogni tramonto – del sole, del coraggio, dell’entusiasmo, della forza (…). Eucaristia sarà il nome di ogni consolazione, di ogni speranza rinnovata, di ogni impegno ad affrontare la fatica”; il celibato, scelto per il Regno dei Cieli, un impegno da custodire “nella fedeltà e nella perseveranza, come dono prezioso che il Signore vi concede di accogliere”. “Che in esso, sia quando sarà gioiosa esperienza di amore donato e corrisposto, sia quando sarà arido passaggio in paesaggi desertici e impegnativi, possiate riconoscere – l’augurio del Vescovo – nel profondo del cuore, nella verità degli affetti, nell’interezza della vostra umana esperienza la stessa stupita scoperta dei due di Emmaus: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?” Conversazione di amore, fonte di vera vita”.
L’invito, per Francesco e Matteo, è quello di tornare sempre a “Gerusalemme”, ovvero “alla compagnia dei fratelli e delle sorelle”. “A Gerusalemme che uccide i profeti, a quella della cruda realtà, certo, ma a Gerusalemme che è figura di quella celeste, luogo definitivo della pienezza di gioia, illuminata dal sole che è l’Agnello, Cristo Gesù – ha ricordato mons. Tomasi -. E ci torneremo insieme, come Chiesa di discepoli che narrano la loro esperienza, che annunciano cioè il Vangelo, consapevoli che qualcuno, come noi talvolta, non saprà o non vorrà crederci. Che dominerà ancora la stoltezza e la lentezza dei cuori. Ci sentiremo forse allora ancora irrilevanti, fuori tempo, inutili al mondo, affaticati e stanchi. Ma non potremo mai dimenticare la voce, le parole, lo sguardo, la presenza, la consolazione infinita che ci sono stati donati da quel viandante, che riconosceremo sempre di nuovo nelle pieghe nascoste della nostra esistenza. E la vita sarà davvero dono, ricevuto, accolto e ridonato, consacrazione piena a Dio, ministero di servizio alimentato dallo Spirito Santo”.
La festa per Matteo e Francesco è poi proseguita nei chiostri del Seminario.
















